martedì 10 maggio 2016

La vita di fede come esperienza civile

La vita di fede come esperienza civile


   Il nostro vescovo e padre universale Bergoglio ci spinge a vivere la fede anche come esperienza civile, ci stimola ad andare tra la gente del nostro tempo per essere fermento della società. Altri lo avevano fatto prima di lui: la novità del suo insegnamento è che riconosce ai laici piena responsabilità e autonomia nell’azione sociale e politica, pretendendo dal clero che non inculchi il clericalismo nel popolo. Questo orientamento non era mai stato espresso da un papa in termini così espliciti e perentori, senza alcuna riserva.
 Questo significa che i laici possono riprendere a fare tirocinio di democrazia.
  La religione può essere amica della democrazia? Molti laici di fede lo sono stati. La dottrina, la teologia diffusa con pretesa d’autorità dai nostri capi religiosi, l’ha a lungo contrastata. E quando, finalmente, nel 1991, con l’enciclica Il centenario, del papa Karol Wojtyla, l’ha ritenuta il regime politico più degno per le persone umane, non ha saputo farne fare tirocinio ai fedeli, a cominciare dalle realtà di base, come le parrocchie. E questo perché l’organizzazione del clero non è democratica e quindi non può diffondere democrazia se non accettando la collaborazione, l’aiuto, dei laici, ma dei laici il clero in genere diffida.
   L’esperienza civile della fede richiede anche capacità autocritica, oltre che di critica sociale. In questo la dottrina  sociale non è un buon esempio, essendo quasi completamente sfornita della capacità di autocritica.
 In che cosa si è sbagliato in società tra noi gente di fede?
 Ad esempio, in che cosa abbiamo sbagliato noi in parrocchia, a lungo, nel relazionarci con la gente del quartiere delle Valli, per cui essa ci è divenuta così ostile e non ci portava più i suoi ragazzi (la situazione sta lentamente cambiando)?
 E, innanzi tutto, siamo consapevoli di avere sbagliato? Siamo disposti a trarre insegnamento dall’esperienza negativa che abbiamo vissuto e della quale siamo, tutti, collettivamente, responsabili?
 Siamo veramente convinti che dobbiamo cambiare?
 La democrazia è una conquista culturale indispensabile per essere fermento nella società pluralistica di oggi. Richiede di abbandonare decisamente il modello delle tribù corazzate,  presidiate gerarchicamente, disciplinate da catechisti che vogliono essere molto di più di catechisti, quindi di persone volenterose che collaborando con i sacerdoti spiegano la comune fede, ma sembrano presentarsi qualche volta come novelli Mosé con tra le mani le tavole della Legge.
 La democrazia storicamente sorge dal basso, da persone che si liberarono. E ancora può svilupparsi solo così. La nostra fede è legge di libertà, la libertà  filiale  di cui tanto parliamo, ma poco pratichiamo. Ma dove la si può imparare e farne esperienza in parrocchia? Ci sono da costruire luoghi di libertà.  Bisogna fare tirocinio di dialogo. E innanzi tutto bisogna imparare a relazionarci con gli altri nella modalità del dialogo e dell’uguaglianza, non dell’autorità e della gerarchia. Conosciamo veramente gli altri o ci interessano solo nella misura in cui si lasciano fare,  si lasciano costruire?
  Un’esperienza civile della fede non deve essere diretta da catechisti, e specialmente di quel tipo particolare a cui sopra ho accennato. Il primo comandamento  da praticare è quello della libertà, il secondo è quello del dialogo. E poi bisogna rispettare la personalità altrui e soprattutto le loro psicologie. Il gruppo e coloro che lo animano non devono mai e poi mai permettersi di sovrastarle e umiliarle, in particolare minacciando e irrogando l'esclusione dei dissenzienti.
  L’esperienza civile, poi, ha un valore religioso anche se, e anzi soprattutto!, non è rivestita di una fantasiosa ideologia per cui ci si proietta  nell’antico Israele e si fa conto di essere le tribù sante in guerra con gli idolatri. Così l’esperienza della fede assomiglia sempre più a un videogioco. Bisogna fare pratica di laicità, tra noi laici di fede. 
 Infine, l’esperienza della famiglia, con la sua gerarchia naturale indiscutibile da onorare solamente, non può essere posta alla base di un modello di convivenza democratica che richiede invece la capacità critica verso ogni autorità, verso ogni regola, e la disponibilità di ogni autorità a sottoporsi alla critica sociale nelle questioni civili e ad accettare mandati a termine e basati sul consenso degli consociati. Non ci sono capi a vita né despoti in democrazia, sono incompatibili con essa. In democrazia si è scelti a dirigere per consenso dal basso, non per cooptazione, per scelta dall'alto, per mandato gerarchico.
 C’è veramente un lungo cammino  da percorrere ed esso richiede anzitutto di cambiare strada, richiede un nuovo inizio. Non sarà facile, perché nella nostra parrocchia si è trascurata una tradizione di impegno civile. La parrocchia così ha perso attrattiva per la gente del quartiere. E non è una soluzione continuare a richiamarne da fuori, da altri quartieri: questo peggiora le cose, approfondisce l'estraneità. E’ alla gente delle Valli che in primo luogo siamo inviati come parrocchia. Essa ci  è diventata estranea e noi a lei. Abbiamo molto sbagliato in passato. Dobbiamo cambiare e molto. Dobbiamo fare una cosa nuova.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli