lunedì 11 aprile 2016

La fine dell’ultima guerra di religione

La fine dell’ultima guerra di religione

 [Dal Libro dell’incontro, a cura di Guido Bertagna, Adolfo Ceretti, Claudia Mazzucato, Il Saggiatore,  2014, €22,00. Richiede una cultura di livello universitario e una familiarità con il dialogo praticato]

 Certo, esisteva già, e da millenni, l’esperienza umana del conflitto e della guerra, dell’inimicizia e della violenza, del male e della colpa, del tradimento e della cecità ideologica. Esistevano la vita e la morte, il dolore e la gioia, la perdita e la nostalgia. Esistevano il desiderio della pace, l’aspirazione alla giustizia, l’amore esemplare per il nemico. Ma, come moltissimi esseri umani, avevamo ignorato, dimenticato o trascurato l’importanza “costitutiva” di queste dimensioni originarie, presi dal vano tentativo di giudicare, capire e risolvere oggi i nostri acuti e sofferti problemi. Le grandi narrazioni dell’umanità sono, dunque, venute a scuoterci e poi a soccorrerci, conducendoci nei luoghi-non luoghi del riconoscimento e della comunanza e dell’universale. La letteratura, la poesia, la musica, il cinema ci hanno accompagnato. E’ capitato così che fosse innanzitutto la narrazione biblica, accostata in modo rigoroso, scientifico e laico, a offrirci -grazie anche alla competenza di alcuni di noi - un racconto in cui ritrovarsi e un insieme di personaggi contraddittori e figure profetiche capaci di sorprenderci con la forza della loro esemplarità. In queste personalità e nelle loro storie abbiamo rinvenuto i primi mediatori: abilissimi nel riuscire a dare la parola dell’inenarrabile, maestri nel suscitare  intuizioni attorno alla grande domanda senza risposta, straordinari nell’aprire varchi dialogici al di là delle memorie incommensurabili e oltre i tragici fatti storici che hanno unito-e-diviso le persone che danno “vita”, in senso stretto, alle pagine che stringete tra le mani.

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 Il Libro dell’incontro, pubblicato l’anno scorso, racconta un’esperienza di vita che ha condotto vittime e parenti di vittime delle violenze a sfondo politico degli anni ‘70/’80 a incontrare gli autori di quelle violenze, al di fuori di qualsiasi procedura giudiziaria, sia di accertamento di reati che di esecuzione di pene, per riparare  lesioni dolorose che gli uni e gli altri capivano essersi prodotte nella loro umanità. Tra i mediatori  di quell’incontro anche alcune persone di fede. Anzi, quel tipo di esperienza trova i precursori, a metà degli anni ’80, proprio in ambienti di fede. Essa potrebbe, forse, essere utilmente ripetuta ora che nelle nostre collettività di fede potrebbe concludersi la vera e propria guerra di religione, l’ultima che le ha travagliate dopo la stagione della persecuzione dei  modernisti  a inizio Novecento, combattuta proprio a partire del medesimo periodo storico in cui iniziarono a manifestarsi quelle violenze a cui gli incontri  narrati in quel libro hanno voluto riparare.
 L’occasione per riparare il tessuto umano profondamente leso da quei contrasti potrebbe essere la diffusione dell’ultima esortazione apostolica del papa Bergoglio, la Gioia dell’amore.  E’ fondamentalmente questo il fine che essa si propone.
  Può, infatti, una congrega di vegliardi che si sono negati ideologicamente l’amore coniugale, come i partecipanti con diritto di voto all’ultimo sinodo sulla famiglia, insegnare veramente a noi coniugi di fede qualcosa sull’amore coniugale? Loro che di certe esperienze di vita sanno per averne sentito dire  e per averle osservate dall’esterno? Di solito quello che insegnano e raccomandano  ci appare poco sostenibile in una relazione di amore coniugale, nel senso che è poco praticabile, e soprattutto poco realistico, sia quando di certe esperienze umane diffidano, sia quando le esaltano.  In un certo senso sono ancora a lezione da noi coniugi di fede e, faticosamente, volenterosamente, cercano di smussare le spine della loro presuntuosa, antica, antiquata e obsoleta teologia, frutto di millenarie incomprensioni ed estremismi, perché ci faccia meno male. Quello che sicuramente compete loro è di porre fine a quell’ultima guerra di religione di cui dicevo, che si è scatenata prendendo a pretesto proprio le loro parole, i loro insegnamenti. Solo loro possono farlo, secondo le regole da loro stessi create. Ma possono insegnarci la via della misericordia reciproca solo se inizieranno essi stessi a praticarla.
  Quando è iniziato tutto?
  E’ iniziato verso la fine degli anni Sessanta.
  Nei contrasti vivissimi tra  conciliari   e  anticonciliari, tra fautori delle idee promosse  dai saggi dell’ultimo Concilio ecumenico e quelli del modo di vivere la fede che era stato maggioritario e raccomandato fino agli anni Cinquanta, non potevano avere più corso, per il divieto fatto nei documenti conciliari, i vecchi argomenti  antimodernisti, basati su accuse di eresia a chiunque proponesse e praticasse una fede religiosa dialogante e  aperta  al nuovo. Ma, nel vecchio corso, la stabilità del potere religioso si era mantenuta fondamentalmente escludendo i dissenzienti, con un lavoro di dura polizia  e pulizia ideologica. La famiglia divenne il campo in cui mantenere quel metodo di potere religioso, per selezionare obbedienti  e  disobbedienti, escludendo questi ultimi, senza incorrere nell’accusa di fondamentalismo anticonciliare. In questo hanno fatto scuola correnti di pensiero originate nella Spagna franchista, la cui ideologia familiare, patriarcale, maschilista, autoritaria, corrispondeva a quella del fascismo storico italiano al tempo del compromesso concluso con i nostri capi religiosi. L’ideologia familiare fascista ha profondamente segnato generazioni di italiani di fede, fino ai nonni degli attuali trentanni. Coloro  che erano disposti a seguire quel modello familiare corrispondevano grosso modo a quelli che si opponevano alle aperture conciliari in materia sociale e, soprattutto, in materia di  democrazia politica. Sulla base di come e con chi  si faceva l’amore si poteva continuare a selezionare  la gente di fede per escluderne la porzione sgradita senza rischiare accuse di fondamentalismo. Non occorrevano esami di catechismo, bastava guardare chi uno o una si sceglieva come coniuge, come manifestava in società la propria unione, con atti formali o per vie di fatto,  quanti figli decideva di avere, come manifestava di regolare la propria fertilità. Non sposarsi in chiesa, risposarsi dopo un matrimonio fallito, avere meno di tre figli, comportavano, in quest’ottica, una sconfessione, una accusa implicita di infedeltà e di eresia pratica, ed anche l’accusa, tremenda, di partecipare ad uno  scisma  silente. Per questa via si sono anche silenziati, emarginandoli, i teologi che criticavano questa impostazione, anche in questo caso senza rischiare accuse di fondamentalismo reazionario anticonciliare. Per questa via si è tentata una controriforma spingendo una parte del popolo di fede contro un’altra. In alcune realtà questa guerra è stata spinta alle estreme conseguenze e se ne possono osservare gli effetti devastanti. Per nostra buona sorte, in Italia si tratta di esperienze tutto sommato rare, ma c’è chi vi si è trovato dolorosamente coinvolto. Se si segue questa impostazione una collettività religiosa può progressivamente svuotarsi della gente di fede, riducendosi veramente a un irrilevante resto  di  puri e duri, paradossalmente in un mondo intorno in cui, come ci segnalano i sociologi, sta invece aumentando la domanda religiosa, l’interesse per le questioni della fede.  
  L’ultima esortazione apostolica del papa Francesco priva di una legittimazione religiosa quella guerra di religione e pone le premesse per un percorso riparativo, di riconciliazione, il cui inizio, penso non a caso, è stato fatto coincidere con un anno giubilare dedicato alla misericordia. Ma non sarà facile praticarlo, soprattutto nelle realtà più travagliate da quella sorta di pulizia ideologica su base familiare di cui dicevo. Da una parte, quella di chi è rimasto dentro, la diffidenza è fortissima e dall’altra, quella di chi è stato spinto fuori, lo sono il risentimento e la voglia di rivalsa. Quanto dolore è stato inutilmente provocato! Riusciranno i primi a far posto agli altri? E questi ultimi ad accettare di non farsi a loro volta persecutori di quegli altri, aggiungendo dolore a dolore? Si riuscirà a riprendere a volersi veramente bene? C’è chi ne dispera e allora se ne va e cerca di trovare chi la pensa come lui e di vivere lì. Questo aggrava sempre di più il problema. Lo si è osservato nell’ultimo incontro del ciclo Immìschiati  sul bene comune. Ognuno dovrebbe cercare di fare la sua parte per superare la divisione, invece di rinunciare e di andarsene rendendo più profonda la frattura del tessuto sociale.
 Occorrono mediatori, come in quel percorso di giustizia riparativa, a cui ho accennato all’inizio. Nella nostra cultura religiosa, in cui si sono volute trovare le ragioni dei contrasti, possiamo trovare anche le vie della riconciliazione. Ce lo insegnano i protagonisti degli  incontri  di quel libro che ho citato all’inizio. Bisognerebbe infatti riprendere a incontrarsi senza paraocchi, avvicinando le esperienza umane degli altri al di fuori di quella guerra di religione di cui sono finalmente crollati i fondamenti ideologici e teologici. Potremmo prendere spunti ed esempi da quel percorso di riconciliazione umana narrato in quel libro. Essa, la riconciliazione umana, è la premessa di tutto. Non basteranno infatti solo aggiustamenti catechetici, che pure si presentano come urgentissimi, soprattutto nel campo dei giovani dell’età dei primi amori, quelli del post Cresima, e di coloro che progettano o già vivono unioni coniugali.
  Mi sono tenuto sulle generali, proprio nell’ottica di una riparazione conciliativa, ma forse alcuni che leggono hanno capito che non ho scritto di cose tanto lontane da alcune esperienze fatte da noi, alle Valli.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli