lunedì 23 maggio 2016

La nuova politica della dottrina sociale

La nuova politica della dottrina sociale

 Il ciclo di incontri Immìschiati  ha preso il nome dalle parole del  Bergoglio ad un’udienza pubblica: la persona di fede, egli ha detto, deve immischiarsi  in politica. Mai come adesso è stato segnalato lo stretto collegamento tra dottrina sociale e politica e il fatto che quest’ultima competa a tutti non solo di farla  ma anche di pensarla. Ma pensare  la politica in un’ottica di fede, significa anche partecipare  alla elaborazione della stessa dottrina sociale. Essa non è mai stata solo frutto dei gerarchi religiosi che di volta in volta le hanno dato un nome e una forma giuridica, ma un lavoro collettivo. E questo è stato sempre più vero avvicinandoci ai tempi nostri. Oggi, in particolare, la vediamo piena di economia, di sociologia, e di altre scienze umane e naturali, oltre che di teologia. Ma se si riconosce che tutti devono dare un apporto, non solo i consiglieri selezionati di un sovrano religioso, allora è chiaro che la dottrina sociale si andrà democratizzando  e diverrà qualcosa di diverso, e per certi versi  di più importante di una  dottrina, diverrà un patrimonio culturale di popolo. Poiché il popolo di fede è diffuso su tutta la terra ed è fatto di tanti popoli, diverrà anche una cultura universale. Di questo si stanno ponendo le basi culturali, teologiche in particolare, costruendo la cultura religiosa della diversità, dopo tanto tempo in cui si puntava sull’uniformità, sulla  ricomposizione  intorno a stili di vita tutto sommato europei occidentali. Un’evoluzione molto interessante e per certi versi imprevedibile durante la lunga glaciazione  culturale che si era vissuta dagli anni ’80. Se non che da noi in Europa è venuta a mancare la materia prima: il popolo. La Bella Addormentata,  la teologia della nostra confessione, si è risvegliata infine e si è trovata in un mondo diverso da quello che aveva come riferimento per i propri ragionamenti. E infatti, ad esempio, polemizza ancora con il liberalismo  e il  socialismo, come nell’Ottocento. Ma parla con i morti. Del resto è abituata a farlo. Mantiene vive controversie culturali millenarie. Non ha problemi a polemizzare con gente trapassata da poco, da poco meno di mezzo secolo. Polemizzando con i morti, non si rende ancora bene conto che liberalismo e socialismo sono realtà ancora vive ormai solo in lei medesima, perché viviamo in un mondo illiberale, dove gli individui non contano più nulla e si possono buttare e sostituire nella macchina sociale come un qualsiasi altro ricambio meccanico, e che crea continuamente nuove forme di ingiustizia sociale, non più contrastate dai movimenti socialisti. Viviamo secondo la legge della giungla, in cui la bestia forte mangia la bestia piccola ed entrambe sono bestie. Questo è il liberismo economico globale contemporaneo, che è prassi sociale e ideologia filosofica e politica. La dottrina sociale contemporanea, quella alla quale Bergoglio dà ora  il nome e l'impostazione, è puro socialismo perché chiede ai popoli di lottare per rimuovere le ingiustizie sociali. Deriva dalla cultura di liberazione latino-americana, prodotto di  popolo e di capi religiosi, uniti. E’ dagli estremi confini del mondo occidentale che ci arriva, dice Bergoglio, ma osservo, secondo un detto ebraico: lontano da chi, lontano da dove?.  Essa è al centro della questione sociale contemporanea.  L’America Latina  è un continente in cui si parlano fondamentalmente due lingue, le quali  in fondo esprimono ormai la medesima cultura di popolo. E’ una realtà geografica in cui sfruttati e sfruttatori ancora coesistono: è per questo che le cause dell’ingiustizia sono ancora nettamente individuabili, per cui gli sfruttati possono fare ancora un fronte comune. In un contesto europeo è diverso.  La cultura liberista che tende sempre più a dominarlo e le caratteristiche dell’ingiustizia che produce rendono più difficile acquisirne chiara consapevolezza, collegare cause ed effetti. Inoltre la responsabilità dell’ingiustizia  è maggiormente condivisa: vi  è una sorta di democratizzazione dell’ingiustizia. E’ uno dei fatti nuovi a cui la nostra cultura religiosa appare ancora impreparata.
   Dagli anni ’90 del secolo scorso si è progettata e costruita una politica internazionale a livello globale che ha progressivamente rimosso ogni ostacolo alla circolazione del capitale finanziario, e quindi all’azione di chi lo controlla. Esso è al sicuro in Europa come in Asia, come in qualsiasi altro posto della terra. Si muove velocemente, investe  e disinveste rapidamente assecondato dalle politiche territoriali. Il mondo è la sua patria e questo significa che non ha più patria. In questo contesto gli Occidentali hanno nuovamente colonizzato l’Asia, alla ricerca di lavoro a basso costo. I lavoratori, invece, sono inchiodati alle terre in cui sono nati. Per loro le frontiere esistono ancora. Arrivano gli Occidentali in Asia e comprano lavoro a basso costo. E se gli asiatici volessero imitarli e cercare salari più alti in Occidente? E’ appunto ciò che stanno facendo i migranti. Ma non possono farlo legalmente, sono criminalizzati, non possono salire su un aereo e girare il mondo come fanno gli emissari dei capitalisti. La legge non è più dalla loro parte, come ai tempi in cui iniziò la storia del sindacalismo europeo. Devono rischiare la vita, pur avendo i soldi per pagare il prezzo di un biglietto aereo. Gli Occidentali producono in Asia e vendono in Occidente: è questa la ragione dell’enorme incremento di ricchezza dei nostri capitalisti, e anche dell’enorme sperequazione nella distribuzione della ricchezza nelle nostre nazioni. Ma anche noi, in Occidente beneficiamo tutti, come consumatori, di questa situazione. Compriamo a prezzi più bassi prodotti realizzati in Asia con lavoro che, con i nostri standard, considereremmo schiavo (è per questo che è a basso costo). Così finiamo per essere dalla stessa parte degli sfruttatori. E, quando gli sfruttati approdano stremati nelle nostre terre, non riconosciamo più in loro gente che, in fondo, patisce il male di gran parte delle nostra stessa gente, dei sofferenti per ingiustizia. E questo ci impedisce di fare fronte comune con loro.
  Anche  i nostri lavoratori patiscono la medesima ingiustizia. La loro vita si fa incerta e insicura (lo a spiegato bene il sociologo Zygmunt Bauman, anziano saggio). E questo anche se si vive nella parte più ricca del globo. In Europa ci sono più opportunità di salvarsi, perché, all’interno dell’Unione, anche i lavoratori possono muoversi liberamente, non solo il capitale. Ma l’Unione si sta sfasciando.
  Si parla di flessibilità, ma questa parola ha due significati a seconda che venga utilizzata contro i lavoratori o a favore dei capitalisti. Contro i lavoratori significa che per mantenere il posto di lavoro devono accettare la precarietà e condizioni di salario e di lavoro sempre più dure. Devono accettare di poter essere sostituiti, come si fa con i pezzi di ricambio delle macchine, quando non riescono più a dare quello che si può ottenere con altri pezzi umani  disponibili sul mercato. Quando  la flessibilità riguarda gli interessi dei capitalisti significa invece avere l’autorizzazione dalle autorità sovranazionali a sforare gli equilibri di bilancio per sostenere con vari incentivi l’industria, ma in realtà la finanza che la possiede. Infatti la parte di spesa pubblica destinata ai servizi sociali, ad esempio al sostegno delle famiglie che crescono figli piccoli,  e previdenziali viene considerata improduttiva: nessun politico occidentale azzarda a chiedere flessibilità  per sostenerla.
 La politica ispirata dalla fede dovrebbe essere una forma di carità? E’ un discorso che andrebbe sviluppato facendo i conti con la situazione politica che ho descritto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli