Convivere
da persone di fede
La religione è un fatto sociale e la fede non
può vivere solo nell’interiorità, essa inoltre è modellata dalla società. Le
parole e i costumi religiosi non ci arrivano direttamente dall’alto: li
impariamo in società. Gli stessi testi sacri che prendiamo come riferimento
sono emersi da lunghi processi sociali, sono opere collettive, tanto che in
genere non siamo veramente sicuri di conoscerne gli autori. Siamo abbastanza certi solo della letteratura
attribuita a Paolo di Tarso, delle sue lettere.
In passato, e molto a lungo, si è pensato che
per tenere insieme le persone di fede in una specie di unica famiglia si
dovesse sottometterle ad un unico sovrano illuminato per virtù soprannaturale.
Negli anni Sessanta, sulla base dell’esperienza storica delle democrazie,
quindi di un processo che in Europa e nelle nazioni di colonizzazione europea
andava avanti da più di un secolo, si è pensato che tutti potessero, e anche
dovessero, collaborare, fare la propria parte.
Questo sviluppo è stato parallelo alle nuove concezioni e ai nuovi
costumi in materia di famiglia che si erano sviluppati in occidente. Da un
modello organizzato sull’autorità paterna
si è passati ad uno in cui si dà particolare
importanza alla fraternità.
Fare la propria parte non è più inteso solo
come ubbidire a qualche gerarca e neanche più solo come servizio nel senso di lavoro servile, di colui che è servo
e fa ciò che gli si dice. Ognuno è
chiamato a fare la propria parte a beneficio di tutti gli altri, e questo è ciò
che, oggi, è inteso come servizio. Chi esercita un qualche potere non lo fa come funzionario dipendente da un livello
gerarchico superiore, ma nel quadro di quel servizio come ai tempi nostri lo si
concepisce. Questo modo di concepire l’
autorità e il servizio ha favorito la comprensione e l’intesa tra le diverse confessioni, vale a dire le diverse organizzazioni
religiose, della nostra fede, consentendo di superare spettacolarmente
divisioni che sembravano definitive. Nello stesso tempo ha aperto nuovi spazi
alle realtà locali, dalle quali ci si attende un ruolo molto più attivo nella
diffusione della fede e nella formazione. L’insieme ha l’aspetto meno
monolitico del passato ma più universale.
Si vorrebbe però che lo stare insieme tra
persone di fede fosse qualcosa di più che una società,
che è una collettività in cui uno si ritrova, che sa necessaria e di cui però
si limita a subire le regole. Si vorrebbero creare delle comunità, che sono collettività animate da rapporti reciproci più
intensi e profondi. E di solito si è sempre insoddisfatti di ciò che c’è, o
perché è troppo poco comunitario, o perché lo è troppo, e allora viene avvertito come
oppressivo, limitante. Ma fondamentalmente il problema dei problemi è la scarsa
preparazione di quelli che si vorrebbe facessero
comunità. I laici si aspettano ancora preti che dicano loro che fare e i
preti, soprattutto i più giovani, escono dai loro studi aspettandosi invece dei
laici più attivi, autonomi, coinvolti. Così non ci si capisce e si finisce per
essere delusi.
E’ difficile realizzare comunità come le sognarono i saggi dell’ultimo Concilio. Le
comunità che vedo vivere intorno a me mi pare che siano in genere organizzate
cercando di calare un certo modello sulle teste dei partecipanti. Ognuna, si
dice, ha una propria spiritualità, che poi sostanzialmente si
riduce a un insieme di riti, costumi, anche a un gergo, particolari, con poco
spazio alla creatività. Da dove arrivano? Sempre da un qualche fondatore, al quale sempre ci si
riferisce. In questo modo rispunta fuori, in fondo, l’aspetto gerarchico.
Si dice che la formazione religiosa non
dovrebbe limitarsi a far memorizzare certi contenuti di fede, ma dovrebbe
insegnare a costruire una comunità, e soprattutto a fare la propria parte nell’interesse
di tutti. Questo rientra, ad esempio, nella formazione dei preti, ma non, in
genere, in quella dei laici. Si tratta di un campo che è ancora abbastanza
inesplorato. Di certe cose non si ha modo di fare tirocinio fin da piccoli. Così
di finisce per muoversi, in una parrocchia, un po’ in punta di piedi, sempre
timorosi di sbagliare, come se si fosse in casa altrui, sempre attendendo che
ci sia qualcuno che dice che fare. Altre volte invece si prende anche troppa
confidenza e, conoscendo poco gli altri, si fa come se non ci fossero e ci si
muove come in casa propria, senza considerare che è la casa comune anche di molti
altri: è la piega fondamentalista.
Ci troviamo in un’epoca di passaggio e il
futuro non è molto chiaro. Molte realtà stanno velocemente cambiando. Molti
modelli comunitari sono divenuti obsoleti e la creatività sociale non ne ancora
prodotti di nuovi. E’ tutta la società intorno a noi che sta cambiando. Abbiamo
qualche difficoltà ad averne una immagine realistica. Questo si può dire anche
della nostra parrocchia. E, probabilmente, facendo onestamente i conti con ciò che
siamo, potremmo avere delle brutte sorprese. Molti segnali sono contraddittori.
Abbiamo perso il contatto con alcune generazioni e non è facile riprenderlo.
Dove sono i ventenni e i trentenni? Gente che sta vivendo la fase più feconda
della vita, lo fa lontano da noi. Una delle occasioni per riprendere relazioni
con loro è quando ci portano i loro bambini per il catechismo di iniziazione. E’
un’occasione da non sprecare. Cerchiamo di coinvolgerli in quel lavoro di
formazione, in modo che possano svolgerlo non solo per i propri figli, ma anche per i figli degli
altri. Ecco la dimensione del servizio,
che può costruire quel tipo di comunità creativa e
impegnata idealizzata nei documenti dell’ultimo Concilio.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa
- Roma, Monte Sacro, Valli