Le
novità: alla ricerca di un difficile equilibrio
Da quando, alla fine dell’Ottocento, i nostri
capi religiosi decisero di fare realisticamente i conti con le novità dei tempi, dopo aver cercato vanamente di
contrastarle, siamo alla ricerca, in religione, di un difficile equilibrio. A
quell’epoca la novità di maggiore impatto era la democrazia di popolo, una nuova
organizzazione sociale di massa che però
presupponeva la libertà di coscienza, una facoltà individuale, personale, che
sembrava poter scardinare dalle fondamenta l’antico regime. E questo
soprattutto quando i ragionamenti sul bene
comune fecero emergere il socialismo, che si proponeva di elevare realmente le masse alla sovranità, mediante
una più equa distribuzione delle risorse e dei poteri sociali, quest’ultima
come via per arrivare alla prima. L’enciclica Le novità del papa Pecci,
regnante in religione come Leone 13°, diffusa nel 1891, aveva al centro quei
due nuovi problemi. Quel documento era impostato nel
senso di presentare una verità sui fatti
sociali posseduta dalla gerarchia religiosa per virtù soprannaturale, raggiunta
per via teologica, ragionando sulle tre fonti di conoscenza della teologia, vale
a dire testi sacri, Tradizione e precedente magistero, e per così dire asseverata dall’autorità che in terra si
riteneva che facesse le veci di quella superna e ne trasmettesse la viva voce. Il
corso successivo di quella letteratura, che si espresse in un corpo vastissimo
di documenti analoghi al primo, è visto da alcuni autori come un inseguire le novità,
piuttosto che come un governarle. E
il compito apparve farsi sempre più arduo. Le novità più difficili da
affrontare avevano a che fare con la politica, ma l’ordine politico a cui i
nostri capi religiosi facevano costante riferimento era molto distante da
quello moderno. Vennero meno i loro punti di riferimento politici, i sovrani
con cui si erano federati da un millennio, scaturiti da gerarchie familiari di
lungo corso, che richiamavano l’idea di un ordine naturale di trasmissione del
potere, di solito di padre in figlio (intorno all’anno Mille non si videro in
fondo grossi problemi a che questo metodo fosse seguito anche per l’avvicendamento
nel supremo ministero religioso romano). Sembrava impossibile tener dietro a
tutte le novità della politica contemporanea: i capi si
succedevano troppo rapidamente e ogni accordo sembrava scritto sull’acqua. La
situazione si aggravò a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, quando sembrò che ciò che
travagliava la società intorno cominciasse a interessare anche l’organizzazione
gerarchica religiosa, con movimenti religiosi di massa che si scontravano per
influenzare la nomina e l’azione del sovrano supremo. Non che in passato la successione in quel
ministero non fosse mai stata in balia di poteri esterni al clero, la storia
dimostrava proprio il contrario, almeno fin da quando la nostra fede divenne
ideologia politica nelle monarchie europee che egemonizzavano anche i popoli
stanziati intorno al Mediterraneo, ma nel passato tutto aveva l’aspetto di
conflitti dinastici, all’interno di
dinastie sovrane e tra dinastie sovrane, le masse non vi erano
interessate. E si arriva così alla situazione di oggi.
La questione controversa delle unioni civili
tra omosessuali, la novità del momento, per così dire, è utilizzata come
campo di scontro politico in religione e nella società. Evoca una
soluzione semplice basata su una legge naturale. Il concetto di natura è stato molto sviluppato dalla teologia, che è
la fonte principale della cultura del clero, dal quale scaturiscono i nostri
capi religiosi. Anche la legittimazione del potere religioso è stata costruita
per via di diritto naturale, concependo il corpo
sociale come un organismo vivente, con le sue varie funzioni, con un capo, mani e piedi, e via dicendo. L’immagine
dell’ordine sociale a cui, in questa prospettiva ci si riferisce più spesso, è
quella della famiglia, in cui
troviamo un ordine gerarchico realizzato per via naturale, con un maschio che si suppone sia il capo, una femmina
con ruoli prevalentemente materni, e una serie di altri individui, da loro
scaturiti che ad essi sono sottomessi per un fatto biologico. Questo sarebbe l’ordine sociale naturale a cui, per volontà soprannaturale,
occorrerebbe rifarsi nel disegnare l’organizzazione sociale. Lo troviamo
espresso nell’attuale organizzazione gerarchica delle nostre collettività
religiose: un numero piuttosto rilevante di padri,
in posizione di comando; un numero ancora più numeroso di madri, confinate in ruoli di cura;
e masse sconfinate di figli sottomessi, docili, per via naturale,
a volte addirittura trasformati in gregge,
più che in prole, per esprimere l’idea
che essi abbiano il solo diritto di essere guidati (questo fu l’insegnamento del
supremo magistero ancora agli inizi del Novecento).
Ma la natura riserva molte sorprese. Si è scoperto che è
molto diversa da come la teologia l’aveva immaginata dagli inizi dello scorso
millennio. Ecco che, allora, tutte le tradizionali prove dell’ordine
soprannaturale che si volevano trarre dalla sua osservazione si sono sfaldate
una ad una. E le sorprese più grosse sono venute proprio dall’osservazione
della natura biologica e psichica degli esseri umani, ma anche da una migliore e
più realistica conoscenza dei fatti antropologici espressi dalle società umane
dei tempi passati e di ogni parte del globo. Questa idea di una natura che attesta un certo ordine gerarchico sociale, su piccola e grande scala, al quale
si dovrebbe tornare per realizzare una vita
buona, non trova conferma nelle osservazioni scientifiche. La natura appare, in questa prospettiva,
solo una base su cui costruire l’umano
e la responsabilità rimarrà sempre nostra, di noi umani. In sé appare piuttosto
indifferente alla nostra idea di bontà, con tutti quegli esseri viventi che si mangiano
l’un l’altro in una lotta incessante per la sopravvivenza. Questa è la realtà sulla quale noi umani dobbiamo costruire la vita umana buona, distaccandoci dal nostro passato di antiche belve.
Progressivamente alle tradizionali fonti di
conoscenza della teologia se ne sono affiancate altre, che servono a dare un’immagine
realistica del mondo da umanizzare religiosamente: questo è avvenuto in maniera
spettacolare nell’ultima enciclica dei nostri tempi, la Laudato si’ del Papa regnante.
E’ la prima volta, nella lunga e complessa storia di quel filone di
letteratura, ormai vastissimo, denominato dottrina sociale che si tenta una cosa
simile. E’ la prima volta che, in quella letteratura, non ci si limita a inseguire le novità,
ma si cerca anche di governarle.
Manca ancora qualcosa però. Che cosa? Manca la politica. Una via per integrare politicamente le masse in religione. E così si torna agli
inizi, a fare i conti con la democrazia,
il vero nodo irrisolto di sempre.
Può esistere una via sinodale alla democrazia, in cui non ci si limita a
scontrarsi ma si cerca di procedere sempre
tutti insieme, provando comunque a volersi
bene? Questa è l’utopia religiosa dei nostri tempi. Può divenire realtà?
Forse. Ma occorrerà un lungo tirocinio, una lunga educazione tra il popolo.
Bisognerà forse tirar fuori altre novità per governare le novità dei tempi. Qualcosa
di molto più complesso, di molto più difficile dell’organizzare una domenica a
Roma di mezzo milione di persone.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli