Una cultura nuova
Il problema di fronte al quale si trovano le
persone di fede del nostro tempo non è
quello di una qualche restaurazione del passato. Si tratta di ideare e mettere
in pratica una nuova cultura religiosa, intendendo per cultura:
“…un insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l'arte, la morale, il diritto,
il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine
acquisita dall'uomo come membro della società" [secondo
la definizione di Secondo la definizione di E.B.Taylor in "Primitive Culture" (=la cultura dei primitivi), Murray,
Londra, 1871, citata nel libro di Bruno
Secondin "Messaggio evangelico e
culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni
Paoline, 1982, riassunto e commentato nel post del 4-10-15].
In Occidente affrontiamo questa sfida dei
tempi in un ambiente democratico e questo consente e anche richiede la
partecipazione di tutti.
La prima svolta culturale che può essere
paragonata a quella dei tempi nostri si produsse nell’antico oriente mediterraneo
nel 4° secolo, in un ambiente politico completamente diverso.
Che cosa c’entra la politica con la religione?
C’entra e c’entra moltissimo. Quell’antica svolta cultura fu prodotta per
volontà dell’imperatore romano, in particolare convocando il primo Concilio
della storia della nostra storia religiosa, quello di Nicea, nel 325, nell’attuale
Turchia, ad un centinaio di chilometri dall’attuale Istanbul, l’antica
Bisanzio/Costantinopoli, in ambiente culturale greco. Secondo molti storici
della nostra fede, da allora fummo costantiniani
e i fondamenti dottrinari risalgono a quei tempi. Il Concilio Vaticano 2° ha
avuto, nel Novecento, un’importanza strategica e culturale pari a quello di
Nicea, anche se solo ora, a cinquant’anni dall’evento, si comincia a
riconoscerlo.
Dopo Nicea iniziò la grande teologia della
nostra fede, l’epoca dei nostri principali Padri
della Chiesa. Essa parlava greco. Uno dei suoi più importanti centri
culturali era la città egiziana di Alessandria. Dal secondo millennio la grande
teologia parlò invece latino. La teologia di oggi parla tutte le lingue del
mondo, anche se le principali sono l’inglese, il tedesco, lo spagnolo, il
francese.
La teologia del 4° secolo era fortemente
polemica e ci appare piuttosto distante dalla vita quotidiana della gente. Questo
rimase un problema di sempre della teologia. Molto presto la nostra religione
si clericalizzò, vi divennero molto importanti i preti e i vescovi, che fin
dalle origini non riuscivano a trovare una linea comune e litigavano. Il
Concilio di Nicea fu convocato dall’imperatore Costantino, nato in Mesia, nell’attuale
Serbia, appunto per pacificare i capi religiosi. Ai tempi nostri il senso di
quelle liti, come di quasi tutte quelle che seguirono nei secoli, è capito
quasi solo dai teologi.
Il Concilio Vaticano 2° non fu invece convocato
per pacificare liti e capi religiosi. Infatti fu subito avvertito come diverso
da quelli che l’avevano preceduto e, per certi versi, di livello inferiore. Ma
i contemporanei si sbagliavano.
Al centro del Concilio Vaticano 2° ci fu l’esigenza
di una maggiore partecipazione del popolo, in particolare dei laici, quelli che
non sono diaconi, preti, vescovi, frati o suore, monaci e monache, alla vita
collettiva di fede. Ma il popolo dei laici non poté partecipare attivamente a
quei lavori, anche se ne fu ammessa una piccola rappresentanza di uditori e uditrici.
E tuttavia esso fu molto presente con la mediazione della cultura, perché il
problema dei saggi di quel Concilio fu appunto quello di trovare una promuovere
nuove mediazioni culturali della nostra fede: le sue parole d’ordine possono
essere considerate aggiornamento e rinnovamento.
A sessant’anni dal Concilio di Nicea si sentì
la necessità di farne un altro: si tenne a Costantinopoli, convocato dall’imperatore
romano Teodosio, nato in Spagna. In un certo senso completò il lavoro del
precedente consegnandoci l’attuale formulazione del Credo che di solito si recita a Messa.
Ai nostri giorni molti pensano che sarebbe
necessario un nuovo Concilio, per completare quello che si svolse a Roma negli
anni Sessanta. Altri lo temono, alcuni
perché pensano che si tornerebbe indietro, alcuni altri perché non vogliono che
si vada più avanti. Così però si è finito per rimanere fermi.
I saggi dell’ultimo Concilio si resero conto che l’attuazione del loro
disegno avrebbe richiesto tempo e molto impegno. Ci furono molte difficoltà, innanzi
tutto per il fatto che l’organizzazione giuridica dei poteri religiosi rimase
ancora sostanzialmente quella del
modello costantiniano. Effettivamente la riforma aveva bisogno di essere completata, ma si
sarebbe dovuto farlo a Roma, da Roma, però anche contro Roma, perché avrebbe richiesto di
decentralizzare l’esercizio del potere: questo risultò impossibile nella
pratica. I nostri sovrani religiosi romani non trovarono un modo di farlo e temettero,
anche, che si ricadesse nelle antiche liti religiose delle origini facendolo.
L’attuale vescovo di Roma e padre universale sta manifestando un nuovo
modo di impersonare la sovranità religiosa, pur non intaccando le fondamenta
giuridiche dell’organizzazione costantiniana.
Il popolo non riesce a vivere qualcosa di analogo. Bisognerebbe essere diversi,
ma siamo riusciti solo, giovani e anziani, a essere più distanti. Con certe
cose abbiamo perso familiarità. Così quando entriamo in chiesa pensiamo di fare
bene comportandoci come i nostri nonni ci dicevano di fare e come anche loro
facevano. Pensiamo che sia tutta lì, la religione. E invece non è tutta lì.
Il primo contributo che da laici, da gente che vive la quotidianità,
possiamo dare alla grande teologia e alla riforma è quello di fare spazio alle
nostre vite nelle riflessioni che si fanno, mettendo in pratica modi nuovi per
essere religiosi. Innanzi tutto dimostrando che nella fede ci si può veramente
volere bene e vivere pacificamente in moltitudini, senza necessità di essere
asserviti a despoti religiosi. E’ la grande lezione delle democrazia
contemporanee ed è anche opera nostra. Poi i teologi ci ragioneranno sopra e
cercheranno di darne un senso religioso.
Ragionando su una pace attuata impareranno anche, forse, ad essere meno
rissosi tra loro e, così, molti dei nodi teologici che oggi appaiono
insuperabili probabilmente inizieranno a sciogliersi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.