venerdì 8 gennaio 2016

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 9 -

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 9 -

Una tribù di nativi Americani. Vogliamo "giocare a fare gli indiani", in religione?


  Nelle società europee contemporanee stiamo vivendo una crisi delle relazioni comunitarie. I sociologi ne danno varie spiegazioni. Una di queste è che non se ne vede più la necessità: le comunità davano sicurezza, certo, ma erano anche opprimenti, un po’ come la famiglia. Davano protezione agli individui, ma pretendevano conformità e sottomissione acritica. Le società democratiche, fino  ad epoca recente, hanno consentito alle persone di fare a meno dei legami comunitari, compresi quelli familiari che li sottomettevano a gerarchie naturali, mantenendo un certo livello di sicurezza sociale. Esse infatti erano fondate sull’idea di giustizia sociale, che comprendeva appunto la sicurezza nella vita delle persone, ad esempio forme di previdenza sociale in caso di malattia, inabilità lavorativa o disoccupazione, l’assistenza sanitaria, la formazione scolastica e professionale, tutti benefici che nei tempi più antichi erano assicurati dalle varie comunità-corporazioni in cui un individuo era inserito. Tra queste anche le collettività religiose, che costituivano inoltre un potente fattore di integrazione sociale e di riconoscimento della dignità delle persone.
  Quando si parla di secolarizzazione, volendo intendere quel processo per cui le persone non credono più che potenze soprannaturali abbiano una qualche influenza sulle loro vita e che quindi metta conto di stabilire relazioni di un certo tipo con loro, pertanto di condurre una vita religiosa, in realtà si fa riferimento a qualcosa di diverso da una convinzione intellettuale di ateismo, che nella nostra società è propria di un minoranza molto esigua stimata intorno al 5% della popolazione, e precisamente al fatto che la gente non ha più necessità delle forme di previdenza e di integrazione sociali assicurate dall’appartenenza ad una collettività religiosa, per cui ne diserta le liturgie, non approfondisce le conoscenze di fede e non si sente vincolata dalla sue regole esigenti, e vive bene lo stesso. Ha ancora piacere che certe tappe fondamentali della vita siano contornate dai simboli religiosi, ma solo come apparato scenografico e spettacolare, un settore in cui  i nostri liturgisti e maestri di cerimonie sono ancora piuttosto quotati.
  Del resto ai tempi nostri in genere non si  ha più coscienza di che cosa ha significato negli scorsi due secoli appartenere alle nostre collettività religiose in Italia. Per un tempo lunghissimo, si è vissuti in una condizione di pesantissima emarginazione sociale  e culturale, a differenza di altre nazioni del mondo in cui la gente della nostra fede si era molto diffusa, ad esempio nelle Americhe. Questa situazione venne determinata scientemente e intenzionalmente dall’azione del papato romano, nella sua contrapposizione frontale al movimento di unificazione nazionale, per cui esso si compì  contro  il papato, ponendo fine con una conquista militare al suo residuo regno nell’Italia centrale. Il papato, come reazione, impedì a lungo, dal 1868 al 1909, la partecipazione democratica della nostra gente di fede alle istituzioni del Regno d’Italia. Esso costrinse i fedeli su posizioni  intransigenti  verso il nuovo stato unitario stimolando un’ideologia  guelfa, vale a dire a sostegno delle rivendicazioni politiche del papato, che voleva fondarsi su una base popolare, specialmente rurale, mantenutasi fedele nonostante fosse prevaricata da una classe politica colonizzata da ideologie e filosofie estranee alla tradizione italiana, in particolare dal liberalismo. Questa posizione aveva anche come corollario una forte diffidenza verso tutto ciò che la modernità di altro aveva prodotto, in particolare i progressi scientifici e tecnologici, e la negazione della libertà di coscienza nei fedeli. Da questa condizione ci si cominciò a risollevare, nel pieno della temperie antimodernista, in particolare grazie all’opera di Giuseppe Toniolo (1845-1918) dopo lo scioglimento dell’Opera dei Congressi. Ma a lungo la gente della nostra fede e la loro cultura furono viste con sospetto nei campi della politica, della scienza e della cultura italiane, anche se non mancarono certo politici, scienziati e intellettuali di primo piano appartenenti alle nostre collettività religiose. Da questa condizione si uscì ai tempi del Concilio Vaticano 2°: esso anche in questo fu un evento epocale.
   Tenuto conto di questa storia, quando la pressione sociale che induceva ad atteggiamenti religiosi calò, appunto per lo sviluppo di una democrazia sociale che garantiva la sicurezza delle persone a prescindere da legami comunitari forti, la gente prese ad allentare i legami con collettività di fede che in passato erano state vissute come ghetti arretrati. E constatò che  si poteva vivere bene lo stesso.
  Questa metamorfosi sociale la possiamo situare negli anni Sessanta del secolo scorso.
 Fu appunto a quei tempi che si cercò di motivare la persone verso un diverso modello comunitario, di tipo aperto, universalistico, partecipe della vita sociale e politica del proprio tempo e fondato non tanto su tradizioni popolari, quindi sulle consuetudini e costumi sociali che tradizionalmente venivano vissuti in ambito religioso, quanto su una più matura consapevolezza dei principi di fede.  Si progettò anche un profondo rinnovamento della catechesi, sulla base del movimento catechistico che aveva interessato l’Europa dalla fine dell’Ottocento. Questo processo molto presto cominciò a riguardare la stessa organizzazione delle nostre collettività religiose, esprimendo istanze di riforma a tutti i livelli. In questo momento, verso la fine degli anni Settanta, dopo circa un decennio di sperimentazioni, il papato intervenne bloccandole d’autorità, nel timore di perdere il controllo del popolo di fede. Parallelamente sorsero nuove sperimentazioni  sociali che in religione riproponevano modelli comunitari del passato secondo due tendenze: quella del neo-intransigentismo, un fondamentalismo che riteneva di radunare la gente ricostituendo comunità di tipo tradizionale intorno a prassi, liturgie, costumi, consuetudini sperimentate nel passato, e quella del  neo-tribalismo integralista, cercando di ricostruire artificialmente il modello autoritario delle famiglie allargate che sembrava avesse consentito negli ambienti rurali la tenuta della nostra fede, integrandolo in neo-liturgie  e in una neo-tradizione,  costruendo una nuova ideologia comunitaria dandole però un aspetto anticato, come se risalisse alle origini. Queste due vie furono assecondate durante i pontificati del Wojtyla e del Ratzinger, sviluppandosi molto. Entrambe  fanno conto di sviluppare sulle persone  una pressione comunitaria  che possa bilanciare quella della cultura dominante, vista come ostile. Entrambe sono fortemente critiche nei confronti dell’ideologia espressa dai saggi dell’ultimo concilio. Entrambe tendono ad isolare le persone dalla società del loro tempo, sviluppando una forza centripeta, verso  neo-comunità. La loro forza comunitaria è indotta creando, anche artificialmente, condizioni di separazione  culturale e di riduzione della comunicazione interculturale. Nonostante periodicamente organizzino eventi di massa che creano l’immagine di una presenza forte nella società, i movimenti che seguono questi orientamenti sono largamente minoritari nella società italiana, mentre, del tutto comprensibilmente, è molto maggiore l’influenza dei soggetti sociali della nostra fede, ad esempio quelli espressione del cristianesimo democratico, che non hanno tagliato i ponti con ciò che si muove intorno a loro.
  I tre modelli oggi correnti in religione, quello, diciamo, di ispirazione conciliare e universalistica e gli altri due di tipo neo-comunitario difensivo,  si stanno dando battaglia e cercano di avere i favori del papato. Nello stesso tempo cercano di fare più proseliti possibile.  I loro fautori vogliono trasformare tutte le nostre collettività religiose secondo le loro impostazioni particolari, non ritenendo possibile la coesistenza pacifica.
 Le correnti  neo-tribali, in particolare, cercano di marcare sempre più fortemente la distanza culturale con la società del nostro tempo, da ultimo, facendo leva, sollecitando un’azione di pressione molto marcata verso le istituzioni per contrastarlo, sul processo per adempiere gli obblighi di adattamento della nostra legislazione e del nostro sistema scolastico ai principi fondamentali antidiscriminatori che riguardano le donne e le persone omosessuali, presentandoli come fondamentalmente antireligiosi e come una forma di corruzione morale. E’ l’ideologia anti-gender, i cui ideatori e fautori sono ben individuabili, al contrario della fantomatica ideologia  gender, che, espressa e promossa da una specie di massoneria segreta, starebbe facendosi largo nel buon popolo italiano. In realtà i principi antidiscriminatori sono promossi in modo assolutamente manifesto dalle istituzioni europee e nazionali. Essi non sono fondati su una qualche ideologia arbitraria o addirittura su eresie o filosofie antireligiose del passato, ma sulla constatazione, ovvia dal punto di vista storico, che non si è mai stati uomini e donne nello stesso modo in tutte le epoche e in tutti i popoli della terra, ma che all’identità sessuale sono collegati stereotipi sociali molto variabili, come ai tempi nostri emerge platealmente nel confronto tra le culture espresse dagli europei e dai popoli del Vicino Oriente, dagli asiatici e dagli africani. Tale osservazione è confermata dalla psicologia, dall’antropologia e dalla sociologia contemporanee. A ciò si è aggiunta la consapevolezza, questa raggiunta più di recente in ambito scientifico, che l’identità sessuale delle persone non è completamente polarizzata intorno al tipo maschile o femminile, ma che vi sono, in natura, diverse varianti intermedie, che una persona non sceglie, ma  si ritrova a vivere. Ciò assodato si è ritenuto ingiusto non assecondare le tendenze naturali  delle persone, qualora non ledessero la personalità altrui, privandole del diritto fondamentale di vivere la propria sessualità in modo conforme ad esse, essendo previsto tra l’altro tra i principi fondamentali di tutte le nazioni oggi federate nell’Unione Europea quello dell’uguaglianza in dignità delle persone  senza distinzione di sesso. Sulla base dell’ideologia anti-gender  si rovesciano sugli altri, su coloro che non la condividono, le vecchie accuse di eresia, cercando in questo modo di provocarne l’abiura o l’esclusione e cercando in questo di forzare la mano ai nostri capi religiosi, che in genere si sono formati in ambienti teologici molto sensibili a questo genere di discorsi. Si ripercorrono quindi le  antiche strade del nostro tremendo passato.
  Ora, noi, progettando una nuova dimensione comunitaria in parrocchia dobbiamo fare una scelta.
  E prima di tutto dobbiamo capire che non è possibile creare una neo-tribù comunitaria senza separare i suoi membri dalla società intorno, in modo da renderli una minoranza ai margini di essa e così fare in modo che vengano da essa respinti come estranei, in maniera tale che non rimanga loro alcuna possibilità di scelta. Per ottenere questo risultato è necessario però integrare nella nostra fede,  aggiungendolo ad essa sebbene non ad essa connaturato, un modello sociale fortemente divergente rispetto ai principi della società in cui siamo immersi, ad esempio negando la libertà di coscienza, negando la libertà di pensiero, affermando come essenziale la sottomissione a gerarchie naturali su base maschilista, ripudiando l’idea di promozione della donna, respingendo l’idea che si possa esprimere la propria sessualità secondo le proprie inclinazione naturali, qualora ciò possa farsi nel rispetto della personalità altrui, respingendo come malvagio cedimento al male ogni forma di mediazione e interazione culturale con la società del nostro tempo. Vale a dire che non è possibile costituire una neo-tribù senza ricadere nella condizione di marginalità sociale dalla quale la gente della nostra fede è faticosamente emersa negli scorsi anni Sessanta e senza ripudiare i principi dell’ultimo concilio, che vanno in direzione opposta.
  L’alternativa è quella di creare in parrocchia delle nuove forme sociali in cui attuare esperimenti di dialogo e di azione sui temi della fede e della società contemporanea, caratterizzate dal metodo democratico e dall’esclusiva e imprescindibile fedeltà ai principi religiosi fondamentali, senza aggiunte arbitrariamente presentate come inderogabili e strumentali alla separazione della gente di fede nostra dal resto del corpo sociale.
 Il fatto che l’approfondimento personale della fede funzioni meglio sfruttando i vantaggi presentati dalla dinamica dei piccoli gruppi, dove i rapporti personali più forti favoriscono la trasmissione da vita a vita della comunicazione di fede, non ci autorizza a  rinchiudere i fedeli in tali rapporti più intensi come in una riserva, tagliando le linee di comunicazione con la società intorno con il proposito di preservarli da influenze nocive. Infatti una parte importante del lavoro che ci si aspetta dal fedele, in particolare da un laico, è proprio quello di inculturazione della fede, che richiede di mantenere aperto il dialogo interculturale, quindi le relazioni con il mondo in cui si è immersi.
  Che cosa scegliamo: la  neo-tribù  o il confronto democratico; la via della chiusura o quella dell’apertura?
 Ma, soprattutto, dovremmo tenerci fuori, in parrocchia, dai giochi di potere che ai tempi nostri travagliano il vertice della nostra organizzazione religiosa. In questo modo potremo conservare sempre il rispetto di chi non la pensa in tutto come noi nelle questioni della fede e della società, imparando in ciò la lezione della nostra tremenda e lunga storia comune piena di intolleranza e di esclusioni, fin dalle origini.
 La via democratica è quella della coesistenza pacifica delle diverse ideologie sulla base del riconoscimento della comune dignità di tutte le persone umane. Di modo che ogni scelta che si fa non comporta mai l’esclusione di chi non la condivide, ma opera nel modo dell’aggiunta, in un contesto pluralistico, in cui, posti i fondamenti democratici della convivenza sociale, si dialoga tra culture che coesistono e si gareggia solo nel produrre il bene sociale, il bene di  tutti, confrontando in un franco e libero dibattito l’efficacia delle varie soluzioni attuate.
  Ci deve però proporre di ripudiare tutto ciò che impedisce la coesistenza, l’aggiunta, e innanzi tutto il maneggiare arbitrariamente, disinvoltamente e spregiudicatamente l’arma dell’accusa di eresia, che già ha fatto tanti danni, dalle origini, i mano ai nostri capi religiosi, ed oggi non si capisce nemmeno più bene per quale motivo si sia stati così rissosi, e che ne farebbe ancora di più, travolgendoci definitivamente, se posta in mano a chiunque del popolo di fede, orecchiando superficialmente cattivi maestri. Come si scoprì a livello mondiale negli scorsi anni Sessanta una delle principali basi della coesistenza pacifica è il disarmo ideologico.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.