Solidarietà
come valore politico
Art.2 della Costituzione della Repubblica
Italiana:
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti
inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si
svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e
sociale.
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La solidarietà, per la Costituzione della
Repubblica Italiana, è un valore politico fondamentale. Se ne parla nell’art.2,
che fu progettato dal cattolico democratico Giorgio La Pira (1904-1977),
professore di diritto romano, eminente esponente del laicato di fede italiano,
politico, membro dell’Assemblea Costituente e, successivamente, deputato e sindaco di Firenze. Il La Pira prese spunto
dalla dottrina sociale della Chiesa: per opera sua, e di altri costituenti
cattolici, principi della dottrina sociale sono sostanzialmente divenuti le basi
della nostra nuova Repubblica.
La solidarietà come valore etico si trova fin
dall’inizio nella dottrina sociale della Chiesa del tempo moderno, quella che
comincia con l’enciclica Le Novità
del papa Gioacchino Pecci, del 1891. Non viene però nominata come tale, per l’acutissima
polemica di quei primi tempi contro il socialismo. Se ne diffida come valore
politico. E’ solo con il magistero di Giovanni Battista Montini e di Karol
Wojtyla che essa viene insegnata dai nostri capi religiosi anche come principio
di governo delle società, quindi come valore politico. Nel caso del Wojtyla
ancora in polemica con il socialismo, in particolare con quello dei regimi dell’Europa
orientale. In Polonia, il principale movimento di opposizione politica degli anni '80, animato
da un cattolicesimo fortemente dominato dalla gerarchia del clero in una
situazione politica di totalitarismo comunista, fu chiamato Solidarietà.
La solidarietà sociale fu considerata invece
un valore politico dai cattolici democratici italiani fin dall’inizio della
loro esperienza, vale a dire dalla fine del Settecento. A quei tempi la loro
posizione era rivoluzionaria, perché pensavano ad un diverso ordine politico
della società, e per tale motivo fu a lungo duramente avversata anche dalla
gerarchia del clero, e per certi versi lo è ancora seppure in modo molto
minore.
Il sentimento religioso secondo la nostra fede
può essere descritto come una forma di compassione. Da lì discende tutto il
resto. Quindi all’inizio dell’esperienza religiosa c’è quel sentimento e non
una dottrina. Si pensa che nei Cieli si sia avuta compassione per noi: da qui
una missione per la nostra salvezza. Colui che salva ci ha insegnato a salvare
per compassione. Il suo ministero si svolse predicando e guarendo. Alle origini della nostra esperienza religiosa c’è un andare verso
chi soffre. Questo moto è stato una costante assoluta, fin dalle origini, delle
nostre collettività religiose. E’ la spiritualità del Buon Samaritano, di colui
che, incontrato per la via un estraneo,
lo soccorre e se ne prende cura, senza tener conto delle divisioni sociali,
semplicemente per compassione della sua umanità sofferente.
Ma la solidarietà come valore politico è
qualcosa di più specifico. Significa rendersi conto che il proprio destino è
legato a quello degli altri e quindi voler organizzare la società in modo
da non lasciare indietro nessuno.
C’è un modo di costruire la società per cui si
tiene conto solo di quelli che risultano utili, che sanno o sanno fare qualcosa
di utile. Un altro modo di concepire la politica è di progettare di allearsi per sovrastare gli altri con il numero e la forza. Poi però si scopre che gli esseri umani
nascono indifesi, deboli, inutili e anche diventano così, alla fine della vita
o per rovesci della sorte. E che in società in cui il numero degli inutili, dei
vinti e degli esclusi diventa sempre più grande si vive male: si può pensare quindi
a un sentimento di solidarietà naturale.
E poi, quando il numero degli esclusi e dei vinti diventa immane fatalmente
accade che i potenti siano rovesciati dai troni e gli umili innanzati, in moti
rivoluzionari, secondo quando preghiamo ogni sera nel Magnificat.
Le società non solidali sono instabili,
violente, con interessi coalizzati solo precariamente. Ognuno non sa che cosa
gli riserverà il domani. Non si può veramente progettare il futuro. Le società
non solidali sono dominate dalla legge della giungla, in cui il forte mangia il
debole e si prende tutto ciò che era del soccombente, del vinto.
Nelle società solidali si vive meglio, ma fondare
la solidarietà come valore politico può essere problematico. Che cosa ci lega
agli altri per cui dobbiamo sentirci politicamente solidali a loro, vale a dire
legati al loro destino come se loro e noi fossimo un
unico corpo?
L’etnia, tradizioni culturali, le religioni, la lingua, certe convinzioni
politiche sono stati utilizzate come fattori generatori di solidarietà politica.
La nostra Costituzione prescrive di essere
solidali senza distinzione di sesso, di
razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali
e sociali (art.3 della Costituzione). E’ adatta al mondo nuovo in cui ci
troviamo a vivere, in cui l’umanità, per le sue relazioni a livello mondiale
che sole le consentono di sopravvivere tanto numerosa com’è diventata ai tempi
nostri, forma un corpo sociale solo, in cui il nostro destino dipende anche da
quello di persone nell’altra parte del globo.
In un mondo di tante religioni, di persone di
tante religioni che vengono a vivere molto vicine le une alle altre, per cui
nel nostro quartiere ci sono un chiesa
parrocchiale e una moschea a distanza di
trecento metri, una singola religione non è più fattore sufficiente di
solidarietà, nel senso che non basta più essere solidali solo con quelli della
propria fede.
Eppure, in fondo, la solidarietà è un valore
religioso, nel senso che, per funzionare, non può dipendere da come vanno le
cose in genere e dai rapporti di forza che si instaurano di volta in volta: deve
essere un valore assoluto, valido in ogni tempo e in ogni situazione. Nella
nostra fede siamo arrivati addirittura a concepire una solidarietà a livello
universale, a pensare a tutto il genere
umano come a un’unica famiglia, in cui ci si prende cura dei piccoli, dei
deboli e dei sofferenti e, comunque, gli uni degli altri. Ne parlarono così i
saggi dell’ultimo Concilio. Questo può essere il nostro contributo di persone
di fede nel mondo nuovo che si sta producendo intorno a noi.
Siamo arrivati a renderci conto del valore
politico della solidarietà, ma viviamo in società, quelle Occidentali, in cui
dagli anni ’80 la solidarietà ha meno corso. In un certo senso essa ha ripreso
ad essere un valore rivoluzionario. Quindi poi predicando, e soprattutto praticando, la solidarietà ci si può trovare impegnati in
lotte politiche. E’ stata l’esperienza storica del socialismo, che è un
movimento politico fortemente solidaristico. Ma è stato lo stesso anche per i
cattolico democratici.
La democrazia come la disegna la nostra
Costituzione è in polemica con la società esistente, lo disse Piero Calamandrei
(professore universitario di diritto e politico, 1889-1956). E lo è in
particolare per la sua impostazione solidaristica. Nelle società come realmente
sono tendono a prevalere i più forti ed esse sono quindi sempre bisognose di
riforma sociale se si vuole che si mantengano democratiche e solidali. La riforma sociale fatta contro i più forti richiede una lotta politica: quindi occorre essere consapevoli che la politica di solidarietà può essere anche un'esperienza conflittuale, richiederla. Nelle democrazie avanzate contemporanee queste lotte politiche si fanno senza ricorrere alla violenza: sono società in cui anche la pace è un valore che rientra nella solidarietà politica.
Non troviamo nelle Scritture sacre la
solidarietà come valore politico, così come non troviamo la democrazia. Si
tratta di conquiste culturali recenti. Vi troviamo però la compassione come
valore universale ed essa è alla base della solidarietà, anche di quella
politica. Però praticare la compassione come valore universale può essere un
problema in tempi in cui da noi giunge tanta gente nuova, trasformando il mondo
che ci era familiare. E se poi queste persone nuove non si sentissero tanto
solidali con noi? Eppure non vengono con le armi alla mano: vengono attirate
dalla solidarietà politica che, in particolare in Europa, abbiamo saputo
realizzare dal secondo dopoguerra, che significa anche sicurezza per le proprie
vite, lavoro dignitoso, educazione e vitto sufficienti, una casa per la propria
famiglia, libertà di manifestare la propria identità sessuale senza subire
discriminazioni. La sfida dei nostri tempi è riconoscere anche in tutti questi
altri che arrivano una comune umanità della quale avere compassione, per poi
progettare in politica una società solidale in grado di includerla.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli