Perché la parrocchia?
Come la parrocchia? - 10 - Conclusione
Tirando le somme di ciò che ho osservato negli interventi precedenti, si
può dire che stiamo vivendo la parrocchia
in una fase piuttosto delicata in cui si va trasformando da sede dell’ufficio
ecclesiastico del parroco, luogo decentrato di esercizio di un potere sacro, in
entità comunitaria finalizzata a scoprire, attualizzare e diffondere nel nostro
tempo la fede religiosa, facendone esperienza insieme apprendendo, dialogando
con gli altri, partecipando creativamente, non da semplici utenti, a varie
attività, tra le quali servizi altruistici e disinteressati nel campo della
formazione, dell’animazione, e dell’assistenza personale e materiale e la
liturgia, come anche l’arte, nelle varie forme in cui può essere espressa da
quelle classiche a quelle nuove dei tempi nostri, ed
infine riportando, confrontando nella discussione collettiva e
verificandone la compatibilità con principi religiosi proclamati anche con l’ausilio
di coloro che tra noi svolgono la missione di apostoli, i risultati della
nostra azione nella società civile nei vari campi in cui essa si svolge, quindi
anzitutto nel lavoro e nella famiglia, nella cultura e nella politica di
collaborazione democratica al governo della società nei vari livelli, locale, nazionale e
internazionale, in cui esso si articola. La principale difficoltà che si
incontra in questo processo è che il quadro giuridico in cui si opera è
sostanzialmente quello di sempre, secondo il quale la parrocchia è
essenzialmente ancora un ufficio ecclesiastico di decentramento amministrativo
della diocesi, e il suo elemento comunitario va sviluppato innanzi tutto sperimentandolo, in particolare stimolando la
partecipazione laicale, in un clima però che è di generale sfiducia verso il
laicato da parte del clero, e in particolare dei nostri capi religiosi,
motivata dalla scarsa preparazione culturale, dall’indisciplina e dalla
rissosità mostrata dalla gente di fede tutte le volte che si cerca di farla
uscire dallo stato di gregge.
Si tratta quindi, da parte di noi laici, di cercare di crescere in ciò in cui ci siamo mostrati
carenti, in particolare non rimanendo fermi alla fede dell’infanzia, prendendo
maggiore e realistica consapevolezza del dibattito culturale sui temi religiosi
e dell’evoluzione della società del nostro tempo, facendoci carico delle
esigenze di unità delle collettività religiose, che devono procedere sempre con
atteggiamento sinodale (che significa
camminare insieme senza escludere) e
dell’agàpe (per cui ci deve essere
sempre un posto per tutti alla nostra ideale mensa), e cercando di vivere pacificamente il pluralismo facendo
tirocinio di democrazia, l’unico metodo per far convivere positivamente le
diversità.
Ma va
sviluppata molto anche la dimensione della corresponsabilità, che è parte di quella
del servizio altruistico, per cui non si
agisce solo da utenti di servizi religiosi al consumatore ma si attua quella
che viene definita come giustizia
partecipativa, per cui non si rifugge l’impegno personale là dove è
doveroso esprimerlo a fini altruistici. Ciò comporta, in particolare, farsi
carico dei problemi economici della gestione parrocchiale, nei campi del sovvenire, quindi del contribuire a
creare le risorse materiali dell’azione collettiva, non pretendendo che essi
derivino tutti dal bilancio statale o ecclesiastico, e in quello del controllare, vale a dire della verifica
del rendiconto e della programmazione delle entrate e delle spese per il
futuro. Benché non sia previsto dalle norme canoniche, è necessario infatti
sviluppare come conquista culturale, essenziale per il passaggio a una reale
dimensione comunitaria, l’idea che chi gestisce le risorse economiche della
parrocchia, come ente ecclesiastico e civile, quindi il parroco e il Consiglio
per gli affari economici, debba, in qualche modo, esporre periodicamente alla comunità i risultati della
gestione economica, sia sotto il profilo della consistenza dei beni materiali
presenti, quindi dell’inventario, sia sotto il profilo del rendiconto, vale a
dire del bilancio tra entrate e uscite, e i progetti per il futuro, ottenendo in qualche
modo, da individuare, l’assenso dei partecipanti alla collettività
parrocchiale. E’ una cosa che, a mia
memoria, non si è mai fatta: l’unica forma di partecipazione che in passato è
stata attuata in questo settore è stata infatti quella di esporre, nel corso
delle Messe, problemi contingenti di spesa, ad esempio per pagare una bolletta
particolarmente elevata o il costo di lavori di manutenzione o ristrutturazione,
richiedendo la contribuzione dei fedeli. Così si è proceduto anche nel corso
dei lavori per la costruzione della nuova chiesa parrocchiale e ora si scopre che si sarebbe potuto
programmarli meglio, in particolare salvando all’uso collettivo la parte residua
del vasto locale sotterraneo un tempo adibito ad uso liturgico ed ora
sostanzialmente trasformato in un parcheggio per vari veicoli privati e in un
disordinato deposito di materiali di risulta. Naturalmente non si è obbligati a procedere in questo modo, ma
se non lo si fa, se la gestione economica si mantiene sostanzialmente opaca,
non si può pretendere poi che i fedeli si sentano realmente coinvolti in una
realtà comunitaria dove la loro partecipazione, per quanto affermata in linea
di principio come necessaria, si rivela in fondo inutile e senza reali modi per
manifestarsi. E’ questo un problema molto serio, tenendo conto che la gran
parte delle risorse economiche delle nostre collettività religiose proviene dal
bilancio pubblico, quindi dai tributi versati dai cittadini italiani, per un
importo molto rilevante che supera abbondantemente il miliardo di euro all’anno
oltre alle varie ulteriori elargizioni pubbliche per la manutenzione e restauro
degli edifici religiosi e per il sostegno di varie attività sociali svolte in
ambito religioso, ma che mancano sedi democratiche di verifica della congruità
dell’impiego di queste risorse, che attualmente vengono gestite autarchicamente
dalle nostra autorità religiose, espresse dal clero. Una buona parte degli
scandali che recentemente hanno coinvolto i vertici della nostra collettività
religiosa ruota appunto intorno a questi temi. Pretendere di superarli
mettendoli semplicemente a tacere non è conforme ai principi democratici che
informano le società avanzate contemporanee, che richiedono invece trasparenza e possibilità di verifica comunitaria, e dove
occorre riforma,
per cui sarebbe opportuno iniziare sperimentazioni
anche in questo campo almeno a
livello locale, che possano poi orientare riforme più vaste.
Infine è necessario distaccarsi dagli esempi del nostro tremendo passato
storico, in cui, fin dalle origini, si è stati piuttosto intolleranti gli uni
versi gli altri, a dispetto della religione dell’agàpe proclamata,
distribuendosi a vicenda patenti di eresia e scomuniche. Ancora oggi lo si fa
piuttosto disinvoltamente. Occorre in questo fare tirocinio di democrazia,
edificando nuove forme sociali in cui lo si possa svolgere, nelle quali, in
particolare, le varie attività della parrocchia possano coinvolgere tutti
a prescindere dalle loro particolari
spiritualità e dai vari loro orientamenti sociali e politici, facendo convivere le diversità in modo da
consentire anche il dialogo pacificato e pacificante sui temi controversi,
secondo il metodo dell’aggiunta per cui non si rinuncia a nessuno, mai, nelle
questioni di fede, solo perché la si pensa diversamente su certi temi. Si
tratta di un’esperienza di libertà che richiede anche di interiorizzare una
disciplina democratica, secondo la quale si rispetti la dignità altrui e, una
volta espressa democraticamente una presidenza nei vari campi di attività
collettiva, se ne rispettino poi le decisioni relative all’ordine da dare ai
lavori, in modo da arrivare ordinatamente a decisioni collettive con la
partecipazione di tutti, senza prevaricazioni o esclusioni e in modo che ad
ognuno sia consentito di esporre le proprie opinioni e proposte sui temi in
discussione.
Da ciò che ho esposto è chiaro che non si tratta di restaurare esperienze del
passato o di applicare un qualche modello già esistente, ma di sperimentare nuove vie, in un’ottica di reale
partecipazione al moto di riforma che interessa le nostre collettività religiose dagli scorsi anni Sessanta e che da due anni è ripreso
intensamente, dopo un lungo periodo di stasi. Dipenderà anche da tutti noi se l’esperienza religiosa
continuerà ad avere un senso nella società in cui siamo immersi e ciò pur
confidando naturalmente nella persistente assistenza soprannaturale, in quella
Provvidenza della quale tutti noi
dobbiamo pur sempre invocare religiosamente di divenire strumenti.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli