La nuova politica
della dottrina sociale
Il ciclo di incontri Immìschiati ha preso il nome
dalle parole del Bergoglio ad un’udienza pubblica: la persona di fede, egli ha detto,
deve immischiarsi in politica. Mai come adesso è stato segnalato
lo stretto collegamento tra dottrina sociale e politica e il fatto che quest’ultima
competa a tutti non solo di farla ma anche di pensarla. Ma pensare la politica in un’ottica di fede, significa
anche partecipare alla elaborazione della stessa dottrina
sociale. Essa non è mai stata solo frutto dei gerarchi religiosi che di volta
in volta le hanno dato un nome e una forma giuridica, ma un lavoro collettivo.
E questo è stato sempre più vero avvicinandoci ai tempi nostri. Oggi, in
particolare, la vediamo piena di economia, di sociologia, e di altre scienze
umane e naturali, oltre che di teologia. Ma se si riconosce che tutti devono dare un apporto, non solo i consiglieri
selezionati di un sovrano religioso, allora è chiaro che la dottrina sociale si
andrà democratizzando e diverrà qualcosa di diverso, e per certi
versi di più importante di una dottrina, diverrà un patrimonio culturale
di popolo. Poiché il popolo di fede è diffuso su tutta la terra ed è fatto di
tanti popoli, diverrà anche una cultura universale. Di questo si stanno ponendo
le basi culturali, teologiche in particolare, costruendo la cultura religiosa
della diversità, dopo tanto tempo in cui si
puntava sull’uniformità, sulla ricomposizione intorno a stili di vita tutto sommato europei
occidentali. Un’evoluzione molto interessante e per certi versi imprevedibile
durante la lunga glaciazione culturale che si era vissuta dagli anni ’80.
Se non che da noi in Europa è venuta a mancare la materia prima: il popolo. La Bella Addormentata, la teologia della nostra confessione, si è
risvegliata infine e si è trovata in un mondo diverso da quello che aveva come
riferimento per i propri ragionamenti. E infatti, ad esempio, polemizza ancora
con il liberalismo e il socialismo, come nell’Ottocento. Ma parla
con i morti. Del resto è abituata a farlo. Mantiene vive controversie culturali
millenarie. Non ha problemi a polemizzare con gente trapassata da poco, da poco meno di mezzo secolo. Polemizzando con i morti, non si rende ancora bene conto che
liberalismo e socialismo sono realtà ancora vive ormai solo in lei medesima, perché
viviamo in un mondo illiberale, dove gli individui non contano più nulla e si
possono buttare e sostituire nella macchina sociale come un qualsiasi altro
ricambio meccanico, e che crea continuamente nuove forme di ingiustizia
sociale, non più contrastate dai movimenti socialisti. Viviamo secondo la legge
della giungla, in cui la bestia forte mangia la bestia piccola ed entrambe sono
bestie. Questo è il liberismo economico globale contemporaneo, che è prassi sociale e
ideologia filosofica e politica. La dottrina sociale contemporanea, quella alla
quale Bergoglio dà ora il nome e l'impostazione, è puro socialismo perché chiede ai popoli di lottare per rimuovere le ingiustizie
sociali. Deriva dalla cultura di liberazione latino-americana, prodotto di popolo e di capi religiosi, uniti. E’ dagli
estremi confini del mondo occidentale che ci arriva, dice Bergoglio, ma
osservo, secondo un detto ebraico: lontano
da chi, lontano da dove?. Essa è al centro della questione sociale contemporanea. L’America
Latina è un continente in cui si parlano
fondamentalmente due lingue, le quali in fondo esprimono ormai la medesima cultura di
popolo. E’ una realtà geografica in cui sfruttati e sfruttatori ancora
coesistono: è per questo che le cause dell’ingiustizia sono ancora nettamente
individuabili, per cui gli sfruttati possono fare ancora un fronte comune. In
un contesto europeo è diverso. La
cultura liberista che tende sempre più a dominarlo e le caratteristiche dell’ingiustizia
che produce rendono più difficile acquisirne chiara consapevolezza, collegare cause ed effetti. Inoltre la responsabilità
dell’ingiustizia è maggiormente
condivisa: vi è una sorta di democratizzazione dell’ingiustizia. E’
uno dei fatti nuovi a cui la nostra cultura religiosa appare ancora
impreparata.
Dagli anni ’90 del secolo scorso si è
progettata e costruita una politica internazionale a livello globale che ha
progressivamente rimosso ogni ostacolo alla circolazione del capitale
finanziario, e quindi all’azione di chi lo controlla. Esso è al sicuro in
Europa come in Asia, come in qualsiasi altro posto della terra. Si muove
velocemente, investe e disinveste rapidamente assecondato dalle politiche territoriali. Il
mondo è la sua patria e questo significa che non ha più patria. In questo
contesto gli Occidentali hanno nuovamente colonizzato l’Asia, alla ricerca di
lavoro a basso costo. I lavoratori, invece, sono inchiodati alle terre in cui
sono nati. Per loro le frontiere esistono ancora. Arrivano gli Occidentali in
Asia e comprano lavoro a basso costo. E se gli asiatici volessero imitarli e
cercare salari più alti in Occidente? E’ appunto ciò che stanno facendo i
migranti. Ma non possono farlo legalmente, sono criminalizzati, non possono salire su un
aereo e girare il mondo come fanno gli emissari dei capitalisti. La legge non è più dalla loro parte, come ai tempi in cui iniziò la storia del sindacalismo europeo. Devono
rischiare la vita, pur avendo i soldi per pagare il prezzo di un biglietto
aereo. Gli Occidentali producono in Asia e vendono in Occidente: è questa la
ragione dell’enorme incremento di ricchezza dei nostri capitalisti, e anche
dell’enorme sperequazione nella distribuzione della ricchezza nelle nostre
nazioni. Ma anche noi, in Occidente beneficiamo tutti, come consumatori, di questa situazione. Compriamo
a prezzi più bassi prodotti realizzati in Asia con lavoro che, con i nostri
standard, considereremmo schiavo (è per questo che è a basso costo). Così finiamo per essere dalla stessa parte
degli sfruttatori. E, quando gli sfruttati approdano stremati nelle nostre terre, non riconosciamo più in loro gente che, in fondo, patisce il male di gran parte
delle nostra stessa gente, dei sofferenti per ingiustizia. E questo ci impedisce di
fare fronte comune con loro.
Anche
i nostri lavoratori patiscono la medesima ingiustizia. La loro vita si
fa incerta e insicura (lo a spiegato bene il sociologo Zygmunt Bauman, anziano
saggio). E questo anche se si vive nella parte più ricca del globo. In Europa
ci sono più opportunità di salvarsi, perché, all’interno dell’Unione, anche i
lavoratori possono muoversi liberamente, non solo il capitale. Ma l’Unione si
sta sfasciando.
Si parla di flessibilità, ma questa parola ha due significati a seconda che
venga utilizzata contro i lavoratori o a favore dei capitalisti. Contro i lavoratori significa che per mantenere il posto di lavoro devono accettare la
precarietà e condizioni di salario e di lavoro sempre più dure. Devono
accettare di poter essere sostituiti, come si fa con i pezzi di ricambio delle
macchine, quando non riescono più a dare quello che si può ottenere con altri pezzi umani disponibili sul mercato. Quando la flessibilità
riguarda gli interessi dei capitalisti significa invece avere l’autorizzazione dalle
autorità sovranazionali a sforare gli equilibri di bilancio per sostenere con
vari incentivi l’industria, ma in realtà la finanza che la possiede. Infatti la
parte di spesa pubblica destinata ai servizi sociali, ad esempio al sostegno delle famiglie che crescono figli piccoli, e previdenziali viene
considerata improduttiva: nessun politico occidentale azzarda a chiedere flessibilità per sostenerla.
La politica ispirata dalla fede dovrebbe
essere una forma di carità? E’ un
discorso che andrebbe sviluppato facendo i conti con la situazione politica che
ho descritto.
Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli