domenica 3 gennaio 2016

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 5 -

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 5 -

  Riassumendo il senso di ciò che finora si è detto:
a)la parrocchia si trova in una fase di passaggio che implicherà una trasformazione;
b)la parrocchia è istituita e funzionante come ente territoriale ecclesiastico di diritto civile e canonico  costruito intorno all’ufficio del parroco e uno degli aspetti del processo di trasformazione sarà quello di aggiungerle  un aspetto comunitario di tipo aperto,  e anche di progettare e strutturare una serie di servizi e attività corrispondenti, comprendenti anche quell’articolato complesso di interventi sociali che rientra nel concetto di catechesi;
c)il principale fattore critico dell’efficacia degli attuali servizi e attività parrocchiali va individuato nell’esclusivismo con cui è stato seguito il metodo neocatecumenale, che comprende strutture relazionali, contenuti e metodi specifici e un particolare profilo di coloro ai quali sono affidati compiti educativi e dirigenziali, nonché una propria organizzazione gerarchica e paraliturgica;
d)l’altro fattore critico è costituito dallo scarso interesse per la vita sociale del quartiere delle Valli, in cui la parrocchia è immersa, e per la sua gente, nella quale prevalentemente  si è cercato, in definitiva, di scegliere, attraverso annuali appelli e attività di scrutinio, i candidati per un particolare cammino  di formazione, producendo un notevole scarto, vale a dire tutti coloro che non erano interessati a quel programma di approfondimento della propria formazione religiosa o non riuscivano a sopportarlo. E’ ciò che ho definito la nostra particolare esperienza di  Chiesa in uscita, nel senso di fedeli che prendono la porta della parrocchia  in uscita  e non si vedono più tra noi;
e)gli indici di disaffezione del quartiere verso la parrocchia sono in particolare lo scarso numero dei bambini delle elementari che ci vengono affidati per la prima iniziazione alla fede e lo scarsissimo numero di matrimoni celebrati in parrocchia. I due fenomeni vanno in qualche modo collegati. Il matrimonio, preceduto da un programma formativo specifico, manifesta e crea, in genere,  salvo i casi in cui si cercano per sposarsi edifici di culto concepiti solo come cornice scenografica all’evento, un’alleanza tra una nuova famiglia e una parrocchia, e quindi poi si tende ad affidare i propri figli alla parrocchia dove ci si è formati per il matrimonio, o comunque a cercare parrocchie che in qualche modo richiamino l’esperienza di alleanza parrocchiale  vissuta nel prepararsi al matrimonio. Non è quindi scontato che, come superficialmente sostengono alcuni, ci vengano affidati pochi bambini perché ci sono solo pochi bambini: questa è un’affermazione che va verificata. E’ infatti possibile, e per certi versi probabile tenendo conto di diversi segnali di disagio, che le cose stiano diversamente, vale a dire che i bambini che ci sono non ci vengono affidati perché li si affida ad altre agenzie educative, parrocchiali o non. Di fatto è chiaramente percepibile un marcato ringiovanimento della popolazione del quartiere, man mano che negli appartamenti abitati dai primi nuclei familiari insediatisi negli anni Cinquanta si sono trasferite nuove famiglie, in genere provenienti da altre zone della città, come quelle delle origini, e attirati dai prezzi più sostenibili per acquistare o affittare case da abitare;
f)non si tratta di sostituire  il metodo neocatecumenale, ma di ricondurlo alla sua funzione propria all’interno delle comunità neocatecumenali, rendendo possibile altri metodi di convivenza religiosa in parrocchia, comprensivi di altri, diversi, percorsi di iniziazione, formazione ed educazione alla fede, in particolare secondo gli indirizzi della Conferenza episcopale italiana e della diocesi;
g)ogni metodo particolare attuato in parrocchia dovrà comunque subire delle verifiche per renderlo compatibile, adattandolo,  con il  progetto generale di convivenza parrocchiale e ciò anche se questo comporti distaccarsi, anche marcatamente, dagli indirizzi metodologici e di vertice di una particolare organizzazione, superando così l’impostazione  condominiale  della parrocchia, vista come un insieme di attrezzature, la chiesa parrocchiale, il teatro, le aule, la biblioteca e via dicendo, da utilizzare di volta in volta secondo l’arbitrio dei gruppi che la parrocchia si limitano ad abitare.
  Non partiamo da zero: bisogna prenderne atto. Ma, in società,  non si parte mai da zero, a meno di non volere azzerare, non prendendole in considerazione e negandone il valore le esperienze collettive precedenti. Noi dunque dobbiamo prendere atto dell’esistente, capirlo bene, ed anche accettarlo in ciò che di positivo esprime, perché è su questo che occorre costruire. Perché non possiamo semplicemente  demolire per ricostruire da capo? Questa è la tentazione fondamentalista e integralista che in religione si  è abbattuta ciclicamente su gruppi e persone, facendo gravi danni. Dietro ogni esperienza sociale ci sono degli esseri umani, che vanno rispettati nella loro dignità, per cui, quando occorre e solo nella misura in cui veramente occorre, si deve modificare interagendo con loro, e questo appunto è quel tipo di trasformazione che viene definito adattamento culturale, per cui sempre si conserva ciò che di bene un’esperienza sociale ha prodotto, rispettandone gli appartenenti,  e si cerca di modificarla solo nei suoi aspetti veramente critici e, in particolare, in ciò che impedisce, o comunque ostacola, l’integrazione nel più vasto contesto sociale, la convivenza pacifica con altre componenti sociali, il conseguimento di finalità con carattere prioritario e pregiudiziale.
 E questo è particolarmente vero per ciò che riguarda le relazioni con il quartiere delle Valli. Esso è una realtà sociale che  ci è data e che dobbiamo conoscere molto meglio di ora. Ma come conoscerla se non, in primo luogo, stabilendo relazioni con la gente che l’esprime? Il dato statistico non è sufficiente anche se ci può dare delle indicazioni di carattere generale, ad esempio sulle attività lavorative prevalenti nelle famiglie, sul livello di istruzione scolastica, sull’età media e sulla provenienza regionale, nazionale, etnica, linguistica, sui servizi pubblici presenti sul territorio e via dicendo. Ma chi sono veramente le persone tra le quali abitiamo? Quali sono le loro aspettative sul quartiere, sulla parrocchia in particolare e poi sulla società in generale?
 Avere una casa propria, abitare in modo indipendente dalla famiglia di origine, è un tappa importante nella vita di una persona, e di una famiglia giovane in particolare. Si vorrebbe allora che il quartiere dove si vive fosse un luogo ameno, piacevole, in cui non ci siano situazioni pericolose, in particolare per i propri figli, dove ci si possa ricaricare dopo una settimana di lavoro, in particolare stando in famiglia con i propri figli  piccoli (quando crescono è più difficile averli tra noi genitori), in cui ci si possa incontrare con persone con cui stringere relazioni più intense.  Per i giovani il quartiere dove vivono può essere anche l’ambiente delle loro prime relazioni d’amore. Si può quindi pensare che la gente sia interessata a migliorare il quartiere dove vive, sia dal punto di vista urbanistico e architettonico, sia dal punto di vista umano. E ne abbiamo un indizio molto importante nella lunga battaglia che si è fatta nel quartiere per conquistare il pratone delle Valli, la sistemazione a parco pubblico comunale della grande area a confine con via Conca d’Oro e via Val D’Ala, originariamente ancora destinata a nuova edificazione.
 Capire il quartiere in cui la parrocchia è insediata è importante per progettare come parlare  della nostra fede alla gente intorno a noi e, soprattutto, come stabilire con lei relazioni vitali, quelle nelle quali corre la comunicazione religiosa, come linfa in un albero  o sangue in un corpo.
 Non è indifferente, per iniziare, educare e formare alla fede, che si viva in questo quartiere, alle Valli, o in un’altra zona di Roma, anche se la mobilità cittadina è molto elevata, per cui le persone nella fase attiva della loro vita, dalla seconda adolescenza in poi, in genere studiano e lavorano in altri quartieri. In particolare perché è proprio in questo quartiere, e non in un altro, che progettiamo di indurre una comunità piuttosto vasta, che tendenzialmente raduni tutta la gente di fede di questa zona, in modo che consideri la parrocchia come un’estensione della propria casa, di quello che, per esprimerne il calore utilizzando un’immagine d’altri tempi, viene indicato come  focolare domestico, vale a dire un ambiente sicuro, ameno, amichevole, noto, in cui si arriva, si riposa,  si sta e ci si ricarica. E questo mentre negli altri ambienti che si frequentano in altre ore del giorno si è solo provvisoriamente, in attesa di andare da qualche altra parte finito ciò che c’è da fare, o addirittura di passaggio, ad esempio senza un posto dove sedersi e parlare al di fuori di un rapporto commerciale.
 La comunità che vorremmo costituire  è fatta proprio di quella gente lì, a cui noi siamo stati inviati. Non ci basta che ne venga altra da altre zone della città, se poi quella lì ci rimane estranea. E non è perché non ammettiamo renitenza al sottomettersi ad un certo potere religioso, all’ufficio  del parroco (questa sarebbe la territorialità giuridica), ma perché, volendo arricchire il profilo istituzionale, giuridico, dell’istituzione parrocchiale, che è per sua natura territoriale, quindi legata a una certa porzione del tessuto urbano cittadino, con un più  forte elemento comunitario, dobbiamo necessariamente fare riferimento privilegiato alla gente delle Valli, perché, se  non lo facessimo, realizzeremmo un’altra cosa, diversa da una parrocchia, e soprattutto saremmo tentati di selezionare  la gente con cui fare comunità. E, invece, la comunità preesiste in potenza come realtà pluralistica che vive sul territorio delle Valli e che a noi spetta solo di radunare e di far convivere, tutta, in una dimensione di fede, che comprende tutto il bene che quella gente si attende dalla vita, perché nulla di ciò che è umano è estraneo alla fede e la via dell’umano è la via della fede, la quale, come insegnano i teologi, non esiste allo stato puro, ma solo nelle sue concrete mediazioni sociali e culturali. Questo obiettivo rende indispensabile, per sostenere una comunità di quel tipo, con quella dimensione di apertura, utilizzare il metodo democratico, l’unico che consente di far convivere armoniosamente le diversità, integrandole nel dialogo culturale. Ciò comporta, poi, che i vari metodi particolari ai quali è riconosciuta la cittadinanza parrocchiale debbano rispettare alcuni principi di relazione connaturati all’ambiente democratico e in particolare il rispetto della dignità della persona umana, che significa, ad esempio, rispettarne l’interiorità, non imponendo alle persone, al di fuori del rapporto sacramentale con il sacerdote, di svelarsi  completamente rimanendo  nude nelle nostre mani, come anche non tiranneggiarle pretendendo di determinare le loro vite costringendole, con la minaccia dell’esclusione, a seguire una qualche nostra ricetta precostituita che riteniamo adatta ad ogni situazione, e infine non istituire gradi o livelli di presunta perfezione spirituale o umana, di modo che uno, avendoli raggiunti, si possa sentire  superiore agli altri e in grado di disprezzarli o almeno di commiserarli. Infine bisogna maturare, nelle diversi sedi organizzate per incontrarci, una più elevata capacità di ascolto  e  di  comprensione, rispettando i tempi di maturazione delle persone e le loro difficoltà, prendendo sul serio le obiezioni che muovono alla nostra fede e non considerandole per principio espressioni di malvagità e infedeltà.
  Concludo osservando che in un contesto democratico ogni gerarchia è basata sul servizio non sull’autorità fine a sé stessa, per cui uno pretenda di comandare sugli altri solo in forza di una qualche investitura ricevuta da un livello superiore, e, in religione, la dimensione del servizio si inquadra nella solidarietà dell’agàpe, del particolare ambiente comunitario creato dalla fede religiosa, e quindi non si attua in una dimensione per così dire commerciale, per cui c’è un dare e ricevere di tipo corrispettivo, e si dà tanto quanto si riceve, e nemmeno in quella pubblicistica, per cui in realtà il servizio non è svolto nell’interesse di coloro che ne sono oggetto, ma di un livello di autorità superiore al quale solo si risponde: il servizio  nella fede, che con termine del greco biblico si indica come diaconìa, che appunto significa servizio, si svolge, anche nella sua funzione di presidenza e di direzione, in una dimensione in cui conta solo il bene di chi riceve, a prescindere dal contraccambio anche solo in termini di sottomissione, e dunque si ispira al servizio svolto per l’umanità dal Fondatore, dal quale pensiamo di essere stati inviati a tutto il genere umano per costituire un unico popolo nell’agàpe,  nell’apertura  universale, e in questo senso  cattolica,  termine che ci arriva dal greco antico e che appunto significa  universale. Quindi ogni servizio, anche quello di presidenza e direzione, non può essere, in questa dimensione, totalmente autoreferenziale: deve accettare di essere sottoposto a verifica da parte della comunità e, anzi, dove possibile, in particolare nel servizio laicale, deve emergere da essa e comunque rimanere con essa in dialogo. Inoltre, come suggerito dal nostro vescovo e padre universale in un discorso pubblico nel corso di un’udienza, è bene che ogni ufficio di presidenza e direzione, ogni gerarchia, abbia un termine, decorso il quale debbano essere rinnovati sulla base della fiducia dei membri della comunità e tenendo conto criticamente dei risultati ottenuti. Da quanto tempo non rinnoviamo il Consiglio pastorale?
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli