martedì 16 febbraio 2016

Convivere da persone di fede

Convivere da persone di fede


  La religione è un fatto sociale e la fede non può vivere solo nell’interiorità, essa inoltre è modellata dalla società. Le parole e i costumi religiosi non ci arrivano direttamente dall’alto: li impariamo in società. Gli stessi testi sacri che prendiamo come riferimento sono emersi da lunghi processi sociali, sono opere collettive, tanto che in genere non siamo veramente sicuri di conoscerne gli autori.  Siamo abbastanza certi solo della letteratura attribuita a Paolo di Tarso, delle sue lettere.
 In passato, e molto a lungo, si è pensato che per tenere insieme le persone di fede in una specie di unica famiglia si dovesse sottometterle ad un unico sovrano illuminato per virtù soprannaturale. Negli anni Sessanta, sulla base dell’esperienza storica delle democrazie, quindi di un processo che in Europa e nelle nazioni di colonizzazione europea andava avanti da più di un secolo, si è pensato che tutti potessero, e anche dovessero, collaborare, fare la propria parte.  Questo sviluppo è stato parallelo alle nuove concezioni e ai nuovi costumi in materia di famiglia che si erano sviluppati in occidente. Da un modello organizzato sull’autorità paterna  si è passati ad uno in cui si dà particolare importanza alla fraternità.  
  Fare la propria parte non è più inteso solo come  ubbidire  a qualche gerarca e neanche più solo come  servizio  nel senso di lavoro servile, di colui che è servo  e fa ciò che gli si dice. Ognuno è chiamato a fare la propria parte a beneficio di tutti gli altri, e questo è ciò che, oggi, è inteso come servizio.  Chi esercita un qualche potere non lo fa come funzionario dipendente da un livello gerarchico superiore, ma nel quadro di quel  servizio come ai tempi nostri lo si concepisce. Questo modo di concepire l’ autorità  e il servizio ha favorito la comprensione e l’intesa tra le diverse confessioni,  vale a dire le diverse organizzazioni religiose, della nostra fede, consentendo di superare spettacolarmente divisioni che sembravano definitive. Nello stesso tempo ha aperto nuovi spazi alle realtà locali, dalle quali ci si attende un ruolo molto più attivo nella diffusione della fede e nella formazione. L’insieme ha l’aspetto meno monolitico del passato ma più universale.
 Si vorrebbe però che lo stare insieme tra persone di fede fosse qualcosa di più  che una società, che è una collettività in cui uno si ritrova, che sa necessaria e di cui però si limita a subire le regole. Si vorrebbero creare delle comunità, che sono collettività animate da rapporti reciproci più intensi e profondi. E di solito si è sempre insoddisfatti di ciò che c’è, o perché è troppo poco  comunitario, o perché lo è troppo, e allora viene avvertito come oppressivo, limitante. Ma fondamentalmente il problema dei problemi è la scarsa preparazione di quelli che si vorrebbe facessero comunità. I laici si aspettano ancora preti che dicano loro che fare e i preti, soprattutto i più giovani, escono dai loro studi aspettandosi invece dei laici più attivi, autonomi, coinvolti. Così non ci si capisce e si finisce per essere delusi.
  E’ difficile realizzare comunità come le sognarono i saggi dell’ultimo Concilio. Le comunità che vedo vivere intorno a me mi pare che siano in genere organizzate cercando di calare un certo modello sulle teste dei partecipanti. Ognuna, si dice, ha una propria  spiritualità, che poi sostanzialmente si riduce a un insieme di riti, costumi, anche a un gergo, particolari, con poco spazio alla creatività. Da dove arrivano? Sempre da un qualche fondatore, al quale sempre ci si riferisce. In questo modo rispunta fuori, in fondo, l’aspetto gerarchico.
  Si dice che la formazione religiosa non dovrebbe limitarsi a far memorizzare certi contenuti di fede, ma dovrebbe insegnare a costruire una comunità, e soprattutto a fare la propria parte  nell’interesse di tutti. Questo rientra, ad esempio, nella formazione dei preti, ma non, in genere, in quella dei laici. Si tratta di un campo che è ancora abbastanza inesplorato. Di certe cose non si ha modo di fare tirocinio fin da piccoli. Così di finisce per muoversi, in una parrocchia, un po’ in punta di piedi,  sempre timorosi di sbagliare, come se si fosse in casa altrui, sempre attendendo che ci sia qualcuno che dice che fare. Altre volte invece si prende anche troppa confidenza e, conoscendo poco gli altri, si fa come se non ci fossero e ci si muove come in casa propria, senza considerare che è la casa comune  anche di molti altri: è la piega fondamentalista.
 Ci troviamo in un’epoca di passaggio e il futuro non è molto chiaro. Molte realtà stanno velocemente cambiando. Molti modelli comunitari sono divenuti obsoleti e la creatività sociale non ne ancora prodotti di nuovi. E’ tutta la società intorno a noi che sta cambiando. Abbiamo qualche difficoltà ad averne una immagine realistica. Questo si può dire anche della nostra parrocchia. E, probabilmente, facendo onestamente i conti con ciò che siamo, potremmo avere delle brutte sorprese. Molti segnali sono contraddittori. Abbiamo perso il contatto con alcune generazioni e non è facile riprenderlo. Dove sono i ventenni e i trentenni? Gente che sta vivendo la fase più feconda della vita, lo fa lontano da noi. Una delle occasioni per riprendere relazioni con loro è quando ci portano i loro bambini per il catechismo di iniziazione. E’ un’occasione da non sprecare. Cerchiamo di coinvolgerli in quel lavoro di formazione, in modo che possano svolgerlo non solo per  i propri figli, ma anche per i figli degli altri. Ecco la dimensione del servizio, che  può  costruire  quel tipo di comunità  creativa e impegnata idealizzata nei documenti dell’ultimo Concilio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa   - Roma, Monte Sacro, Valli