A volte si vive la religione come in una realtà virtuale, altamente
immaginaria, in cui non c’è più posto
per gli altri. Questo è un modo cattivo di vivere la fede, una delle molte
controindicazioni della religione, appunto perché non ha più cuore per gli
altri, li esclude, preferisce farne a meno. E’ questa la nostra fede? Purtroppo storicamente è stato uno dei
modi di viverla e di attuarla. Ma, a ragionarci bene su, ci si può convincere,
liberandosi da molte presuntuose e arroganti teologie che l’hanno incrostata
insegnando vie omicide, che non è questo l’insegnamento del Maestro, che si
deve essere diversi, perché la nostra è una fede benevolente ogni oltre
inimicizia, una fede che cerca gli altri per far loro del bene.
Eppure essere diversi è a volte così
difficile.
Ci si è aspramente combattuti per motivi che oggi non comprendiamo più
bene.
Ma se ne trovano sempre altri.
Quanto deve durare un Rosario? Dieci minuti, mezz’ora, di più? Così l’altro
giorno ci è stato introdotto il discorso della battaglia di Pasqua che si sta combattendo il parrocchia, tra chi
vuole la Veglia dal tramonto all’alba e chi la vuole umanizzare riportandola a due ore e mezzo, come si fa nelle altre parrocchie.
E gli altri, dove sono in questa pretesa di
far durare la Veglia tutta la notte?
Non siamo una comunità monastica.
Se non conteniamo la Veglia in termini
ragionevoli la gente non ci viene. La dobbiamo disprezzare per questo? Ma
neanch’io ho mai partecipato a quelle maratone. Disprezzate anche me? Mi
ritenete un fedele imperfetto per questo? La mia fede è debole? Devo essere
anch’io ristrutturato?
E’ così
che le “Terre Sante” diventano inferni in terra, il cupo destino della
Gerusalemme terrena.
L’altro giorno, alla riunione in AC, abbiamo
affrontato la figura di Elena (Quarto secolo della nostra era), la madre dell’imperatore
Costantino, proclamata santa.
Da anziana si incaponì a ritrovare la croce su
cui era stato giustiziato il Maestro. Si
racconta che, recatasi a Gerusalemme, devastata dalla furia dei romani nel
Primo secolo, infierì sugli ebrei che vi trovò per farsi rivelare dove erano
finite le tre croci della Passione (pochi pezzi di legno, tre secoli dopo l'evento, in una Gerusalemme annientata!). Addirittura ne fece torturare uno, che le
era stato indicato come persona che sapeva, facendolo buttare in un pozzo e tenendocelo dentro fin quando le disse qualcosa che la soddisfece. Il
pittore Piero della Francesca (Quattrocento) ci fece su un dipinto, che vedete
qui sopra e che si trova nella basilica di San Francesco ad Arezzo. Verità,
fantasia? La storia del ritrovamento
della Vera Croce ha il sapore di una favola medievale, ed è a quei tempi che risale il libello che la contiene. Ma
probabilmente qualcosa di vero c’è. La crudeltà verso gli ebrei, ad esempio. E’
in linea con le manifestazione storiche bimillenarie della nostra fede. Ma
tutto è circonfuso in una specie di sogno. E’ lì che vogliamo rinchiuderci?
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
