Cambiare
rotta
Il sociologo Luca Diotallevi, nel suo libro Il rompicapo della secolarizzazione italiana
- Caso italiano, teorie americane e revisione del paradigma della
secolarizzazione, Rubettino, 2001,
€10,53 (accessibile a chi ha una formazione di livello universitario), dopo
aver osservato che nelle nostre collettività religiose si è seguito dal secondo
dopoguerra (dalla metà degli anni Quaranta del Novecento) un modello che
impiegava, nello stesso tempo, un miscuglio di diversificazione religiosa a
livello locale, con molte proposte in competizione, e di centralizzazione della
direzione della politica
ecclesiastica, dichiara (pag.37):
“[…]
Nelle politiche ecclesiastiche del
post-Concilio si è attenuata questa cultura del mix: spazio alla
diversificazione e forte
investimento in un perno della polity [=la struttura
dell’organizzazione di governo, che era rimasta centralizzata]. Il personale reclutato attraverso i mille
canali (molti di carattere non territoriale e di natura esclusiva) di una
offerta fortemente differenziata produce oggi una inevitabile resistenza -una
volta introdotto per supplenza nelle strutture “normali” delle chiese diocesane
(territoriali ed universalistiche) -alla riproduzione di standard
pastorali unitari e molto differenti rispetto a quelli del proprio reclutamento
e del proprio almeno iniziale tirocinio. Non sono rari i casi di parrocchie che
si identificano “di fatto” con la proposta di questo o quel movimento cui il
parroco è personalmente legato, e che dunque riducono di molto il loro target virtuale. Superata una certa soglia, il
processo di diversificazione interna potrebbe comportare elevatissimi rischi di
conflagrazione, di trasformazione della Chiesa cattolica in Italia in una realtà
multi-denominazione (un po’ come avvenuto nel protestantesimo nordamericano)”.
E’ facile riconoscere nell’analisi di
Diotallevi il caso della nostra parrocchia.
C’è stato un forte cambiamento di rotta da
noi, all’inizio degli anni ’80. Bisogna però avere consapevolezza che esso non fu la risposta ad una crisi della
religiosità nel quartiere, ma ad una religiosità che non era più in linea
con quella proposta dal nuovo nostro sovrano religioso di allora. Così vanno le
cose nella nostra confessione. Può essere descritta politicamente come una
svolta a destra. All’inizio degli anni ’90 troviamo che l’ideologia/spiritualità
neocatecumenale è l’unica proposta ai giovani a partire dalla formazione di
secondo livello, quella per la Cresima.
Oggi nella nostra parrocchia non abbiamo
gruppi di adolescenti e di giovani adulti, la fascia di età 16-30 che è quella di spinta di ogni collettività viva, che non seguano la proposta
neocatecumenale. Quindi poi abbiamo dei problemi, ad esempio, a modificare l’impostazione
del catechismo ad ogni livello.
L’impostazione neocatecumenale, basata su
piccole collettività concentrate prevalentemente su sé stesse e ad ordinamento
fortemente gerarchico ad imitazione di quello familiare naturale, alle quali viene proposta una immaginifica spiritualità
che mi appare sostanzialmente veterotestamentaria con ripresa di alcuni
elementi dell’antica simbologia ebraica, ha separato la parrocchia dal
quartiere, considerato come ambiente sostanzialmente pagano da
cui difendersi per non contaminarsi.
La missione del nuovo parroco è quella di
farci cambiare rotta, di ripristinare un pluralismo effettivo di proposte in
parrocchia e di collegare nuovamente la parrocchia al quartiere. Non so però se
abbia mai avuto occasione di partecipare, da prete, alle liturgie
neocatecumenali. Se non l’avesse mai fatto, questo sarebbe un problema. Perché
la realtà attualmente più importante della parrocchia gli sarebbe preclusa. Di
certe cose non si può giudicare per sentito dire, bisogna farne esperienza.
Cambiare rotta richiede dei cambiamenti, e per cambiare bisogna prima
conoscere.
Se si è
d’accordo nell’individuare nell’impostazione neocatecumenale la fonte dei
problemi della parrocchia, è necessario che chi ha la direzione della vita
religiosa della parrocchia possa conoscere, per poi, se necessario, programmare
un cambiamento.
Possiamo considerare le micro-collettività
neocatecumenali un po’ al modo di quelle di certi ordini religiosi di clausura, con propria spiritualità e
organizzazione molto caratteristiche. Ma sono composte in massima parte da laici che vivono
attivamente nella società contemporanea. Penso che occorrerrebbe laicizzarle un po’ di più, staccandole dal modello dei
frati, in modo che anche la loro gente
possa, ad esempio, riprendere a discutere di dottrina sociale secondo l’impostazione
che consente poi di agire in una società democratica di massa per l’affermazione
dei valori di fede, non solo come gruppo
di pressione per questa o quella politica decisa da un qualche vertice
insindacabile.
La formazione dei giovani della fascia 16-30
dovrebbe essere organizzata staccandosi marcatamente da modello neocatecumenale,
e, in particolare, creando gruppi di induzione, di spinta, formati da persone che
non si siano formate nella dirigenza neocatecumenale. Quest’ultima dovrebbe
dedicarsi solo alle comunità neocatecumenali.
Probabilmente occorrerà chiedere l’aiuto di
gente da fuori.
La vicina università salesiana, ad esempio, ha
schiere di tirocinanti nella catechetica, secondo gli schemi più avanzati, che
potrebbero darci una mano. Bisognerebbe attivare un percorso formativo laico dei catechisti parrocchiali già da
noi, in parrocchia, senza necessità di dover frequentare i corsi alla Lateranense.
E’ ciò che si fece negli anni ’70, ai tempi in cui si indusse un effettivo rinnovamento
della catechesi con la partecipazione sempre più importante dei laici e, in
particolare, l’esperienza delle mamme-catechiste.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli