Straordinaria
emozione durante la cerimonia pubblica
in occasione dell’insediamento del nuovo arcivescovo di Palermo Corrado
Lorefice
Dal libro di Neemia 8, 8-9
Essi leggevano nel libro della legge di Dio a
brani distinti e con spiegazioni del senso e così facevano comprendere la
lettura. Neemia, che ere il governatore, Esdra il sacerdote e scriba e i leviti
che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: “Questo giorno è
consacrato al Signore vostro Dio; non fate lutto e non piangete!” Perché tutto
il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge.
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Dall’articolo di Laura Aniello, Il nuovo vescovo di Palermo non cita i passi
del Vangelo ma gli articoli della Costituzione - Ieri l’insediamento ufficiale.
“Resto il prete dei poveri”, pubblicato su La Stampa del 6 dicembre 2015.
E sì che era arrivato a Palermo guidando la
sua vecchia Ford Fusion insieme con i genitori, un nugolo di parenti e i suoi
soliti abiti da prete di periferia. E sì che aveva già fatto sapere che per
tutti è e resterà don Corrado, niente Eccellenza e lustri da prelato, “datemi
del tu”. Ma nessuno si sarebbe aspettato che il nuovo vescovo si presentasse
alla città leggendo testualmente l’articolo 3 della Costituzione - non il
Vangelo, non una sua testimonianza di santi - e indicando la legge fondamentale
della Repubblica “come bussola” del suo operato.
“Tutti i
cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza
distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche,
di condizioni personali e sociali”, legge don Corrado Lorefice, 53 anni, il
prete dei poveri traghettato per volontà di papa Francesco dalla sua parrocchia
di Modica alla guida della diocesi che fu di Ernesto Ruffini e di Salvatore
Pappalardo. “E’ compito della Repubblica
rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la
libertà e l’uguaglianza dei cittadini,
impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione
di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del
Paese”, continua sul palco eretto davanti al municipio della città
trattenendo a stento i singhiozzi. Già, perché il nuovo vescovo piange, mentre
la piazza si commuove con lui, mentre sciami di scout lo sommergono di
applausi, mentre politici e rappresentanti delle istituzioni si guardano con lo
stesso gioioso stupore: “Mai visto un vescovo che si insedia citando la
Costituzione”. “Altro che prete di strada, è un politico raffinato”. Li prima
si affaccia alla folla con un “Che ci faccio io qui? E’ da un po’ di giorni che
me lo chiedo”, e poi per tre volte si commuove: prima parlando dei bambini, poi
leggendo l’art.3, poi definendosi nuovo cittadino di Palermo. Piange,
s’interrompe, stringe i denti e poi ricomincia, al fianco il sindaco Orlando,
in piazza ragazzi e famiglie che lo aspettano per accompagnarlo in Cattedrale
per la solenne investitura, a piedi, come lui ha voluto, senza cortei.
Come il tempo corre veloce a volte.
[La giornalista ricorda un vescovo da lei ritenuto amico di potenti
collusi e di un altro] per il quale la mafia non esisteva, “una marca di
sapone”, come disse in un’intervista, “un’invenzione dei comunisti per
denigrare la DC”, come rispose al segretario di Paolo VI che gli feriva la
preoccupazione del papa dopo la strage di Ciaculli. Ma come sembrano lontani
anche gli ultimi vent’anni di Chiesa a Palermo dopo Pappalardo, la Chiesa della
diplomazia e della liturgia di Salvatore di Salvatore De Giorgi prima e di
Paolo Romeo poi, il quale ora passa le consegne a “don Corrado”. Com’è cambiata
la città. Sembra che sia passato un secolo da quando don Puglisi, umile prete
di periferia peregrinava inascoltato tra le istituzioni di Palermo per chiedere
attenzione sui disperati di Brancaccio, sui bimbi preda della mafia. Ora don
Puglisi è beato, unico martire dell’antimafia della storia, e la sua Chiesa -la
Chiesa della povertà e dell’ascolto - è quella che ha vinto.
Non a caso Lorefice, come primo atto, è andato
a rendere omaggio sulla sua tomba. In piazza, è il suo esempio che addita: “Ci
ha fatto capire che cosa significa testimoniare il Vangelo”. Già,
l’accoglienza. Se il sindaco Leoluca Orlando cita San Benedetto il Moro, il
patrono di Palermo, “nero e figlio di schiavi”, il nuovo vescovo parla di
Palermo come “culla di civiltà e spazio umano felicemente contaminato da popoli
diversi, un ponte tra le culture araba, ebraica e cristiana”, una “grande
capitale europea spesso ferita dalla violenza e dal sopruso”. Più tardi, in
Cattedrale, parla di mafia. Rende omaggio alle vittime, quelle eccellenti e i
ragazzi delle scorte, cita pure Peppino Impastato, quello che fino a ieri era
il sovversivo, il comunista, quello che per i boss era un terrorista saltato su
una bomba. Ridà senso all’antimafia che in Sicilia ha avverato spesso la
profezia sciasciana del professionismo. Dice no “alla violenza, al
clientelismo, al cinismo, al ragazzi costretti a partire da questa terra.
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Non è da tutti, di questi tempi, comprendere
l’alto significato religioso di ciò che si fa nella e per la società civile, ad
esempio quello della nostra Costituzione, che è frutto anche del lavoro di persone
di grande fede e, insieme, convinte democratiche, tra le quali, ad esempio
Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Aldo Moro e Costantino Mortati. A La
Pira e Moro, in particolare, si deve la formulazione dell’art.3 della
Costituzione, con il comunista Palmiro Togliatti e il socialista Lelio Basso,
dal quale proviene l’impostazione del secondo comma, quello che
impegna la Repubblica a “rimuovere
gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e
l’uguaglianza dei cittadini, impediscono
il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i
lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
In quella norma fondamentale dello stato si riflette il principio supremo, di evidente ispirazione religiosa, per cui tutti gli esseri umani sono creati uguali. Esso è all’origine dei processi democratici moderni,
a partire dalla rivoluzione statunitense di fine Settecento.
Perché piangere, udendo quelle parole della legge? Si piange di gioia o
di dolore? Di gioia perché è come se si
riscoprisse la legge perduta, di dolore perché è una legge profondamente
iscritta nei nostri cuori e tuttavia mille volte da noi tradita. E ancora di
gioia, perché se a leggerla è uno dei capi del popolo, allora significa che c’è
ancora speranza che essa, riportata alla luce, non sia di nuovo sepolta.
Forse i tempi stanno veramente cambiando.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli