Lettera
di papa Francesco contro il clericalismo e per il riconoscimento del valore
religioso dell’impegno civile dei laici, diffusa il 26-4-16
Per la sua eccezionale rilevanza, pubblico di
seguito la lettera scritta recentemente da papa Francesco al Presidente della
Pontificia Commissione per l’America Latina e diffusa ieri. In essa si critica
il clericalismo e si auspica un maggiore riconoscimento del valore religioso
dell’impegno civile dei laici, anche mediante una specifica azione di
formazione (la pastorale popolare).
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
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Lettera del Santo Padre al Presidente della Pontificia Commissione per
l’America Latina, 26.04.2016
A Sua
Eminenza il Cardinale
Marc Armand Ouellet, P.S.S.
Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina
Eminenza,
Al termine dell’incontro
della Commissione per l’America Latina e i Caraibi ho avuto l’opportunità
d’incontrare tutti i partecipanti dell’assemblea, nella quale si sono scambiati
idee e impressioni sulla partecipazione pubblica del laicato alla vita dei
nostri popoli.
Vorrei riportare quanto è stato condiviso in quell’incontro e
proseguire qui la riflessione vissuta in quei giorni, affinché lo spirito di discernimento
e di riflessione “non cada nel vuoto”; affinché ci aiuti e continui a spronare
a servire meglio il Santo Popolo fedele di Dio.
È proprio da questa
immagine che mi piacerebbe partire per la nostra riflessione sull’attività
pubblica dei laici nel nostro contesto latinoamericano. Evocare il Santo Popolo
fedele di Dio è evocare l’orizzonte al quale siamo invitati a guardare e dal
quale riflettere. È al Santo Popolo fedele di Dio che come pastori siamo
continuamente invitati a guardare, proteggere, accompagnare, sostenere e
servire. Un padre non concepisce se stesso senza i suoi figli. Può essere un
ottimo lavoratore, professionista, marito, amico, ma ciò che lo fa padre ha un
volto: sono i suoi figli. Lo stesso succede a noi, siamo pastori. Un pastore
non si concepisce senza un gregge, che è chiamato a servire. Il pastore è
pastore di un popolo, e il popolo lo si serve dal di dentro. Molte volte si va
avanti aprendo la strada, altre si torna sui propri passi perché nessuno
rimanga indietro, e non poche volte si sta nel mezzo per sentire bene il
palpitare della gente.
Guardare al Santo Popolo
fedele di Dio e sentirci parte integrale dello stesso ci posiziona nella vita,
e pertanto nei temi che trattiamo, in maniera diversa. Questo ci aiuta a non cadere
in riflessioni che possono, di per sé, esser molto buone, ma che finiscono con
l’omologare la vita della nostra gente o con il teorizzare a tal punto che la
speculazione finisce coll’uccidere l’azione. Guardare continuamente al Popolo
di Dio ci salva da certi nominalismi dichiarazionisti (slogan) che sono belle
frasi ma che non riescono a sostenere la vita delle nostre comunità. Per
esempio, ricordo ora la famosa frase: “è
l’ora dei laici” ma sembra che l’orologio si sia fermato.
Guardare al Popolo di Dio è ricordare che tutti facciamo il nostro
ingresso nella Chiesa come laici. Il primo sacramento, quello che sugella per
sempre la nostra identità, e di cui dovremmo essere sempre orgogliosi, è il
battesimo. Attraverso di esso e con l’unzione dello Spirito Santo,
(i fedeli) “vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio
santo” (Lumen gentium, n. 10). La
nostra prima e fondamentale consacrazione affonda le sue radici nel nostro
battesimo. Nessuno è stato battezzato prete né vescovo. Ci hanno battezzati
laici ed è il segno indelebile che nessuno potrà mai cancellare. Ci fa bene ricordare che la Chiesa non è
una élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi, ma che tutti formiano il
Santo Popolo fedele di Dio. Dimenticarci di ciò comporta vari rischi e
deformazioni nella nostra stessa esperienza, sia personale sia comunitaria, del
ministero che la Chiesa ci ha affidato. Siamo, come sottolinea bene il
concilio Vaticano II, il Popolo di Dio, la cui identità è “la dignità e la
libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in
un tempio” (Lumen gentium, n. 9). Il Santo Popolo fedele di Dio è unto
con la grazia dello Spirito Santo, e perciò, al momento di riflettere, pensare,
valutare, discernere, dobbiamo essere molto attenti a questa unzione.
Devo al contempo
aggiungere un altro elemento che considero frutto di un modo sbagliato di
vivere l’ecclesiologia proposta dal Vaticano II. Non possiamo riflettere sul tema del laicato ignorando una delle
deformazioni più grandi che l’America Latina deve affrontare – e a cui vi
chiedo di rivolgere un’attenzione particolare –, il clericalismo. Questo
atteggiamento non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a
sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto
nel cuore della nostra gente. Il clericalismo porta a una omologazione del
laicato; trattandolo come “mandatario” limita le diverse iniziative e sforzi e,
oserei dire, le audacie necessarie per poter portare la Buona Novella del
Vangelo a tutti gli ambiti dell’attività sociale e soprattutto politica. Il
clericalismo, lungi dal dare impulso ai diversi contributi e proposte, va
spegnendo poco a poco il fuoco profetico di cui l’intera Chiesa è chiamata a
rendere testimonianza nel cuore dei suoi popoli. Il clericalismo dimentica che
la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il popolo
di Dio (cfr. Lumen gentium,
nn. 9-14), e non solo a pochi eletti e illuminati.
C’è un fenomeno molto interessante che si è prodotto nella nostra
America Latina e che desidero citare qui: credo che sia uno dei pochi spazi in
cui il Popolo di Dio è stato libero dall’influenza del clericalismo: mi
riferisco alla pastorale popolare. È
stato uno dei pochi spazi in cui il popolo (includendo i suoi pastori) e lo
Spirito Santo si sono potuti incontrare senza il clericalismo che cerca di
controllare e di frenare l’unzione di Dio sui suoi. Sappiamo che la
pastorale popolare, come ha ben scritto Paolo VI nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, “ha
certamente i suoi limiti. È frequentemente aperta alla penetrazione di molte
deformazioni della religione”, ma prosegue, “se è ben orientata, soprattutto
mediante una pedagogia di evangelizzazione, è ricca di valori. Essa manifesta
una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere; rende capaci
di generosità e di sacrificio fino all'eroismo, quando si tratta di manifestare
la fede; comporta un senso acuto degli attributi profondi di Dio: la paternità,
la provvidenza, la presenza amorosa e costante; genera atteggiamenti interiori
raramente osservati altrove al medesimo grado: pazienza, senso della croce
nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione. A motivo di
questi aspetti, Noi la chiamiamo volentieri ‘pietà popolare’, cioè religione
del popolo, piuttosto che religiosità… Ben orientata, questa religiosità
popolare può essere sempre più, per le nostre masse popolari, un vero incontro
con Dio in Gesù Cristo” (n. 48). Papa Paolo VI usa un’espressione che ritengo
fondamentale, la fede del nostro popolo, i suoi orientamenti, ricerche,
desideri, aneliti, quando si riescono ad ascoltare e a orientare, finiscono col
manifestarci una genuina presenza dello Spirito. Confidiamo nel nostro Popolo,
nella sua memoria e nel suo “olfatto”, confidiamo che lo Spirito Santo agisce
in e con esso, e che questo Spirito non è solo “proprietà” della gerarchia
ecclesiale.
Ho preso questo esempio
della pastorale popolare come chiave ermeneutica che ci può aiutare a capire
meglio l’azione che si genera quando il Santo Popolo fedele di Dio prega e
agisce. Un’azione che non resta legata
alla sfera intima della persona ma che, al contrario, si trasforma in cultura;
“una cultura popolare evangelizzata contiene valori di fede e di solidarietà
che possono provocare lo sviluppo di una società più giusta e credente, e
possiede una sapienza peculiare che bisogna saper riconoscere con uno sguardo
colmo di gratitudine” (Evangelii gaudium, n. 68).
Allora, da qui possiamo
domandarci: che cosa significa il fatto che i laici stiano lavorando nella vita
pubblica?
Oggigiorno molte nostre
città sono diventate veri luoghi di sopravvivenza. Luoghi in cui sembra essersi
insediata la cultura dello scarto, che lascia poco spazio alla speranza. Lì
troviamo i nostri fratelli, immersi in queste lotte, con le loro famiglie, che
cercano non solo di sopravvivere, ma che, tra contraddizioni e ingiustizie,
cercano il Signore e desiderano rendergli testimonianza. Che cosa significa per
noi pastori il fatto che i laici stiano lavorando nella vita pubblica?
Significa cercare il modo per poter incoraggiare, accompagnare e stimolare
tutti i tentativi e gli sforzi che oggi già si fanno per mantenere viva la
speranza e la fede in un mondo pieno di contraddizioni, specialmente per i più
poveri, specialmente con i più poveri. Significa, come pastori, impegnarci in
mezzo al nostro popolo e, con il nostro popolo, sostenere la fede e la sua
speranza. Aprendo porte, lavorando con lui, sognando con lui, riflettendo e
soprattutto pregando con lui. “Abbiamo bisogno di riconoscere la città” – e
pertanto tutti gli spazi dove si svolge la vita della nostra gente - “a partire
da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che
abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze… Egli vive tra i
cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di
verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta,
svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero” (Evangelii
gaudium, n. 71). Non è mai il
pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e
meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono
dire nei diversi ambiti. Come pastori, uniti al nostro popolo, ci fa bene
domandarci come stiamo stimolando e promuovendo la carità e la fraternità, il
desiderio del bene, della verità e della giustizia. Come facciamo a far sì che
la corruzione non si annidi nei nostri cuori.
Molte volte siamo caduti nella tentazione di pensare che il laico
impegnato sia colui che lavora nelle opere della Chiesa e/o nelle cose della
parrocchia o della diocesi, e abbiamo riflettuto poco su come accompagnare un
battezzato nella sua vita pubblica e quotidiana; su come, nella sua attività
quotidiana, con le responsabilità che ha, s’impegna come cristiano nella vita
pubblica. Senza rendercene conto, abbiamo generato una élite laicale credendo
che sono laici impegnati solo quelli che lavorano in cose “dei preti”, e abbiamo
dimenticato, trascurandolo, il credente che molte volte brucia la sua speranza
nella lotta quotidiana per vivere la fede. Sono queste le situazioni che il
clericalismo non può vedere, perché è più preoccupato a dominare spazi che a
generare processi. Dobbiamo pertanto riconoscere che il laico per la sua
realtà, per la sua identità, perché immerso nel cuore della vita sociale,
pubblica e politica, perché partecipe di forme culturali che si generano
costantemente, ha bisogno di nuove forme di organizzazione e di celebrazione
della fede. I ritmi attuali sono tanto diversi (non dico migliori o
peggiori) di quelli che si vivevano trent’anni fa! “Ciò richiede di immaginare
spazi di preghiera e di comunione con caratteristiche innovative, più attraenti
e significative per le popolazioni urbane” (Evangelii gaudium, n. 73). È illogico, e persino impossibile, pensare
che noi come pastori dovremmo avere il monopolio delle soluzioni per le
molteplici sfide che la vita contemporanea ci presenta. Al contrario, dobbiamo
stare dalla parte della nostra gente, accompagnandola nelle sue ricerche e
stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alla problematica attuale.
E questo discernendo con la nostra gente e mai per la nostra gente o senza la
nostra gente. Come direbbe sant’Ignazio, “secondo le necessità di luoghi,
tempi e persone”. Ossia non uniformando.
Non si possono dare direttive generali per organizzare il popolo di Dio
all’interno della sua vita pubblica. L’inculturazione è un processo che noi
pastori siamo chiamati a stimolare, incoraggiando la gente a vivere la propria
fede dove sta e con chi sta. L’inculturazione è imparare a scoprire come una
determinata porzione del popolo di oggi, nel qui e ora della storia, vive,
celebra e annuncia la propria fede. Con un’identità particolare e in base ai
problemi che deve affrontare, come pure con tutti i motivi che ha per
rallegrarsi. L’inculturazione è un lavoro artigianale e non una fabbrica per la
produzione in serie di processi che si dedicherebbero a “fabbricare mondi o
spazi cristiani”.
Nel nostro popolo ci viene
chiesto di custodire due memorie. La memoria di Gesù Cristo e la memoria dei
nostri antenati. La fede, l’abbiamo ricevuta, è stato un dono che ci è giunto
in molti casi dalle mani delle nostre madri, delle nostre nonne. Loro sono
state la memoria viva di Gesù Cristo all’interno delle nostre case. È stato nel
silenzio della vita familiare che la maggior parte di noi ha imparato a
pregare, ad amare, a vivere la fede. È stato all’interno di una vita familiare,
che ha poi assunto la forma di parrocchia, di scuola e di comunità, che la fede
è giunta alla nostra vita e si è fatta carne. È stata questa fede semplice ad
accompagnarci molte volte nelle diverse vicissitudini del cammino. Perdere la
memoria è sradicarci dal luogo da cui veniamo e quindi non sapere neanche dove
andiamo. Questo è fondamentale, quando sradichiamo un laico dalla sua fede, da
quella delle sue origini; quando lo sradichiamo dal Santo Popolo fedele di Dio,
lo sradichiamo dalla sua identità battesimale e così lo priviamo della grazia
dello Spirito Santo. Lo stesso succede a noi quando ci sradichiamo come pastori
dal nostro popolo, ci perdiamo. Il nostro ruolo, la nostra gioia, la gioia del
pastore, sta proprio nell’aiutare e nello stimolare, come hanno fatto molti
prima di noi, madri, nonne e padri, i veri protagonisti della storia. Non per
una nostra concessione di buona volontà, ma per diritto e statuto proprio. I laici sono parte del Santo Popolo fedele
di Dio e pertanto sono i protagonisti della Chiesa e del mondo; noi siamo
chiamati a servirli, non a servirci di loro.
Nel mio recente viaggio in
terra messicana ho avuto l’opportunità di stare da solo con la Madre,
lasciandomi guardare da lei. In quello spazio di preghiera, le ho potuto presentare
anche il mio cuore di figlio. In quel momento c’eravate anche voi con le vostre
comunità. In quel momento di preghiera, ho chiesto a Maria di non smettere di
sostenere, come ha fatto con la prima comunità, la fede del nostro popolo. Che
la Vergine Santa interceda per voi, vi custodisca e vi accompagni sempre!
Dal Vaticano, 19 marzo 2016
FRANCESCO