Perché la parrocchia?
Come la parrocchia? - 9 -
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| Una tribù di nativi Americani. Vogliamo "giocare a fare gli indiani", in religione? |
Nelle società europee
contemporanee stiamo vivendo una crisi delle relazioni comunitarie. I sociologi
ne danno varie spiegazioni. Una di queste è che non se ne vede più la
necessità: le comunità davano sicurezza, certo, ma erano anche opprimenti, un
po’ come la famiglia. Davano protezione agli individui, ma pretendevano
conformità e sottomissione acritica. Le società democratiche, fino ad epoca recente, hanno consentito alle
persone di fare a meno dei legami comunitari, compresi quelli familiari che li
sottomettevano a gerarchie naturali, mantenendo un certo livello di sicurezza
sociale. Esse infatti erano fondate sull’idea di giustizia sociale, che
comprendeva appunto la sicurezza nella vita delle persone, ad esempio forme di
previdenza sociale in caso di malattia, inabilità lavorativa o disoccupazione,
l’assistenza sanitaria, la formazione scolastica e professionale, tutti
benefici che nei tempi più antichi erano assicurati dalle varie comunità-corporazioni
in cui un individuo era inserito. Tra queste anche le collettività religiose,
che costituivano inoltre un potente fattore di integrazione sociale e di
riconoscimento della dignità delle persone.
Quando si parla di secolarizzazione,
volendo intendere quel processo per cui le persone non credono più che potenze
soprannaturali abbiano una qualche influenza sulle loro vita e che quindi metta
conto di stabilire relazioni di un certo tipo con loro, pertanto di condurre
una vita religiosa, in realtà si fa riferimento a qualcosa di diverso da una
convinzione intellettuale di ateismo, che nella nostra società è propria di un
minoranza molto esigua stimata intorno al 5% della popolazione, e precisamente
al fatto che la gente non ha più necessità delle forme di previdenza e di
integrazione sociali assicurate dall’appartenenza ad una collettività
religiosa, per cui ne diserta le liturgie, non approfondisce le conoscenze di
fede e non si sente vincolata dalla sue regole esigenti, e vive bene lo stesso. Ha ancora piacere che certe tappe fondamentali
della vita siano contornate dai simboli religiosi, ma solo come apparato
scenografico e spettacolare, un settore in cui
i nostri liturgisti e maestri di cerimonie sono ancora piuttosto
quotati.
Del resto ai tempi nostri in genere non si ha più coscienza di che cosa ha significato
negli scorsi due secoli appartenere alle nostre collettività religiose in
Italia. Per un tempo lunghissimo, si è vissuti in una condizione di
pesantissima emarginazione sociale e
culturale, a differenza di altre nazioni del mondo in cui la gente della nostra
fede si era molto diffusa, ad esempio nelle Americhe. Questa situazione venne
determinata scientemente e intenzionalmente dall’azione del papato romano,
nella sua contrapposizione frontale al movimento di unificazione nazionale, per
cui esso si compì contro il papato, ponendo fine con una conquista
militare al suo residuo regno nell’Italia centrale. Il papato, come reazione,
impedì a lungo, dal 1868 al 1909, la partecipazione democratica della nostra
gente di fede alle istituzioni del Regno d’Italia. Esso costrinse i fedeli su
posizioni intransigenti verso il nuovo stato unitario stimolando
un’ideologia guelfa, vale a dire a sostegno delle
rivendicazioni politiche del papato, che voleva fondarsi su una base popolare,
specialmente rurale, mantenutasi fedele nonostante fosse prevaricata da una
classe politica colonizzata da
ideologie e filosofie estranee alla tradizione italiana, in particolare dal
liberalismo. Questa posizione aveva anche come corollario una forte diffidenza
verso tutto ciò che la modernità di altro aveva prodotto, in particolare i
progressi scientifici e tecnologici, e la negazione della libertà di coscienza
nei fedeli. Da questa condizione ci si cominciò a risollevare, nel pieno della
temperie antimodernista, in particolare grazie all’opera di Giuseppe Toniolo
(1845-1918) dopo lo scioglimento dell’Opera dei Congressi. Ma a lungo la gente
della nostra fede e la loro cultura furono viste con sospetto nei campi della
politica, della scienza e della cultura italiane, anche se non mancarono certo
politici, scienziati e intellettuali di primo piano appartenenti alle nostre
collettività religiose. Da questa condizione si uscì ai tempi del Concilio
Vaticano 2°: esso anche in questo fu un evento epocale.
Tenuto conto di questa storia,
quando la pressione sociale che induceva ad atteggiamenti religiosi calò,
appunto per lo sviluppo di una democrazia sociale che garantiva la sicurezza
delle persone a prescindere da legami comunitari forti, la gente prese ad
allentare i legami con collettività di fede che in passato erano state vissute
come ghetti arretrati. E constatò che si poteva vivere bene lo stesso.
Questa metamorfosi sociale la possiamo situare negli anni Sessanta del
secolo scorso.
Fu appunto a quei tempi che si cercò di
motivare la persone verso un diverso modello comunitario, di tipo aperto, universalistico, partecipe della vita sociale e politica del
proprio tempo e fondato non tanto su tradizioni
popolari, quindi sulle consuetudini e costumi sociali che tradizionalmente venivano vissuti in
ambito religioso, quanto su una più matura consapevolezza dei principi di
fede. Si progettò anche un profondo
rinnovamento della catechesi, sulla base del movimento catechistico che aveva interessato l’Europa dalla fine
dell’Ottocento. Questo processo molto presto cominciò a riguardare la stessa
organizzazione delle nostre collettività religiose, esprimendo istanze di
riforma a tutti i livelli. In questo momento, verso la fine degli anni
Settanta, dopo circa un decennio di sperimentazioni,
il papato intervenne bloccandole d’autorità, nel timore di perdere il controllo
del popolo di fede. Parallelamente sorsero nuove sperimentazioni sociali che
in religione riproponevano modelli comunitari del passato secondo due tendenze:
quella del neo-intransigentismo, un
fondamentalismo che riteneva di radunare la gente ricostituendo comunità di
tipo tradizionale intorno a prassi, liturgie, costumi, consuetudini
sperimentate nel passato, e quella del neo-tribalismo integralista, cercando di
ricostruire artificialmente il modello autoritario delle famiglie allargate che
sembrava avesse consentito negli ambienti rurali la tenuta della nostra fede, integrandolo in neo-liturgie e in una neo-tradizione, costruendo una nuova ideologia comunitaria
dandole però un aspetto anticato,
come se risalisse alle origini. Queste due vie furono assecondate durante i
pontificati del Wojtyla e del Ratzinger, sviluppandosi molto. Entrambe fanno conto di sviluppare sulle persone una pressione
comunitaria che possa bilanciare
quella della cultura dominante, vista come ostile. Entrambe sono fortemente
critiche nei confronti dell’ideologia espressa dai saggi dell’ultimo concilio.
Entrambe tendono ad isolare le persone dalla società del loro tempo, sviluppando
una forza centripeta, verso neo-comunità. La loro forza comunitaria
è indotta creando, anche artificialmente, condizioni di separazione culturale e di riduzione della comunicazione
interculturale. Nonostante periodicamente organizzino eventi di massa che
creano l’immagine di una presenza
forte nella società, i movimenti che seguono questi orientamenti sono
largamente minoritari nella società italiana, mentre, del tutto
comprensibilmente, è molto maggiore l’influenza dei soggetti sociali della
nostra fede, ad esempio quelli espressione del cristianesimo democratico, che
non hanno tagliato i ponti con ciò che si muove intorno a loro.
I tre
modelli oggi correnti in religione, quello, diciamo, di ispirazione conciliare
e universalistica e gli altri due di tipo neo-comunitario
difensivo, si stanno dando battaglia
e cercano di avere i favori del papato. Nello stesso tempo cercano di fare più
proseliti possibile. I loro fautori
vogliono trasformare tutte le nostre collettività religiose secondo le loro
impostazioni particolari, non ritenendo possibile la coesistenza pacifica.
Le correnti neo-tribali, in particolare,
cercano di marcare sempre più fortemente la distanza culturale con la società
del nostro tempo, da ultimo, facendo leva, sollecitando un’azione di pressione
molto marcata verso le istituzioni per contrastarlo, sul processo per adempiere
gli obblighi di adattamento della nostra legislazione e del nostro sistema
scolastico ai principi fondamentali antidiscriminatori che riguardano le donne
e le persone omosessuali, presentandoli come fondamentalmente antireligiosi e
come una forma di corruzione morale. E’ l’ideologia anti-gender, i cui ideatori e fautori sono ben individuabili, al
contrario della fantomatica ideologia gender, che, espressa e promossa da una
specie di massoneria segreta, starebbe facendosi largo nel buon popolo
italiano. In realtà i principi antidiscriminatori sono promossi in modo
assolutamente manifesto dalle istituzioni europee e nazionali. Essi non sono
fondati su una qualche ideologia arbitraria o addirittura su eresie o filosofie
antireligiose del passato, ma sulla constatazione, ovvia dal punto di vista storico,
che non si è mai stati uomini e donne nello stesso modo in tutte le epoche e in
tutti i popoli della terra, ma che all’identità sessuale sono collegati
stereotipi sociali molto variabili, come ai tempi nostri emerge platealmente
nel confronto tra le culture espresse dagli europei e dai popoli del Vicino
Oriente, dagli asiatici e dagli africani. Tale osservazione è confermata dalla
psicologia, dall’antropologia e dalla sociologia contemporanee. A ciò si è
aggiunta la consapevolezza, questa raggiunta più di recente in ambito
scientifico, che l’identità sessuale delle persone non è completamente
polarizzata intorno al tipo maschile o femminile, ma che vi sono, in natura, diverse varianti intermedie,
che una persona non sceglie, ma si
ritrova a vivere. Ciò assodato si è ritenuto ingiusto non assecondare le
tendenze naturali delle persone, qualora non ledessero la
personalità altrui, privandole del diritto fondamentale di vivere la propria
sessualità in modo conforme ad esse, essendo previsto tra l’altro tra i
principi fondamentali di tutte le nazioni oggi federate nell’Unione Europea quello
dell’uguaglianza in dignità delle persone senza distinzione di sesso. Sulla base
dell’ideologia anti-gender si rovesciano sugli altri, su coloro che non
la condividono, le vecchie accuse di eresia, cercando in questo modo di
provocarne l’abiura o l’esclusione e
cercando in questo di forzare la mano ai nostri capi religiosi, che in genere
si sono formati in ambienti teologici molto sensibili a questo genere di
discorsi. Si ripercorrono quindi le
antiche strade del nostro tremendo passato.
Ora, noi, progettando una nuova dimensione comunitaria in parrocchia
dobbiamo fare una scelta.
E prima di tutto dobbiamo capire che non è possibile creare una neo-tribù comunitaria senza separare i
suoi membri dalla società intorno, in modo da renderli una minoranza ai margini di essa e così fare in modo che vengano da
essa respinti come estranei, in maniera tale che non rimanga loro alcuna possibilità di scelta. Per ottenere
questo risultato è necessario però integrare nella nostra fede, aggiungendolo ad essa sebbene non ad essa
connaturato, un modello sociale fortemente divergente rispetto ai principi
della società in cui siamo immersi, ad esempio negando la libertà di coscienza,
negando la libertà di pensiero, affermando come essenziale la sottomissione a
gerarchie naturali su base
maschilista, ripudiando l’idea di promozione della donna, respingendo l’idea
che si possa esprimere la propria sessualità secondo le proprie inclinazione
naturali, qualora ciò possa farsi nel rispetto della personalità altrui,
respingendo come malvagio cedimento al male ogni forma di mediazione e
interazione culturale con la società del nostro tempo. Vale a dire che non è
possibile costituire una neo-tribù
senza ricadere nella condizione di marginalità sociale dalla quale la gente
della nostra fede è faticosamente emersa negli scorsi anni Sessanta e senza
ripudiare i principi dell’ultimo concilio, che vanno in direzione opposta.
L’alternativa è quella di creare in parrocchia delle nuove forme sociali
in cui attuare esperimenti di dialogo e di azione sui temi della fede e della
società contemporanea, caratterizzate dal metodo democratico e dall’esclusiva e
imprescindibile fedeltà ai principi religiosi fondamentali, senza aggiunte arbitrariamente presentate come
inderogabili e strumentali alla separazione della gente di fede nostra dal
resto del corpo sociale.
Il fatto che l’approfondimento personale della
fede funzioni meglio sfruttando i vantaggi presentati dalla dinamica dei piccoli gruppi, dove i
rapporti personali più forti favoriscono la trasmissione da vita a vita della
comunicazione di fede, non ci autorizza a rinchiudere i fedeli in tali rapporti più
intensi come in una riserva,
tagliando le linee di comunicazione con la società intorno con il proposito di
preservarli da influenze nocive. Infatti una parte importante del lavoro che ci
si aspetta dal fedele, in particolare da un laico, è proprio quello di
inculturazione della fede, che richiede di mantenere aperto il dialogo
interculturale, quindi le relazioni con il mondo in cui si è immersi.
Che cosa scegliamo: la neo-tribù o il confronto democratico; la via della chiusura o quella dell’apertura?
Ma, soprattutto, dovremmo tenerci fuori, in
parrocchia, dai giochi di potere che ai tempi nostri travagliano il vertice
della nostra organizzazione religiosa. In questo modo potremo conservare sempre
il rispetto di chi non la pensa in tutto come noi nelle questioni della fede e
della società, imparando in ciò la lezione della nostra tremenda e lunga storia
comune piena di intolleranza e di esclusioni, fin dalle origini.
La via democratica è quella della coesistenza
pacifica delle diverse ideologie sulla base del riconoscimento della comune
dignità di tutte le persone umane. Di modo che ogni scelta che si fa non
comporta mai l’esclusione di chi non la condivide, ma opera nel modo dell’aggiunta, in un contesto pluralistico, in cui, posti i fondamenti
democratici della convivenza sociale, si dialoga tra culture che coesistono e si gareggia solo nel
produrre il bene sociale, il bene di tutti, confrontando in un franco e libero
dibattito l’efficacia delle varie soluzioni attuate.
Ci deve però proporre di ripudiare tutto ciò che impedisce la
coesistenza, l’aggiunta, e innanzi
tutto il maneggiare arbitrariamente, disinvoltamente e spregiudicatamente l’arma
dell’accusa di eresia, che già ha fatto tanti danni, dalle origini, i mano ai
nostri capi religiosi, ed oggi non si capisce nemmeno più bene per quale motivo
si sia stati così rissosi, e che ne farebbe ancora di più, travolgendoci
definitivamente, se posta in mano a chiunque del popolo di fede, orecchiando
superficialmente cattivi maestri. Come si scoprì a livello mondiale negli
scorsi anni Sessanta una delle principali basi della coesistenza pacifica è il
disarmo ideologico.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.
