mercoledì 17 febbraio 2016

Una cultura nuova

Una cultura nuova

 Il problema di fronte al quale si trovano le persone di fede del nostro tempo non  è quello di una qualche restaurazione del passato. Si tratta di ideare e mettere in pratica una nuova cultura religiosa, intendendo per cultura:
“…un insieme complesso che include la conoscenza, le        credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo come membro della società" [secondo la definizione di Secondo la definizione di E.B.Taylor in "Primitive Culture" (=la cultura dei primitivi), Murray, Londra, 1871, citata nel libro di  Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982, riassunto e commentato nel post del 4-10-15].
   In Occidente affrontiamo questa sfida dei tempi in un ambiente democratico e questo consente e anche richiede la partecipazione di tutti.
  La prima svolta culturale che può essere paragonata a quella dei tempi nostri si produsse nell’antico oriente mediterraneo nel 4° secolo, in un ambiente politico completamente diverso.
 Che cosa c’entra la politica con la religione? C’entra e c’entra moltissimo. Quell’antica svolta cultura fu prodotta per volontà dell’imperatore romano, in particolare convocando il primo Concilio della storia della nostra storia religiosa, quello di Nicea, nel 325, nell’attuale Turchia, ad un centinaio di chilometri dall’attuale Istanbul, l’antica Bisanzio/Costantinopoli, in ambiente culturale greco. Secondo molti storici della nostra fede, da allora fummo costantiniani e i fondamenti dottrinari risalgono a quei tempi. Il Concilio Vaticano 2° ha avuto, nel Novecento, un’importanza strategica e culturale pari a quello di Nicea, anche se solo ora, a cinquant’anni dall’evento, si comincia a riconoscerlo.
 Dopo Nicea iniziò la grande teologia della nostra fede, l’epoca dei nostri principali Padri della Chiesa. Essa parlava greco. Uno dei suoi più importanti centri culturali era la città egiziana di Alessandria. Dal secondo millennio la grande teologia parlò invece latino. La teologia di oggi parla tutte le lingue del mondo, anche se le principali sono l’inglese, il tedesco, lo spagnolo, il francese.
 La teologia del 4° secolo era fortemente polemica e ci appare piuttosto distante dalla vita quotidiana della gente. Questo rimase un problema di sempre della teologia. Molto presto la nostra religione si clericalizzò, vi divennero molto importanti i preti e i vescovi, che fin dalle origini non riuscivano a trovare una linea comune e litigavano. Il Concilio di Nicea fu convocato dall’imperatore Costantino, nato in Mesia, nell’attuale Serbia, appunto per pacificare i capi religiosi. Ai tempi nostri il senso di quelle liti, come di quasi tutte quelle che seguirono nei secoli, è capito quasi solo dai teologi.
  Il Concilio Vaticano 2° non fu invece convocato per pacificare liti e capi religiosi. Infatti fu subito avvertito come diverso da quelli che l’avevano preceduto e, per certi versi, di livello inferiore. Ma i contemporanei si sbagliavano.
 Al centro del Concilio Vaticano 2° ci fu l’esigenza di una maggiore partecipazione del popolo, in particolare dei laici, quelli che non sono diaconi, preti, vescovi, frati o suore, monaci e monache, alla vita collettiva di fede. Ma il popolo dei laici non poté partecipare attivamente a quei lavori, anche se ne fu ammessa una piccola rappresentanza di uditori  e uditrici. E tuttavia esso fu molto presente con la mediazione della cultura, perché il problema dei saggi di quel Concilio fu appunto quello di trovare una promuovere nuove mediazioni culturali della nostra fede: le sue parole d’ordine possono essere considerate  aggiornamento  e rinnovamento.
 A sessant’anni dal Concilio di Nicea si sentì la necessità di farne un altro: si tenne a Costantinopoli, convocato dall’imperatore romano Teodosio, nato in Spagna. In un certo senso completò il lavoro del precedente consegnandoci l’attuale formulazione del Credo che di solito si recita a Messa.
 Ai nostri giorni molti pensano che sarebbe necessario un nuovo Concilio, per completare quello che si svolse a Roma negli anni Sessanta.  Altri lo temono, alcuni perché pensano che si tornerebbe indietro, alcuni altri perché non vogliono che si vada più avanti. Così però si è finito per rimanere fermi.
  I saggi dell’ultimo Concilio si resero conto che l’attuazione del loro disegno avrebbe richiesto tempo e molto impegno. Ci furono molte difficoltà, innanzi tutto per il fatto che l’organizzazione giuridica dei poteri religiosi rimase ancora sostanzialmente quella   del modello  costantiniano. Effettivamente la  riforma  aveva bisogno di essere completata, ma si sarebbe dovuto farlo  a Roma,  da Roma, però anche  contro Roma, perché avrebbe richiesto di decentralizzare l’esercizio del potere: questo risultò impossibile nella pratica. I nostri sovrani religiosi  romani  non trovarono un modo di farlo e temettero, anche, che si ricadesse nelle antiche liti religiose delle origini facendolo.
  L’attuale vescovo di Roma e padre universale sta manifestando un nuovo modo di impersonare la sovranità religiosa, pur non intaccando le fondamenta giuridiche dell’organizzazione costantiniana. Il popolo non riesce a vivere qualcosa di analogo. Bisognerebbe essere diversi, ma siamo riusciti solo, giovani e anziani, a essere più distanti. Con certe cose abbiamo perso familiarità. Così quando entriamo in chiesa pensiamo di fare bene comportandoci come i nostri nonni ci dicevano di fare e come anche loro facevano. Pensiamo che sia tutta lì, la religione. E invece non è tutta lì.
  Il primo contributo che da laici, da gente che vive la quotidianità, possiamo dare alla grande teologia e alla riforma è quello di fare spazio alle nostre vite nelle riflessioni che si fanno, mettendo in pratica modi nuovi per essere religiosi. Innanzi tutto dimostrando che nella fede ci si può veramente volere bene e vivere pacificamente in moltitudini, senza necessità di essere asserviti a despoti religiosi. E’ la grande lezione delle democrazia contemporanee ed è anche opera nostra. Poi i teologi ci ragioneranno sopra e cercheranno di  darne un senso religioso. Ragionando su una pace attuata  impareranno anche, forse, ad essere meno rissosi tra loro e, così, molti dei nodi teologici che oggi appaiono insuperabili probabilmente inizieranno a sciogliersi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.