martedì 17 maggio 2016

Cambiare rotta

Cambiare rotta

 Il sociologo Luca Diotallevi, nel suo libro Il rompicapo della secolarizzazione italiana - Caso italiano, teorie americane e revisione del paradigma della secolarizzazione,  Rubettino, 2001, €10,53 (accessibile a chi ha una formazione di livello universitario), dopo aver osservato che nelle nostre collettività religiose si è seguito dal secondo dopoguerra (dalla metà degli anni Quaranta del Novecento) un modello che impiegava, nello stesso tempo, un miscuglio di diversificazione religiosa a livello locale, con molte proposte in competizione, e di centralizzazione della direzione della politica ecclesiastica, dichiara (pag.37):
“[…] Nelle politiche ecclesiastiche del post-Concilio si è attenuata questa cultura del mix: spazio alla diversificazione e  forte investimento in un perno della polity [=la struttura dell’organizzazione di governo, che era rimasta centralizzata]. Il personale reclutato attraverso i mille canali (molti di carattere non territoriale  e di natura esclusiva) di una offerta fortemente differenziata produce oggi una inevitabile resistenza -una volta introdotto per supplenza nelle strutture “normali” delle chiese diocesane (territoriali ed universalistiche) -alla riproduzione di standard pastorali unitari e molto differenti rispetto a quelli del proprio reclutamento e del proprio almeno iniziale tirocinio. Non sono rari i casi di parrocchie che si identificano “di fatto” con la proposta di questo o quel movimento cui il parroco è personalmente legato, e che dunque riducono  di molto il loro target  virtuale. Superata una certa soglia, il processo di diversificazione interna potrebbe comportare elevatissimi rischi di conflagrazione, di trasformazione della Chiesa cattolica in Italia in una realtà multi-denominazione (un po’ come avvenuto nel protestantesimo nordamericano)”.
  E’ facile riconoscere nell’analisi di Diotallevi il caso della nostra parrocchia.
  C’è stato un forte cambiamento di rotta da noi, all’inizio degli anni ’80. Bisogna però avere consapevolezza che esso non fu la risposta ad una crisi della religiosità nel quartiere, ma ad una religiosità che non era più in linea con quella proposta dal nuovo nostro sovrano religioso di allora. Così vanno le cose nella nostra confessione. Può essere descritta politicamente come una svolta a destra. All’inizio degli anni ’90 troviamo che l’ideologia/spiritualità neocatecumenale è l’unica proposta ai giovani a partire dalla formazione di secondo livello, quella per la Cresima.
 Oggi nella nostra parrocchia non abbiamo gruppi di adolescenti e di giovani adulti, la fascia di età 16-30 che è quella di spinta di ogni collettività viva, che non seguano la proposta neocatecumenale. Quindi poi abbiamo dei problemi, ad esempio, a modificare l’impostazione del catechismo ad ogni livello.
 L’impostazione neocatecumenale, basata su piccole collettività concentrate prevalentemente su sé stesse e ad ordinamento fortemente gerarchico ad imitazione di quello familiare naturale, alle quali viene proposta una immaginifica spiritualità che mi appare sostanzialmente veterotestamentaria con ripresa di alcuni elementi dell’antica simbologia ebraica, ha separato la parrocchia dal quartiere, considerato come ambiente sostanzialmente pagano   da cui difendersi per non contaminarsi.
 La missione del nuovo parroco è quella di farci cambiare rotta, di ripristinare un pluralismo effettivo di proposte in parrocchia e di collegare nuovamente la parrocchia al quartiere. Non so però se abbia mai avuto occasione di partecipare, da prete, alle liturgie neocatecumenali. Se non l’avesse mai fatto, questo sarebbe un problema. Perché la realtà attualmente più importante della parrocchia gli sarebbe preclusa. Di certe cose non si può giudicare per sentito dire, bisogna farne esperienza. Cambiare rotta richiede dei cambiamenti, e per cambiare bisogna prima conoscere.
  Se si è d’accordo nell’individuare nell’impostazione neocatecumenale la fonte dei problemi della parrocchia, è necessario che chi ha la direzione della vita religiosa della parrocchia possa conoscere, per poi, se necessario, programmare un cambiamento.
  Possiamo considerare le micro-collettività neocatecumenali un po’ al modo di quelle di certi ordini religiosi di clausura, con propria spiritualità e organizzazione molto caratteristiche. Ma sono composte  in massima parte da laici che vivono attivamente nella società contemporanea. Penso che occorrerrebbe laicizzarle  un po’ di più, staccandole dal modello dei frati,  in modo che anche la loro gente possa, ad esempio, riprendere a discutere di dottrina sociale  secondo l’impostazione che consente poi di agire in una società democratica di massa per l’affermazione dei valori di fede, non solo come gruppo di pressione per questa o quella politica decisa da un qualche vertice insindacabile.
 La formazione dei giovani della fascia 16-30 dovrebbe essere organizzata staccandosi marcatamente da modello neocatecumenale, e, in particolare, creando gruppi di induzione, di spinta, formati da persone che non si siano formate nella dirigenza neocatecumenale. Quest’ultima dovrebbe dedicarsi solo alle comunità  neocatecumenali.
 Probabilmente occorrerà chiedere l’aiuto di gente da fuori.
 La vicina università salesiana, ad esempio, ha schiere di tirocinanti nella catechetica, secondo gli schemi più avanzati, che potrebbero darci una mano. Bisognerebbe attivare un percorso formativo laico dei catechisti parrocchiali già da noi, in parrocchia, senza necessità di dover frequentare i corsi alla Lateranense. E’ ciò che si fece negli anni ’70, ai tempi in cui si indusse un effettivo rinnovamento della catechesi con la partecipazione sempre più importante dei laici e, in particolare, l’esperienza delle mamme-catechiste.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli