Il secondo incontro
del ciclo Immischiati: il bene comune
[Dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (2004)]
164 Dalla dignità, unità e
uguaglianza di tutte le persone deriva innanzi tutto il principio del bene
comune, al quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare
pienezza di senso. Secondo una
prima e vasta accezione, per bene
comune s'intende « l'insieme
di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività
sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e
più celermente » [citazione dalla costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo La gioia e la speranza, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), n.26].46
Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari
di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo
di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto
insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del
futuro. Come l'agire morale del singolo si realizza nel compiere il bene,
così l'agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune. Il bene
comune, infatti, può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del
bene morale.
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Si è tenuto ieri in parrocchia il secondo
incontro del ciclo Immischiati, sulla
dottrina sociale della Chiesa. Ci si propone di fondare e stimolare un nuovo
impegno in politica delle persone di fede, secondo gli auspici del papa
Francesco.
L’incontro
si è appunto aperto con alcune immagini da un’udienza del Papa in cui egli invitava
i fedeli a lavorare in politica. La politica non è forse considerata una cosa
sporca perché le persone di fede se ne sono allontanate?, si è chiesto. Questo
dimostra che viene veramente da molto lontano. Le persone di fede, in Italia,
non si sono mai allontanate dalla politica.
Per
dare un’idea della politica sporca sono state proiettate alcune immagini dal
film Gli onorevoli, del 1963, con
Totò e altri grandi del cinema italiano, in cui il personaggio interpretato da
Totò viene spinto a candidarsi alle elezioni politiche dal partito monarchico,
ma scopre che è stato scelto solo per imbrogliare gli elettori, promettendo
cose per cui il partito non intende veramente impegnarsi, dal momento che i
suoi esponenti intendono solo ricavare profitti personali dalla politica.
Questa, è stato spiegato, è la politica come dominio degli altri per fini
personali, al servizio di chi la pratica, non degli altri.
La
politica è dominio, perché governa la società, ma è anche servizio, è
stato osservato. Ma servizio per sé stessi o per gli altri?. Secondo i relatori dell’incontro, la dottrina sociale della
Chiesa propone una politica che è dominio di sé per il servizio degli altri, a
differenza del liberalismo che proporrebbe l’individualismo basato sugli
interessi dei singoli individui e del socialismo che negherebbe la libertà per
dirigere gli altri verso certi progetti politici ideati a fini altruistici
(dominio degli altri al servizio degli altri). Questa impostazione è veramente
discutibile e rimanda inutilmente alla prima polemica della dottrina sociale
della Chiesa con il liberalismo e il socialismo, dai quali i vegliardi che hanno
emanato la dottrina sociale hanno
faticosamente imparato il rispetto politico per la persona umana, la
giustizia sociale e, soprattutto, ma molto lentamente, la democrazia.
La
dottrina sociale ha cominciato ad occuparsi delle masse, senza considerarle
semplicemente un insieme di sudditi, dopo un secolo di liberalismo e ha cominciato
a pensare alla giustizia sociale dopo circa mezzo secolo di movimenti
socialisti. Ha cominciato a trattare di impegno sociale delle persone di fede
dopo circa vent’anni nei quali esso era attivamente praticato in Europa. Si era
nell’Ottocento. Proveniva da posizioni retrivamente reazionarie in politica, e in Italia avverse al processo di unificazione nazionale, e
le ha mantenute a lungo, fulminando, agli inizi del Novecento, i democratici di
fede che ai tempi nostri vuole invece incoraggiare. Per i papi Pecci e Sarto, agli
inizi del Novecento, modernismo e democrazia politica facevano tutt’uno, erano eresie antireligiose.
Senza le conquiste politiche del liberalismo, i vegliardi della dottrina
sociale starebbero ancora, forse, a bruciare gli eretici in piazza.
Senza le conquiste dei movimenti socialisti sarebbero, forse, sulla
medesima linea rinunciataria in materia di conquiste sociali espressa dal papa Pecci nell’enciclica Le novità, del 1891, considerato il primo documento della moderna
dottrina sociale della Chiesa:
1 - Necessità delle ineguaglianze
sociali e del lavoro faticoso
14. Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio,
che si deve sopportare la condizione propria dell'umanità: togliere dal mondo
le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma
ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande
varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso
ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da
queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni
sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio,
perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e
l'impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici, è la
disparità dello stato. Quanto al lavoro, l'uomo nello stato medesimo
d'innocenza non sarebbe rimasto inoperoso: se non che, quello che allora
avrebbe liberamente fatto la volontà a ricreazione dell'animo, lo impose poi,
ad espiazione del peccato, non senza fatica e molestia, la necessità, secondo
quell'oracolo divino: Sia maledetta la terra nel tuo lavoro;
mangerai di essa in fatica tutti i giorni della tua vita (Gen 3,17). Similmente il dolore non
mancherà mai sulla terra; perché aspre, dure, difficili a sopportarsi sono le
ree conseguenze del peccato, le quali, si voglia o no, accompagnano l'uomo fino
alla tomba. Patire e sopportare è dunque il retaggio dell'uomo; e qualunque
cosa si faccia e si tenti, non v'è forza né arte che possa togliere del tutto
le sofferenze del mondo. Coloro che dicono di poterlo fare e promettono alle
misere genti una vita scevra di dolore e di pene, tutta pace e diletto,
illudono il popolo e lo trascinano per una via che conduce a dolori più grandi
di quelli attuali. La cosa migliore è guardare le cose umane quali sono e nel
medesimo tempo cercare altrove, come dicemmo, il rimedio ai mali.
Storicamente il liberalismo ha insegnato anche ai socialisti il rispetto
della persona, e i socialisti al liberalismo l’esigenza di giustizia sociale per
il mantenimento della pace e del benessere sociale.
Il
liberalismo è portatore di un’etica pubblica molto esigente, come emerge, ad esempio,
nell’esperienza storica degli Stati Uniti d’America. Esso insegna ai potenti a
non abusare del loro potere e ad accettare di rendere conto del suo esercizio, e a ciascuno insegna a rispettare la persona e i beni degli
altri. Capisce bene che l’ordine sociale richiede istituzioni pubbliche forti e
infatti le genera (gli stati liberali sono stati storicamente sistemi sociali
ordinati, non dissoluti), pur creando meccanismi giuridici perché nessuna di essa prevalga arbitrariamente, ma ritiene che esse non debbano invadere totalmente le vite dei
cittadini: occorre lasciare uno spazio di autonomia alla società civile. E’ dal
liberalismo che la Chiesa ha imparato ciò che le è servito per proclamare il
cosiddetto principio di sussidiarietà (i poteri superiori devono rispettare le autonomie locali),
che insegna e tuttavia non pratica al suo interno, come del resto accade anche
in altre materie. Il liberalismo è
entrato in conflitto con la gerarchia cattolica in quanto e fino a che quest’ultima
dal Settecento mantenne la sua antica alleanza con i sovrani assoluti che
pretendevano di continuare a dominare da despoti il continente, contrastando
gli sviluppi democratici.
Il
socialismo nacque in Europa come forza di liberazione sociale, nella specie
come movimento per l’elevazione sociale e l’autoliberazione
delle masse sfruttate da oligarchie economiche che usavano anche la religione per perpetuare il proprio potere dispotico, e lo è rimasto
ancora oggi nella versione corrente nell’Europa occidentale. Esso è una
delle grandi forze politiche che, insieme ai democratici cristiani, regge la
nostra nuova Europa unita, fondata sulla democrazia, i diritti universali, il
rispetto della persona umana, l’intervento attivo per correggere i mali
sociali. La versione sovietica, che per
circa settant’anni dominò le popolazioni dell’antico impero russo e dal
secondo dopoguerra tutta l’Europa orientale, ne va considerata una
degenerazione proprio perché, contro gli obiettivi ideologici dichiarati dal
socialismo, creò un regime totalitario e
illiberale, non più fondato sui soviet, le assemblee di base del popolo lavoratore, ma
su un’estesissima polizia politica e sulla repressione durissima dei
dissenzienti, secondo i costumi che a lungo, e per certi versi ancora oggi
secondo i suoi critici, sono praticati nella Chiesa cattolica, uno degli ultimi
sistemi politici totalitari nel mondo (e non solo nel suo piccolo regno
vaticano romano).
Nell’incontro
di ieri è stato ricordato che il bene
comune non consiste in un insieme di beni materiali,
ma nell'insieme
di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività
sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e
più celermente (secondo
quanto si legge nel brano del Compendio
della dottrina sociale della Chiesa che ho sopra trascritto e che cita un
passo della costituzione Luce per le
genti del Concilio Vaticano 2°). Ha
quindi natura relazionale e corrisponde alla natura relazionale della persona
umana affermata dalla dottrina sociale. L’essere umano, per quest’ultima, non è
un solo un individuo separato dagli altri, né una parte di un ingranaggio
sociale, ma un essere in relazione, che solo nella relazione con gli altri
realizza pienamente la sua umanità.
Per
far capire questa idea di bene comune sono state proiettate alcune scene dal
film Acqua e sapone, del 1983,
diretto e interpretato da Carlo Verdone, in cui si vede il protagonista, un
professore di lettere, che viene continuamente interrotto e disturbato dalla nonna (Lella
Fabrizi) mentre cerca faticosamente di insegnare l’italiano a degli adulti, tre africani e un italiano. In quel
contesto il professore non riesce a fare lezione perché non ci sono le
condizioni giuste per farlo e la piccola comunità, composta dal professore e
dai suoi allievi, non riesce a raggiungere i fini che si propone. Il bene comune come lo intende la dottrina
sociale consiste appunto nello sforzo di creare le condizioni giuste per la
realizzazione più piena della persona umana.
Chi
deve operare per il bene comune?
Tutti
noi e non solo con il voto.
La
dottrina sociale sul bene comune invita a non prendersela solo con gli altri, ma iniziare col fare
la propria parte. Inutile cercare capri
espiatori, su cui riversare di volta in volta la responsabilità del male
che c’è e finirla lì.
Per
far intendere la politica basata sul capro
espiatorio sono state proiettate alcune scene del film Il cavaliere oscuro, del
2008, in cui il personaggio di Batman, per consentire alla città di continuare
a credere all’immagine positiva di un magistrato paladino contro la
criminalità che invece ad un certo punto era degenerato e aveva iniziato a
farsi giustizia da sé, si accolla i delitti del magistrato e accetta di
divenire, appunto, un capro espiatorio.
Occorre fare dovunque la propria parte, anche
nelle piccole comunità locali in cui siamo inseriti, anche nelle parrocchie. Non
dobbiamo far conto solo su altri che vengano a risolvere i nostri problemi,
ma chiederci se e come noi stessi possiamo fare qualcosa.
E' sicuramente condivisibile l'esigenza etica di non prendersela solo con i capi per i mali sociali, ma certamente occorre anche, in politica, comprendere bene il senso della storia in cui ci si inserisce, nella quale le responsabilità aumentano man mano che cresce il potere che si è esercitato. La critica realistica dei poteri sociali è la base dei sistemi democratici. In democrazia i poteri sociali di solito, per la complessità delle società contemporanee, non si concentrano più solo nelle persone dei maggiori esponenti politici, ad esempio in un presidente di una Repubblica, un regnante o un papa. Dietro ogni potere c'è un processo sociale e ci sono condizioni che lo favoriscono. In questo senso occorre considerarci tutti responsabili dei mali sociali e impegnati al loro risanamento. Individuare quale sia, in concreto, il bene comune è lavoro che richiede il dialogo democratico. Altrimenti la vita pubblica diventa solo un conflitto disordinato di interessi, in cui, a seconda delle maggioranze che di volta in volta si riescono a formare coalizzandone alcuni, prevalgono alcuni a scapito degli altri.
E' sicuramente condivisibile l'esigenza etica di non prendersela solo con i capi per i mali sociali, ma certamente occorre anche, in politica, comprendere bene il senso della storia in cui ci si inserisce, nella quale le responsabilità aumentano man mano che cresce il potere che si è esercitato. La critica realistica dei poteri sociali è la base dei sistemi democratici. In democrazia i poteri sociali di solito, per la complessità delle società contemporanee, non si concentrano più solo nelle persone dei maggiori esponenti politici, ad esempio in un presidente di una Repubblica, un regnante o un papa. Dietro ogni potere c'è un processo sociale e ci sono condizioni che lo favoriscono. In questo senso occorre considerarci tutti responsabili dei mali sociali e impegnati al loro risanamento. Individuare quale sia, in concreto, il bene comune è lavoro che richiede il dialogo democratico. Altrimenti la vita pubblica diventa solo un conflitto disordinato di interessi, in cui, a seconda delle maggioranze che di volta in volta si riescono a formare coalizzandone alcuni, prevalgono alcuni a scapito degli altri.
La
brevità dell’incontro, poco meno di un’ora, non ha consentito di chiarire meglio il
nesso tra bene comune e democrazia
del quale la dottrina sociale degli ultimi cinquant’anni è ben consapevole,
tanto che il brano del Compendio riguardante
il significato dell’espressione bene
comune che ho sopra citato si apre con l’affermazione “Dalla
dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone deriva innanzi tutto il
principio del bene comune”, che
rimanda agli ideali liberali democratici di fraternità e uguaglianza. L’ideale dell’unità delle persone umane, nella dignità ed
eguaglianza, rimanda invece al socialismo storico. E quello della libertà, l’altro
pilastro del liberalismo? La libertà, nella dottrina sociale, è ancora
una difficile libertà, nel senso che è ancora il lato più
ostico, per i vegliardi che la promulgano, di quel campo della teologia. Del
resto essi sono ancora organizzati come un anacronistico impero religioso, con autorità che pretendono di essere obbedite senza tante storie, appunto ciò che le democrazie avversano come non degno di una persona umana. Ma
sono ancora a scuola di democrazia nel mondo che li circonda e sono studenti un po' meno
ostici di un tempo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli