venerdì 29 aprile 2016

L’Italia è il Paese più clericale del mondo

L’Italia è il Paese più clericale del mondo

 L’altro giorno Avvenire, nel presentare la lettera del Papa contro il clericalismo, ha fatto questo titolo: “Il Papa: no al clericalismo dei laici”. A me pareva invece che il Papa avesse criticato il clericalismo dei preti. Leggete quella lettera e giudicate voi.
 “Non è mai il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti.” “È illogico, e persino impossibile, pensare che noi come pastori dovremmo avere il monopolio delle soluzioni per le molteplici sfide che la vita contemporanea ci presenta. Al contrario, dobbiamo stare dalla parte della nostra gente, accompagnandola nelle sue ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alla problematica attuale. E questo discernendo con la nostra gente e mai per la nostra gente o senza la nostra gente.”  Con chi ce l’aveva Bergoglio, con i laici o con il clero?
  La lettera è stata rivolta al capo della Commissione pontificia per l’America Latina. Chissà se ne sarà scritta una simile ai nostri vescovi? Certo, vale per tutti: proviene dal nostro sovrano universale. Ma scriverla agli italiani…
 L’Italia è il Paese più clericale del mondo. Da noi sono clericali anche molti atei. Difficile, da noi, trovare un ateo vero, di quelli a cui dei preti non importa nulla e nemmeno della religione. Finiscono sempre per argomentare tirando in mezzo i preti e la religione. Magari poi bestemmiano, ma alla fine con qualche prete finiscono per intenerirsi. Da noi, negli ambienti più laici,  nel senso di apertamente (e orgogliosamente) non credenti,  è anche diffuso un ingenuo papismo.
 Il clericalismo è concepire la fede come cosa fondamentalmente da preti, per cui si debba sempre attendere, prima di parlare e di fare, la spinta di un prete e comunque la sua approvazione.
 Sì è spesso clericali anche tra laici di fede nelle parrocchie, associazioni e movimenti, e non avendone abbastanza di preti ordinati, a volte se ne costruiscono addirittura altri di complemento ai quali ci si sottomette acriticamente. Ecco allora gerarchie laicali in cui tutto il potere viene dall’alto e in alto troviamo degli inamovibili, capi a vita come i papi (altra cosa criticata dal Bergoglio tempo fa).
 Il clericalismo, lo scrive il Papa in quella lettera, si basa sulla separazione del clero dai laici: “Ci fa bene ricordare che la Chiesa non è una élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi, ma che tutti formiano il Santo Popolo fedele di Dio. Dimenticarci di ciò comporta vari rischi e deformazioni nella nostra stessa esperienza, sia personale sia comunitaria, del ministero che la Chiesa ci ha affidato.” Il prete, filosofo e teologo Antonio Rosmini (1797-1855), agli inizi dell’Ottocento, ne parlò come di una piaga  della Chiesa, nel suo Le sette piaghe della santa Chiesa, pubblicato nel 1848, ed ebbe seri problemi disciplinari (alla fine però volevano farlo cardinale, ma lui non accettò). A leggerlo oggi ci sembra piuttosto clericale, ma bisogna tener conto del clima di polizia ideologica clericale in cui lo scrisse. Anche oggi alcuni dicono che tra  i preti non si fa carriera senza essere clericali, almeno un po’. Senza avere qualche protettore tra i gerarchi del clero.
  Io sono venuto a contatto, nella famiglia di mio padre, con un ambiente di persone di fede piuttosto anticlericali, diciamo minimamente clericali (siamo in Italia del resto!). Volevano bene ai preti, li aiutavano, li confortavano, ne erano amici e assidui frequentatori, ma certamente non indulgevano ad atteggiamenti clericali. “Mario, combatti il clericalismo”, fu l’appello, pronunciato ad alta voce, che mi fece, salutandomi quando me ne andai, Lorenzo Bedeschi, storico del cristianesimo e amico di famiglia, l’ultima volta che lo incontrai a Bologna. Mia zia Francesca ci fece una fotografia che ho incorniciato e appeso in casa, in modo da aver sempre presenti quelle parole.
 In Italia essere anticlericali appare sconveniente. Ci voleva un Papa per criticare apertamente il clericalismo. Ma, se vuole sconfiggere il clericalismo, deve fare molto di più, e solo lui può farlo. C’è da smontare la struttura feudale dell’organizzazione del clero, un lavoro immane. Il clericalismo dipende da quello.
 In Italia il pesante apparato clericale dipende quasi totalmente dal bilancio dello Stato, che lo rende autosufficiente dai laici di fede, dal popolo, il quale contribuisce in maniera minima al sostegno economico di quell’organizzazione (nel 2013 circa 12 milioni di euro, in calo dal 2004).  Questo flusso di denaro pubblico iniziò ancor prima dell’unità d’Italia e della frattura tra il sovrano civile  e quello religioso. L’essere economicamente indipendente dal popolo consente al clero di essere apertamente clericale. Allora, la prima riforma da fare, se si vuole un clero meno clericale, sarebbe quella affidare la gestione di questo flusso di denaro pubblico, che ai tempi nostri è di oltre un miliardo di euro all’anno, non comprimibile per nessuna ragione, vadano come vadano le finanze dello stato, ad un organo in cui la componente maggioritaria provenga da elezioni democratiche tra i fedeli. I quali ultimi, tuttavia, sono, in genere,  assolutamente impreparati a questo, essendo stati formati di solito con una profonda diffidenza verso gli istituti democratici. Ad esempio, nella nostra parrocchia a mia memoria non ricordo elezioni per il Consiglio pastorale, ma correggetemi se sbaglio. Mi pare di capire che la componente laicale di diritto, vale a dire dei capi dei gruppi parrocchiali, e cooptata, vale a dire nominata dal parroco, sia assolutamente prevalente. Ma, anche qui, correggetemi se sbaglio. Come fare, con questi costumi, a combattere il clericalismo? Certo che si è poi clericali!
 Ecco che , allora, fare politica  per un fedele può essere concepito un po’ come  fare il partito del Papa. Del resto la dottrina sociale  non scaturisce quasi solo da lui? Quest’idea è in genere assecondata dalla gerarchia (anche se non più apertamente proclamata dopo l’ultimo Concilio) perché il clero ha importanti interessi politici propri in Italia: il flusso di denaro dal bilancio dello stato, il proprio imponente patrimonio immobiliare, le questioni fiscali collegate a quei beni e alle proprie imprese e molte altre questioni, non ultime quelle del potere dei vescovi nelle questioni sull’insegnamento religioso nella scuola pubblica e della giurisdizione ecclesiastica sui matrimoni religiosi con effetti civili. In un certo senso, negli anni passati, ha agito come un vero e proprio partito politico, l’unico in Italia a non vedersi tagliato il finanziamento pubblico.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli