L’Italia
è il Paese più clericale del mondo
L’altro giorno Avvenire, nel presentare la
lettera del Papa contro il clericalismo, ha fatto questo titolo: “Il Papa: no al clericalismo dei laici”.
A me pareva invece che il Papa avesse criticato il clericalismo dei preti.
Leggete quella lettera e giudicate voi.
“Non è mai
il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e
meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono
dire nei diversi ambiti.” “È illogico, e persino impossibile, pensare che noi
come pastori dovremmo avere il monopolio delle soluzioni per le molteplici
sfide che la vita contemporanea ci presenta. Al contrario, dobbiamo stare dalla
parte della nostra gente, accompagnandola nelle sue ricerche e stimolando
quell’immaginazione capace di rispondere alla problematica attuale. E questo
discernendo con la nostra gente e mai per la nostra gente o senza la nostra gente.”
Con chi ce l’aveva
Bergoglio, con i laici o con il clero?
La lettera è stata rivolta
al capo della Commissione pontificia per l’America Latina. Chissà se ne sarà
scritta una simile ai nostri vescovi? Certo, vale per tutti: proviene dal
nostro sovrano universale. Ma scriverla agli italiani…
L’Italia è il Paese più
clericale del mondo. Da noi sono clericali anche molti atei. Difficile, da noi,
trovare un ateo vero, di quelli a cui
dei preti non importa nulla e nemmeno della religione. Finiscono sempre per
argomentare tirando in mezzo i preti e la religione. Magari poi bestemmiano, ma alla fine con
qualche prete finiscono per intenerirsi. Da noi, negli ambienti più laici, nel senso di apertamente (e orgogliosamente)
non credenti, è anche diffuso un ingenuo
papismo.
Il clericalismo è concepire
la fede come cosa fondamentalmente da preti, per cui si debba sempre attendere,
prima di parlare e di fare, la spinta di un prete e comunque la sua approvazione.
Sì è spesso clericali anche tra
laici di fede nelle parrocchie, associazioni e movimenti, e non avendone abbastanza di
preti ordinati, a volte se ne costruiscono addirittura altri di complemento ai quali ci si sottomette acriticamente. Ecco allora gerarchie laicali in cui
tutto il potere viene dall’alto e in alto troviamo degli inamovibili, capi a
vita come i papi (altra cosa criticata dal Bergoglio tempo fa).
Il clericalismo, lo scrive
il Papa in quella lettera, si basa sulla separazione del clero dai laici: “Ci fa bene ricordare che la Chiesa non è
una élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi, ma che tutti formiano il
Santo Popolo fedele di Dio. Dimenticarci di ciò comporta vari rischi e
deformazioni nella nostra stessa esperienza, sia personale sia comunitaria, del
ministero che la Chiesa ci ha affidato.” Il prete, filosofo e teologo Antonio
Rosmini (1797-1855), agli inizi dell’Ottocento, ne parlò come di una piaga della Chiesa, nel suo Le sette piaghe della santa Chiesa, pubblicato nel 1848, ed ebbe
seri problemi disciplinari (alla fine però volevano farlo cardinale, ma lui non
accettò). A leggerlo oggi ci sembra piuttosto clericale, ma bisogna tener conto
del clima di polizia ideologica clericale in cui lo scrisse. Anche oggi alcuni
dicono che tra i preti non si fa
carriera senza essere clericali, almeno un po’. Senza avere qualche protettore
tra i gerarchi del clero.
Io sono venuto a contatto,
nella famiglia di mio padre, con un ambiente di persone di fede piuttosto
anticlericali, diciamo minimamente clericali (siamo in Italia del resto!).
Volevano bene ai preti, li aiutavano, li confortavano, ne erano amici e assidui
frequentatori, ma certamente non indulgevano ad atteggiamenti clericali. “Mario,
combatti il clericalismo”, fu l’appello, pronunciato ad alta voce, che mi fece,
salutandomi quando me ne andai, Lorenzo Bedeschi, storico del cristianesimo e
amico di famiglia, l’ultima volta che lo incontrai a Bologna. Mia zia Francesca
ci fece una fotografia che ho incorniciato e appeso in casa, in modo da aver
sempre presenti quelle parole.
In Italia essere
anticlericali appare sconveniente. Ci voleva un Papa per criticare apertamente
il clericalismo. Ma, se vuole sconfiggere il clericalismo, deve fare molto di
più, e solo lui può farlo. C’è da smontare la struttura feudale dell’organizzazione
del clero, un lavoro immane. Il clericalismo dipende da quello.
In Italia il pesante
apparato clericale dipende quasi totalmente dal bilancio dello Stato, che lo
rende autosufficiente dai laici di fede, dal popolo, il quale contribuisce in
maniera minima al sostegno economico di quell’organizzazione (nel 2013 circa 12
milioni di euro, in calo dal 2004). Questo flusso di denaro pubblico iniziò ancor
prima dell’unità d’Italia e della frattura tra il sovrano civile e quello religioso. L’essere economicamente
indipendente dal popolo consente al clero di essere apertamente clericale.
Allora, la prima riforma da fare, se si vuole un clero meno clericale, sarebbe
quella affidare la gestione di questo flusso di denaro pubblico, che ai tempi
nostri è di oltre un miliardo di euro all’anno, non comprimibile per nessuna
ragione, vadano come vadano le finanze dello stato, ad un organo in cui la
componente maggioritaria provenga da elezioni democratiche tra i fedeli. I
quali ultimi, tuttavia, sono, in genere, assolutamente impreparati a questo, essendo
stati formati di solito con una profonda diffidenza verso gli istituti democratici.
Ad esempio, nella nostra parrocchia a mia memoria non ricordo elezioni per il
Consiglio pastorale, ma correggetemi se sbaglio. Mi pare di capire che la
componente laicale di diritto, vale a
dire dei capi dei gruppi parrocchiali, e cooptata,
vale a dire nominata dal parroco, sia assolutamente prevalente. Ma, anche qui,
correggetemi se sbaglio. Come fare, con questi costumi, a combattere il
clericalismo? Certo che si è poi clericali!
Ecco che , allora, fare politica per un fedele può essere concepito un po’ come fare
il partito del Papa. Del resto la dottrina
sociale non scaturisce quasi solo da
lui? Quest’idea è in genere assecondata dalla gerarchia (anche se non più
apertamente proclamata dopo l’ultimo Concilio) perché il clero ha importanti
interessi politici propri in Italia: il flusso di denaro dal bilancio dello
stato, il proprio imponente patrimonio immobiliare, le questioni fiscali
collegate a quei beni e alle proprie imprese e molte altre questioni, non ultime quelle del potere dei vescovi nelle questioni sull’insegnamento religioso nella
scuola pubblica e della giurisdizione ecclesiastica sui matrimoni religiosi con
effetti civili. In un certo senso, negli anni passati, ha agito come un vero e
proprio partito politico, l’unico in Italia a non vedersi tagliato il
finanziamento pubblico.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli