venerdì 29 gennaio 2016

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia


 In biologia è stato osservato che lo sviluppo del singolo organismo, compresi gli esseri umani, ripercorre le tappe dell’evoluzione delle specie, per cui all’inizio un mammifero è una forma di vita monocellulare e poi diventa qualcuno che richiama la vita dei pesci e via seguitando fino ad assumere forma umana. Questo accade anche nell’iniziazione ed educazione ad una cultura, compresa la religione. Ecco, dunque, che, come ho scritto ieri, un catechista si trova spesso di fronte a domande, o vere e proprie obiezioni, poste da bambini delle elementari, che richiamano i grandi dibattiti teologici di sempre, fin dalle origini. Rispondere richiede di fare i conti con la propria cultura religiosa, con ciò che si sa su quelle questioni. Non è che in passato, ad esempio negli anni Sessanta in cui io fui bimbo del catechismo, ciò non succedesse, ma semplicemente certi problemi venivano evitati sotto un profilo semplicemente disciplinare, certe domande venivano ritenute sconvenienti e se uno insisteva nel porle veniva considerato un disturbatore e punito. Ai tempi nostri è diverso, o almeno dovrebbe esserlo, per tanti motivi, ma essenzialmente perché bisogna fare tirocinio fin da piccoli a  rendere ragione  della propria fede religiosa di fronte a quegli argomenti, non essendo più sufficiente richiamarsi a una qualche autorità politica o religiosa o alla convinzione comune della gente, quindi ad una certa tradizione popolare maggioritaria.
  Fino ad epoca recente la storia della nostra confessione religiosa veniva presentata come una dura lotta tra i papi e gli eretici, coloro che con le loro fisime intellettualistiche volevano distruggere l’unità. E ancora oggi le argomentazioni di fede richiamano talvolta questa impostazione, come nel recente riferimento a gnosticismo  e  pelagianesimo,  antichi movimenti culturali che agitarono accese controversie nei primi secoli le quali però rimangono oggi oscure alla maggior parte della gente, compresa quella di fede.
  Nei primi secoli si fu molto bellicosi nelle nostre collettività religiose e si aveva la scomunica facile. Con il metodo delle lettere di comunione, che gli antichi vescovi si scambiavano reciprocamente e che accreditavano i loro delegati, si configuravano alleanze per sovrastare gli avversari. Un mondo religioso che, ad una visione realistica, appare veramente poco pacificato, veramente burrascoso (così viene spesso definito il concilio di Calcedonia, uno dei più importanti per la definizione della nostra fede, svoltosi nel Quinto secolo su convocazione dell’imperatore romano d’Oriente). Da questo noi veniamo. Solo di recente si è voluto superare questo modo di procedere, accettando una convivenza fraterna tra diverse concezioni religiose della nostra stessa fede o di altre fedi. E’ una svolta che, quanto al  diritto  della nostra confessione religiosa, si  è prodotta nel corso del Concilio Vaticano 2°, ma che era stata anticipata da movimenti culturali e teologici europei da almeno un secolo. Di solito pensiamo che le persecuzioni degli eretici  risalgano a tempi lontani e tendiamo allora a contestualizzare  quelle esperienze, spesso di violenza e crudeltà insopportabili per la sensibilità contemporanea, spiegandoci che quelli erano i tempi. Nello stesso modo ci spieghiamo, facendocene una ragione, la molta violenza che c’è negli scritti sacri che abbiamo ricevuto dall’antico ebraismo. Ma l’ultima persecuzione degli eretici risale in effetti solo agli inizi del secolo scorso e fu quella contro coloro che vennero chiamati modernisti e, sebbene non produsse morti perché le democrazie avevano privato dei loro boia i nostri capi religiosi, creò molta sofferenza e l’esclusione di persone di grande valore, le cui idee furono molto importanti nei decenni seguenti per la diffusione dei valori  della nostra fede in Europa. Mi riferisco ad esempio a Romolo Murri, l’ideatore dell’espressione  democrazia cristiana in un’epoca in cui i nostri capi religiosi vietavano ai fedeli di partecipare alla politica democratica del Regno d’Italia, un prete alla cui scuola si formò il prete Luigi Sturzo, dal quale originò il movimento politico  di ispirazione  della nostra fede che divenne egemone nel secondo dopoguerra e lo rimase fino alla fine degli scorsi anni Ottanta, contribuendo a costruire la nuova democrazia italiana improntandola fortemente a valori originati dalla nostra fede.
  Spesso sento dire che si vorrebbe tornare ai primi secoli, alla situazione delle nostre collettività di fede delle origini, e talvolta ci si costruisce sopra anche una immaginifica ideologia e  una specifica ritualità. Non deve essere questo il nostro obiettivo. Siamo un miliardo in tutto il globo e conviviamo,  dobbiamo  convivere, con sei miliardi di persone che seguono altre fedi e che sempre di più si mescolano con noi. Non dobbiamo pensare che vadano bene costumi che reggevano, precariamente del resto, burrascosamente, nostre collettività che comprendevano, all’inizio, poche migliaia di persone, arrivando forse, dopo tre/quattro secoli, a comprenderne qualche centinaio di migliaia. Non  è guardando al passato che troveremo la soluzione per l’oggi, anche se farne memoria è necessario, doveroso, indispensabile, perché deve servire a non ripetere quelli che oggi riteniamo tragici errori.
 Su questa linea vi consiglio, ad esempio, di non distribuire con disinvoltura l’epiteto di pagano a chi vi sta intorno e propone obiezioni o non vive secondo il vostro particolare costume famigliare. E’ stata una brutta abitudine delle nostre collettività delle origini. Quelli che esse apostrofavano come pagani  erano in genere persone molto religiose, sebbene di altre fedi.
 Se insegnate ai bambini del catechismo a pensare che tutto ciò che si muove fuori dalla parrocchia è un mondo pagano  da respingere in blocco, ne farete delle persone di fede incapaci di stabilire relazioni positive in una società alla quale democraticamente saranno chiamati a partecipare fin dall’inizio delle scuole medie, poco dopo la Prima Comunione,  quando eleggeranno loro rappresentanti negli organi scolastici. Ed invece è proprio questo che in religione oa da loro ci si attende da loro, secondo il nuovo rapporto tra collettività di fede e mondo che i saggi dell’ultimo concilio vollero indurre, suscitare: essere come fermento e quasi l’anima della società umana  (così nella costituzione La gioia e la speranza del Concilio Vaticano 2°, n. 40).

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli