Lettera
ai catechisti della parrocchia per l’infanzia
In biologia è stato osservato che lo sviluppo
del singolo organismo, compresi gli esseri umani, ripercorre le tappe dell’evoluzione
delle specie, per cui all’inizio un mammifero è una forma di vita monocellulare
e poi diventa qualcuno che richiama la vita dei pesci e via seguitando fino ad
assumere forma umana. Questo accade anche nell’iniziazione ed educazione ad una
cultura, compresa la religione. Ecco, dunque, che, come ho scritto ieri, un
catechista si trova spesso di fronte a domande, o vere e proprie obiezioni,
poste da bambini delle elementari, che richiamano i grandi dibattiti teologici
di sempre, fin dalle origini. Rispondere richiede di fare i conti con la
propria cultura religiosa, con ciò che si sa su quelle questioni. Non è che in
passato, ad esempio negli anni Sessanta in cui io fui bimbo del catechismo, ciò
non succedesse, ma semplicemente certi problemi venivano evitati sotto un
profilo semplicemente disciplinare,
certe domande venivano ritenute sconvenienti e se uno insisteva nel porle
veniva considerato un disturbatore e punito. Ai tempi nostri è diverso, o
almeno dovrebbe esserlo, per tanti motivi, ma essenzialmente perché bisogna
fare tirocinio fin da piccoli a rendere ragione della propria fede religiosa di fronte a
quegli argomenti, non essendo più sufficiente richiamarsi a una qualche
autorità politica o religiosa o alla convinzione comune della gente, quindi ad una
certa tradizione popolare maggioritaria.
Fino ad epoca recente la storia della nostra
confessione religiosa veniva presentata come una dura lotta tra i papi e gli
eretici, coloro che con le loro fisime intellettualistiche volevano distruggere
l’unità. E ancora oggi le argomentazioni di fede richiamano talvolta questa
impostazione, come nel recente riferimento a gnosticismo e pelagianesimo, antichi movimenti culturali che agitarono
accese controversie nei primi secoli le quali però rimangono oggi oscure alla
maggior parte della gente, compresa quella di fede.
Nei primi secoli si fu molto bellicosi nelle
nostre collettività religiose e si aveva la scomunica facile. Con il metodo
delle lettere di comunione, che gli
antichi vescovi si scambiavano reciprocamente e che accreditavano i loro
delegati, si configuravano alleanze per sovrastare gli avversari. Un mondo
religioso che, ad una visione realistica, appare veramente poco pacificato,
veramente burrascoso (così viene
spesso definito il concilio di Calcedonia, uno dei più importanti per la
definizione della nostra fede, svoltosi nel Quinto secolo su convocazione dell’imperatore
romano d’Oriente). Da questo noi veniamo. Solo di recente si è voluto superare
questo modo di procedere, accettando una convivenza fraterna tra diverse
concezioni religiose della nostra stessa fede o di altre fedi. E’ una svolta
che, quanto al diritto della nostra confessione religiosa, si è prodotta nel corso del Concilio Vaticano
2°, ma che era stata anticipata da movimenti culturali e teologici europei da
almeno un secolo. Di solito pensiamo che le persecuzioni degli eretici risalgano a tempi lontani e tendiamo allora a contestualizzare quelle esperienze, spesso di violenza e
crudeltà insopportabili per la sensibilità contemporanea, spiegandoci che quelli erano i tempi. Nello stesso modo
ci spieghiamo, facendocene una ragione,
la molta violenza che c’è negli scritti sacri che abbiamo ricevuto dall’antico
ebraismo. Ma l’ultima persecuzione degli eretici
risale in effetti solo agli inizi del secolo scorso e fu quella contro coloro che vennero
chiamati modernisti e, sebbene non
produsse morti perché le democrazie avevano privato dei loro boia i nostri capi
religiosi, creò molta sofferenza e l’esclusione di persone di grande valore,
le cui idee furono molto importanti nei decenni seguenti per la diffusione dei valori della nostra fede in Europa. Mi riferisco ad
esempio a Romolo Murri, l’ideatore dell’espressione democrazia cristiana in un’epoca
in cui i nostri capi religiosi vietavano ai fedeli di partecipare alla politica
democratica del Regno d’Italia, un prete alla cui scuola si formò il prete Luigi Sturzo, dal
quale originò il movimento politico di ispirazione della nostra fede che divenne egemone nel secondo dopoguerra
e lo rimase fino alla fine degli scorsi anni Ottanta, contribuendo a costruire
la nuova democrazia italiana improntandola fortemente a valori originati dalla nostra fede.
Spesso sento dire che si vorrebbe tornare ai primi
secoli, alla situazione delle nostre collettività di fede delle origini, e
talvolta ci si costruisce sopra anche una immaginifica ideologia e una
specifica ritualità. Non deve essere questo il nostro obiettivo. Siamo un
miliardo in tutto il globo e conviviamo, dobbiamo convivere, con sei miliardi di persone che
seguono altre fedi e che sempre di più si mescolano con noi. Non dobbiamo
pensare che vadano bene costumi che reggevano, precariamente del resto, burrascosamente, nostre
collettività che comprendevano, all’inizio, poche migliaia di persone,
arrivando forse, dopo tre/quattro secoli, a comprenderne qualche centinaio di
migliaia. Non è guardando al passato che
troveremo la soluzione per l’oggi, anche se farne memoria è necessario,
doveroso, indispensabile, perché deve servire a non ripetere quelli che oggi
riteniamo tragici errori.
Su questa linea vi consiglio, ad esempio, di
non distribuire con disinvoltura l’epiteto di pagano a chi vi sta intorno e propone obiezioni o non vive secondo
il vostro particolare costume famigliare. E’ stata una brutta abitudine delle
nostre collettività delle origini. Quelli che esse apostrofavano come pagani erano in genere persone molto religiose,
sebbene di altre fedi.
Se insegnate ai bambini del catechismo a
pensare che tutto ciò che si muove fuori dalla parrocchia è un mondo pagano da respingere in blocco, ne farete delle
persone di fede incapaci di stabilire relazioni positive in una società alla
quale democraticamente saranno chiamati a partecipare fin dall’inizio delle
scuole medie, poco dopo la Prima
Comunione, quando eleggeranno loro
rappresentanti negli organi scolastici. Ed invece è proprio questo che in religione oa da loro
ci si attende da loro, secondo il nuovo rapporto tra collettività di fede e mondo che i saggi dell’ultimo concilio
vollero indurre, suscitare: essere come
fermento e quasi l’anima della società umana (così nella costituzione La gioia e la speranza del Concilio Vaticano 2°, n. 40).
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli