La fine dell’ultima
guerra di religione
[Dal Libro
dell’incontro, a cura di Guido Bertagna, Adolfo Ceretti, Claudia Mazzucato,
Il Saggiatore, 2014, €22,00. Richiede una cultura di livello
universitario e una familiarità con il dialogo praticato]
Certo, esisteva già, e da millenni, l’esperienza
umana del conflitto e della guerra, dell’inimicizia e della violenza, del male
e della colpa, del tradimento e della cecità ideologica. Esistevano la vita e
la morte, il dolore e la gioia, la perdita e la nostalgia. Esistevano il
desiderio della pace, l’aspirazione alla giustizia, l’amore esemplare per il
nemico. Ma, come moltissimi esseri umani, avevamo ignorato, dimenticato o
trascurato l’importanza “costitutiva” di queste dimensioni originarie, presi dal
vano tentativo di giudicare, capire e risolvere oggi i nostri acuti e sofferti
problemi. Le grandi narrazioni dell’umanità sono, dunque, venute a scuoterci e
poi a soccorrerci, conducendoci nei luoghi-non luoghi del riconoscimento e
della comunanza e dell’universale. La letteratura, la poesia, la musica, il
cinema ci hanno accompagnato. E’ capitato così che fosse innanzitutto la
narrazione biblica, accostata in modo rigoroso, scientifico e laico, a offrirci
-grazie anche alla competenza di alcuni di noi - un racconto in cui ritrovarsi
e un insieme di personaggi contraddittori e figure profetiche capaci di
sorprenderci con la forza della loro esemplarità. In queste personalità e nelle
loro storie abbiamo rinvenuto i primi mediatori: abilissimi nel riuscire a dare
la parola dell’inenarrabile, maestri nel suscitare intuizioni attorno alla grande domanda senza
risposta, straordinari nell’aprire varchi dialogici al di là delle memorie
incommensurabili e oltre i tragici fatti storici che hanno unito-e-diviso le
persone che danno “vita”, in senso stretto, alle pagine che stringete tra le
mani.
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Il Libro
dell’incontro, pubblicato l’anno scorso, racconta un’esperienza di vita che
ha condotto vittime e parenti di vittime delle violenze a sfondo politico degli
anni ‘70/’80 a incontrare gli autori di quelle violenze, al di fuori di
qualsiasi procedura giudiziaria, sia di accertamento di reati che di esecuzione
di pene, per riparare lesioni dolorose che gli uni e gli altri
capivano essersi prodotte nella loro umanità. Tra i mediatori di quell’incontro
anche alcune persone di fede. Anzi, quel tipo di esperienza trova i precursori,
a metà degli anni ’80, proprio in ambienti di fede. Essa potrebbe, forse,
essere utilmente ripetuta ora che nelle nostre collettività di fede potrebbe
concludersi la vera e propria guerra di religione, l’ultima che le ha
travagliate dopo la stagione della persecuzione dei modernisti a inizio Novecento, combattuta proprio a
partire del medesimo periodo storico in cui iniziarono a manifestarsi quelle
violenze a cui gli incontri narrati in quel libro hanno voluto riparare.
L’occasione per riparare il tessuto umano profondamente leso da quei contrasti
potrebbe essere la diffusione dell’ultima esortazione apostolica del papa
Bergoglio, la Gioia dell’amore. E’ fondamentalmente questo il fine che essa si
propone.
Può, infatti, una congrega di vegliardi che si sono negati ideologicamente
l’amore coniugale, come i partecipanti con diritto di voto all’ultimo sinodo
sulla famiglia, insegnare veramente a noi coniugi di fede qualcosa sull’amore
coniugale? Loro che di certe esperienze di vita sanno per averne sentito dire e per averle
osservate dall’esterno? Di solito quello che insegnano e raccomandano ci appare poco sostenibile in una relazione di amore coniugale, nel senso che è
poco praticabile, e soprattutto poco
realistico, sia quando di certe esperienze umane diffidano, sia quando le
esaltano. In un certo senso sono ancora
a lezione da noi coniugi di fede e, faticosamente, volenterosamente, cercano di
smussare le spine della loro presuntuosa, antica, antiquata e obsoleta
teologia, frutto di millenarie incomprensioni ed estremismi, perché ci faccia
meno male. Quello che sicuramente compete loro è di porre fine a quell’ultima
guerra di religione di cui dicevo, che si è scatenata prendendo a pretesto
proprio le loro parole, i loro insegnamenti. Solo loro possono farlo, secondo
le regole da loro stessi create. Ma possono insegnarci la via della
misericordia reciproca solo se inizieranno essi stessi a praticarla.
Quando è iniziato tutto?
E’ iniziato verso la fine degli anni Sessanta.
Nei contrasti vivissimi tra conciliari
e anticonciliari, tra fautori
delle idee promosse dai saggi dell’ultimo
Concilio ecumenico e quelli del modo di vivere la fede che era stato
maggioritario e raccomandato fino agli anni Cinquanta, non potevano avere più
corso, per il divieto fatto nei documenti conciliari, i vecchi argomenti antimodernisti, basati su accuse di eresia a chiunque proponesse e
praticasse una fede religiosa dialogante
e aperta al nuovo. Ma, nel vecchio corso, la stabilità
del potere religioso si era mantenuta fondamentalmente escludendo i
dissenzienti, con un lavoro di dura polizia
e pulizia ideologica. La
famiglia divenne il campo in cui mantenere quel metodo di potere religioso, per
selezionare obbedienti e disobbedienti, escludendo questi ultimi,
senza incorrere nell’accusa di fondamentalismo anticonciliare. In questo hanno
fatto scuola correnti di pensiero originate nella Spagna franchista, la cui
ideologia familiare, patriarcale, maschilista, autoritaria, corrispondeva a
quella del fascismo storico italiano al tempo del compromesso concluso con i
nostri capi religiosi. L’ideologia familiare fascista ha profondamente segnato
generazioni di italiani di fede, fino ai nonni degli attuali trentanni. Coloro che erano disposti a seguire quel modello
familiare corrispondevano grosso modo a quelli che si opponevano alle aperture
conciliari in materia sociale e, soprattutto, in materia di democrazia politica. Sulla base di come e con
chi si faceva l’amore si poteva
continuare a selezionare la gente di fede per escluderne la porzione
sgradita senza rischiare accuse di fondamentalismo. Non occorrevano esami di catechismo,
bastava guardare chi uno o una si sceglieva come coniuge, come manifestava in
società la propria unione, con atti formali o per vie di fatto, quanti figli decideva di avere, come
manifestava di regolare la propria fertilità. Non sposarsi in chiesa,
risposarsi dopo un matrimonio fallito, avere meno di tre figli, comportavano,
in quest’ottica, una sconfessione,
una accusa implicita di infedeltà e di eresia pratica, ed anche l’accusa,
tremenda, di partecipare ad uno scisma silente. Per questa via si sono anche
silenziati, emarginandoli, i teologi che criticavano questa impostazione, anche
in questo caso senza rischiare accuse di fondamentalismo reazionario
anticonciliare. Per questa via si è tentata una controriforma spingendo una parte del popolo di fede contro un’altra.
In alcune realtà questa guerra è stata spinta alle estreme conseguenze e se ne
possono osservare gli effetti devastanti. Per nostra buona sorte, in Italia si
tratta di esperienze tutto sommato rare, ma c’è chi vi si è trovato
dolorosamente coinvolto. Se si segue questa impostazione una collettività
religiosa può progressivamente svuotarsi della gente di fede, riducendosi
veramente a un irrilevante resto di puri e duri, paradossalmente in un mondo
intorno in cui, come ci segnalano i sociologi, sta invece aumentando la domanda
religiosa, l’interesse per le questioni della fede.
L’ultima esortazione apostolica del papa Francesco priva di una
legittimazione religiosa quella guerra di religione e pone le premesse per un
percorso riparativo, di riconciliazione, il cui inizio, penso non a caso, è
stato fatto coincidere con un anno giubilare dedicato alla misericordia. Ma non
sarà facile praticarlo, soprattutto nelle realtà più travagliate da quella
sorta di pulizia ideologica su base
familiare di cui dicevo. Da una parte, quella di chi è rimasto dentro, la diffidenza è fortissima e
dall’altra, quella di chi è stato spinto fuori,
lo sono il risentimento e la voglia di rivalsa. Quanto dolore è stato inutilmente
provocato! Riusciranno i primi a far posto agli altri? E questi ultimi ad
accettare di non farsi a loro volta persecutori di quegli altri, aggiungendo
dolore a dolore? Si riuscirà a riprendere a volersi veramente bene? C’è chi ne
dispera e allora se ne va e cerca di trovare chi la pensa come lui e di vivere
lì. Questo aggrava sempre di più il problema. Lo si è osservato nell’ultimo
incontro del ciclo Immìschiati sul bene comune. Ognuno dovrebbe cercare di
fare la sua parte per superare la divisione, invece di rinunciare e di andarsene rendendo più profonda la frattura del tessuto sociale.
Occorrono mediatori,
come in quel percorso di giustizia
riparativa, a cui ho accennato all’inizio. Nella nostra cultura religiosa,
in cui si sono volute trovare le ragioni dei contrasti, possiamo trovare anche
le vie della riconciliazione. Ce lo insegnano i protagonisti degli incontri di quel libro che ho citato all’inizio. Bisognerebbe
infatti riprendere a incontrarsi senza paraocchi, avvicinando le esperienza
umane degli altri al di fuori di quella guerra di religione di cui sono
finalmente crollati i fondamenti ideologici e teologici. Potremmo prendere
spunti ed esempi da quel percorso di riconciliazione umana narrato in quel
libro. Essa, la riconciliazione umana, è la premessa di tutto. Non basteranno
infatti solo aggiustamenti catechetici, che pure si presentano come
urgentissimi, soprattutto nel campo dei giovani dell’età dei primi amori,
quelli del post Cresima, e di coloro che progettano o già vivono unioni
coniugali.
Mi sono tenuto sulle generali, proprio nell’ottica di una riparazione conciliativa, ma forse alcuni che leggono hanno capito che non ho
scritto di cose tanto lontane da alcune esperienze fatte da noi, alle Valli.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli