Perché la parrocchia?
Come la parrocchia? - 5 -
Riassumendo il senso di ciò che finora si è detto:
a)la parrocchia si trova in una
fase di passaggio che implicherà una trasformazione;
b)la parrocchia è istituita e
funzionante come ente territoriale ecclesiastico di diritto civile e canonico costruito intorno all’ufficio del parroco e uno degli aspetti del processo di
trasformazione sarà quello di aggiungerle
un aspetto comunitario di tipo aperto, e anche di progettare e strutturare una serie
di servizi e attività corrispondenti, comprendenti anche quell’articolato
complesso di interventi sociali che rientra nel concetto di catechesi;
c)il principale fattore critico
dell’efficacia degli attuali servizi e attività parrocchiali va individuato
nell’esclusivismo con cui è stato
seguito il metodo neocatecumenale,
che comprende strutture relazionali, contenuti e metodi specifici e un
particolare profilo di coloro ai quali sono affidati compiti educativi e
dirigenziali, nonché una propria organizzazione gerarchica e paraliturgica;
d)l’altro fattore critico è
costituito dallo scarso interesse per la vita sociale del quartiere delle
Valli, in cui la parrocchia è immersa, e per la sua gente, nella quale
prevalentemente si è cercato, in
definitiva, di scegliere, attraverso annuali appelli e attività di scrutinio,
i candidati per un particolare cammino di formazione, producendo un notevole scarto, vale a dire tutti coloro che non
erano interessati a quel programma di approfondimento della propria formazione
religiosa o non riuscivano a sopportarlo. E’ ciò che ho definito la nostra
particolare esperienza di Chiesa in uscita, nel senso di fedeli che
prendono la porta della parrocchia in uscita e non si vedono più tra noi;
e)gli indici di disaffezione del
quartiere verso la parrocchia sono in particolare lo scarso numero dei bambini
delle elementari che ci vengono affidati per la prima iniziazione alla fede e
lo scarsissimo numero di matrimoni celebrati in parrocchia. I due fenomeni
vanno in qualche modo collegati. Il matrimonio, preceduto da un programma
formativo specifico, manifesta e crea, in genere, salvo i casi in cui si cercano per sposarsi
edifici di culto concepiti solo come cornice scenografica all’evento,
un’alleanza tra una nuova famiglia e una parrocchia, e quindi poi si tende ad
affidare i propri figli alla parrocchia dove ci si è formati per il matrimonio,
o comunque a cercare parrocchie che in qualche modo richiamino l’esperienza di alleanza parrocchiale vissuta nel prepararsi al matrimonio. Non è
quindi scontato che, come superficialmente sostengono alcuni, ci vengano
affidati pochi bambini perché ci sono
solo pochi bambini: questa è un’affermazione che va verificata. E’ infatti
possibile, e per certi versi probabile tenendo conto di diversi segnali di
disagio, che le cose stiano diversamente, vale a dire che i bambini che ci sono non ci vengono affidati
perché li si affida ad altre agenzie educative, parrocchiali o non. Di fatto è
chiaramente percepibile un marcato ringiovanimento della popolazione del
quartiere, man mano che negli appartamenti abitati dai primi nuclei familiari
insediatisi negli anni Cinquanta si sono trasferite nuove famiglie, in genere
provenienti da altre zone della città, come quelle delle origini, e attirati
dai prezzi più sostenibili per acquistare o affittare case da abitare;
f)non si tratta di sostituire il metodo neocatecumenale, ma di ricondurlo
alla sua funzione propria all’interno delle comunità neocatecumenali, rendendo
possibile altri metodi di convivenza religiosa in parrocchia, comprensivi di
altri, diversi, percorsi di iniziazione, formazione ed educazione alla fede, in
particolare secondo gli indirizzi della Conferenza episcopale italiana e della
diocesi;
g)ogni metodo particolare attuato in parrocchia dovrà comunque subire
delle verifiche per renderlo compatibile, adattandolo, con il
progetto generale di convivenza parrocchiale e ciò anche se questo
comporti distaccarsi, anche marcatamente, dagli indirizzi metodologici e di
vertice di una particolare organizzazione, superando così l’impostazione condominiale della parrocchia, vista come un insieme di attrezzature, la chiesa parrocchiale, il
teatro, le aule, la biblioteca e via dicendo, da utilizzare di volta in volta
secondo l’arbitrio dei gruppi che la parrocchia si limitano ad abitare.
Non partiamo da zero: bisogna prenderne atto. Ma, in società, non
si parte mai da zero, a meno di non volere azzerare, non prendendole in considerazione e negandone il valore
le esperienze collettive precedenti. Noi dunque dobbiamo prendere atto
dell’esistente, capirlo bene, ed anche accettarlo in ciò che di positivo
esprime, perché è su questo che occorre costruire. Perché non possiamo
semplicemente demolire per ricostruire da capo? Questa è
la tentazione fondamentalista e integralista che in religione si è abbattuta ciclicamente su gruppi e persone,
facendo gravi danni. Dietro ogni esperienza sociale ci sono degli esseri umani,
che vanno rispettati nella loro dignità, per cui, quando occorre e solo nella
misura in cui veramente occorre, si deve modificare interagendo con loro, e
questo appunto è quel tipo di trasformazione che viene definito adattamento culturale, per cui sempre si
conserva ciò che di bene un’esperienza sociale ha prodotto, rispettandone gli
appartenenti, e si cerca di modificarla
solo nei suoi aspetti veramente critici e, in particolare, in ciò che
impedisce, o comunque ostacola, l’integrazione nel più vasto contesto sociale,
la convivenza pacifica con altre componenti sociali, il conseguimento di
finalità con carattere prioritario e pregiudiziale.
E questo è particolarmente vero per ciò che
riguarda le relazioni con il quartiere delle Valli. Esso è una realtà sociale
che ci è data e che dobbiamo conoscere molto
meglio di ora. Ma come conoscerla se non, in primo luogo, stabilendo relazioni
con la gente che l’esprime? Il dato statistico non è sufficiente anche se ci
può dare delle indicazioni di carattere generale, ad esempio sulle attività
lavorative prevalenti nelle famiglie, sul livello di istruzione scolastica,
sull’età media e sulla provenienza regionale, nazionale, etnica, linguistica,
sui servizi pubblici presenti sul territorio e via dicendo. Ma chi sono
veramente le persone tra le quali abitiamo? Quali sono le loro aspettative sul
quartiere, sulla parrocchia in particolare e poi sulla società in generale?
Avere
una casa propria, abitare in modo
indipendente dalla famiglia di origine, è un tappa importante nella vita di
una persona, e di una famiglia giovane in particolare. Si vorrebbe allora che
il quartiere dove si vive fosse un luogo ameno, piacevole, in cui non ci siano
situazioni pericolose, in particolare per i propri figli, dove ci si possa
ricaricare dopo una settimana di lavoro, in particolare stando in famiglia con
i propri figli piccoli (quando crescono
è più difficile averli tra noi genitori), in cui ci si possa incontrare con
persone con cui stringere relazioni più intense. Per i giovani il quartiere dove vivono può
essere anche l’ambiente delle loro prime relazioni d’amore. Si può quindi
pensare che la gente sia interessata a migliorare il quartiere dove vive, sia
dal punto di vista urbanistico e architettonico, sia dal punto di vista umano.
E ne abbiamo un indizio molto importante nella lunga battaglia che si è fatta
nel quartiere per conquistare il pratone
delle Valli, la sistemazione a parco pubblico comunale della grande area a
confine con via Conca d’Oro e via Val D’Ala, originariamente ancora destinata a
nuova edificazione.
Capire il
quartiere in cui la parrocchia è insediata è importante per progettare come parlare della nostra fede alla gente intorno a noi e,
soprattutto, come stabilire con lei relazioni vitali, quelle nelle quali corre
la comunicazione religiosa, come linfa in un albero o sangue in un corpo.
Non è indifferente, per iniziare, educare e
formare alla fede, che si viva in questo quartiere, alle Valli, o in un’altra
zona di Roma, anche se la mobilità cittadina è molto elevata, per cui le
persone nella fase attiva della loro vita, dalla seconda adolescenza in poi, in
genere studiano e lavorano in altri quartieri. In particolare perché è proprio
in questo quartiere, e non in un altro, che progettiamo di indurre una comunità piuttosto vasta, che tendenzialmente raduni tutta la gente di fede di questa zona,
in modo che consideri la parrocchia come un’estensione della propria casa, di
quello che, per esprimerne il calore utilizzando un’immagine d’altri tempi,
viene indicato come focolare domestico, vale a dire un ambiente
sicuro, ameno, amichevole, noto, in cui si arriva, si riposa, si
sta e ci si ricarica. E questo mentre negli altri ambienti che si
frequentano in altre ore del giorno si è solo provvisoriamente, in attesa di
andare da qualche altra parte finito ciò che c’è da fare, o addirittura di
passaggio, ad esempio senza un posto dove sedersi e parlare al di fuori di un
rapporto commerciale.
La comunità che vorremmo costituire è
fatta proprio di quella gente lì, a cui noi siamo stati inviati. Non ci
basta che ne venga altra da altre zone della città, se poi quella lì ci rimane
estranea. E non è perché non ammettiamo renitenza al sottomettersi ad un certo
potere religioso, all’ufficio del parroco (questa sarebbe la territorialità giuridica), ma perché, volendo
arricchire il profilo istituzionale, giuridico, dell’istituzione parrocchiale,
che è per sua natura territoriale,
quindi legata a una certa porzione del tessuto urbano cittadino, con un
più forte elemento comunitario, dobbiamo necessariamente fare riferimento privilegiato
alla gente delle Valli, perché, se non
lo facessimo, realizzeremmo un’altra cosa, diversa da una parrocchia, e
soprattutto saremmo tentati di selezionare
la gente con cui fare comunità. E,
invece, la comunità preesiste in
potenza come realtà pluralistica che vive sul territorio delle Valli e che a
noi spetta solo di radunare e di far convivere, tutta, in una dimensione di fede, che comprende tutto il bene che
quella gente si attende dalla vita, perché nulla di ciò che è umano è estraneo
alla fede e la via dell’umano è la via della fede, la quale, come insegnano i
teologi, non esiste allo stato puro,
ma solo nelle sue concrete mediazioni sociali e culturali. Questo obiettivo
rende indispensabile, per sostenere una comunità di quel tipo, con quella
dimensione di apertura, utilizzare il
metodo democratico, l’unico che consente di far convivere armoniosamente le
diversità, integrandole nel dialogo culturale. Ciò comporta, poi, che i vari
metodi particolari ai quali è riconosciuta la cittadinanza parrocchiale debbano
rispettare alcuni principi di relazione connaturati all’ambiente democratico e
in particolare il rispetto della dignità della persona umana, che significa, ad
esempio, rispettarne l’interiorità, non imponendo alle persone, al di fuori del
rapporto sacramentale con il sacerdote, di svelarsi
completamente rimanendo nude
nelle nostre mani, come anche non tiranneggiarle pretendendo di determinare le
loro vite costringendole, con la minaccia dell’esclusione, a seguire una
qualche nostra ricetta precostituita
che riteniamo adatta ad ogni situazione, e infine non istituire gradi o livelli di presunta perfezione spirituale o umana, di modo che uno,
avendoli raggiunti, si possa sentire superiore agli altri e in grado di
disprezzarli o almeno di commiserarli. Infine bisogna maturare, nelle diversi
sedi organizzate per incontrarci, una
più elevata capacità di ascolto e di comprensione, rispettando i tempi di
maturazione delle persone e le loro difficoltà, prendendo sul serio le
obiezioni che muovono alla nostra fede e non considerandole per principio
espressioni di malvagità e infedeltà.
Concludo osservando che in un contesto democratico ogni gerarchia è
basata sul servizio non sull’autorità
fine a sé stessa, per cui uno pretenda di comandare sugli altri solo in forza
di una qualche investitura ricevuta da un livello superiore, e, in religione,
la dimensione del servizio si inquadra nella solidarietà dell’agàpe, del particolare ambiente
comunitario creato dalla fede religiosa, e quindi non si attua in una
dimensione per così dire commerciale,
per cui c’è un dare e ricevere di tipo corrispettivo, e si dà tanto quanto si
riceve, e nemmeno in quella pubblicistica,
per cui in realtà il servizio non è svolto nell’interesse di coloro che ne sono
oggetto, ma di un livello di autorità superiore al quale solo si risponde: il
servizio nella fede, che con termine del
greco biblico si indica come diaconìa,
che appunto significa servizio, si svolge, anche nella sua funzione di
presidenza e di direzione, in una dimensione in cui conta solo il bene di chi
riceve, a prescindere dal contraccambio anche solo in termini di sottomissione,
e dunque si ispira al servizio svolto
per l’umanità dal Fondatore, dal quale pensiamo di essere stati inviati a tutto
il genere umano per costituire un unico popolo nell’agàpe, nell’apertura universale, e in questo senso cattolica, termine che ci arriva dal greco antico e che
appunto significa universale. Quindi ogni servizio, anche
quello di presidenza e direzione, non può essere, in questa dimensione,
totalmente autoreferenziale: deve accettare di essere sottoposto a verifica da
parte della comunità e, anzi, dove possibile, in particolare nel servizio
laicale, deve emergere da essa e comunque rimanere con essa in dialogo.
Inoltre, come suggerito dal nostro vescovo e padre universale in un discorso
pubblico nel corso di un’udienza, è bene che ogni ufficio di presidenza e
direzione, ogni gerarchia, abbia un termine, decorso il quale debbano essere
rinnovati sulla base della fiducia dei membri della comunità e tenendo conto
criticamente dei risultati ottenuti. Da quanto tempo non rinnoviamo il
Consiglio pastorale?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa -
Roma, Monte Sacro Valli