venerdì 25 dicembre 2015

Pensiero di Natale 2015

Pensiero di Natale 2015

  Le grandi feste della nostra fede sono ancora feste civili in Italia e si cerca quindi di dar loro un significato anche per chi non è credente o appartiene ad altre fedi.
  Non è un lavoro facile.
  Il compito si è fatto sempre più arduo per quanto riguarda il Natale, che copre tutte le festività dal 25 dicembre al 6 gennaio dell’anno successivo, durante le quali si celebra il medesimo evento, una nascita e, insieme, una nuova Era. Quindi la festa, nell’era della globalizzazione, è stata rivestita di una scenografia alternativa, fatta di Babbi Natale, di renne, di immagini del Nord del mondo piene di neve e di freddo, tutto questo al servizio di una specie di organizzazione commerciale per la produzione e la distribuzione di regali,  che nella favola appare sostanzialmente come una società di beneficienza ma che nella pratica si risolve in un tempo di consumismo compulsivo, dove i grandi centri commerciali svolgono il ruolo di basiliche di questa specie di nuova religione.
  Parlare del Natale non è semplice anche in una prospettiva religiosa, e questo per la molta teologia che ci è stata riversata sopra, fin dal primo secolo della nostra era, quando si formarono gli scritti sacri originati dalle nostre prime collettività di fede.  Con il presepe si cerca di renderne un’idea accessibile a tutti, ma è inevitabile fare memoria di qualche cosa di più complesso.
 La nascita del famoso Bimbo appare quindi sospesa tra due antiche profezie bibliche, una di Isaia che viene interpretata nel senso che l’Atteso dovesse arrivare dalla Galilea e l’altra di Michea che invece viene letta nel senso che dovesse comparire a Betlemme, in Giudea. Ed in effetti del Fondatore si racconta che era della Galilea, ma che nacque a Betlemme, in Giudea, non distante da Gerusalemme. Da adulto ci viene presentato mentre insegna in Galilea, intorno al grande lago che c’è da quelle parti, ciò che conferma la sua origine galilea, ma ci viene raccontato che poi salì a Gerusalemme e che lì continuò a insegnare e fu giustiziato sulla Croce dagli occupanti romani, però istigati da capi religiosi suoi correligionari, per la nostra salvezza dicono i teologi.
 Dei tempi della sua nascita si legge nei testi sacri attribuiti a Matteo e Luca. Scopriamo così che il nostro Primo Maestro nacque in una famiglia molto particolare, costituita, attraversata e modellata dall’intervento soprannaturale. Essa appare tutta, compreso il concepito, in missione fin dall’inizio e tutta protesa verso colui che sarebbe stato appellato unigenito e che, come ci insegna la teologia, lo fu effettivamente qui sulla terra e lassù nei Cieli. Anche il Bambino dunque partecipa di questa realtà missionaria, venendo trasferito da Nazareth, nel nord della Palestina, in Galilea, a Betlemme, poco distante da Gerusalemme, nascendo lì e adempiendo così le antiche profezie religiose. Si racconta di un segno celeste, della concomitante apparizione di un stella nel firmamento, che mise in agitazione sapienti che abitavano più ad oriente e li indusse a mettersi in viaggio per andare a vedere che cosa accadeva, e di cori angelici che attorniarono il Neonato. Nonostante tutto questo, passò molto tempo prima che la grandezza del Fondatore fosse manifestata: negli scritti sacri attribuiti a Luca si racconta di un inizio all’età di circa trent’anni. Il Natale celebra un evento che dà un senso all’intera storia dell’umanità, a quella successiva come a quella precedente. Ma ci si rese veramente conto della sua portata solo quando il nostro Primo Maestro ce la rivelò, da adulto. E questo nonostante che i due evangelisti che hanno trattato di questi fatti del Natale ci abbiano raccontato anche di eventi prodigiosi e profezie legati al concepimento e alla gestazione, per cui dobbiamo pensare che i genitori del Bimbo avessero compreso che il nascituro sarebbe stato veramente una persona speciale.
 In sé il racconto della nascita è piuttosto scarno, nella versione di Luca:
“Mentre si trovavano a Betlemme, giunse per Maria il tempo di partorire; ed essa diede alla luce un figlio, il suo primogenito. Lo avvolse in fasce e lo mise a dormire nella mangiatoia di una stalla, perché non avevano trovato altro” (Lc 2, 6-7).
Questo l’evento a partire dal quale, a partire dall’Alto Medioevo, abbiamo preso a contare gli anni di una nuova Era.
  In religione riteniamo che nella persona e nella vita del Fondatore ci sia stata data la salvezza. Questo è il motivo dell’importanza che diamo alla sua nascita. Ma salvezza da che cosa?
  Ce ne possiamo fare un’idea in base alle attese che ai suoi tempi erano diffuse nella sua gente e che troviamo sintetizzate così dal libro biblico attribuito all’antico profeta Isaia:
E’ nato un bambino per noi!
Ci è stato dato un figlio!
Gli è stato messo sulle spalle
il segno del potere regale.
Sarà chiamato: “Consigliere sapiente,
Dio forte, Padre per sempre,
Principe della pace”.
Diventerà sempre più potente
e assicurerà una pace continua.
Governerà come successore di Davide.
Il suo potere si fonderà sul diritto
e sulla giustizia per sempre.
Così ha deciso il Signore dell’universo
nel suo ardente amore, e così sarà.”
(Is 9,5-6)
  C’è quindi l’immagine, la visione, di un regno di pace e giustizia e di un re venuto a fondarlo. Lo si immagina scaturire dal suo popolo, per volontà dell’Altissimo, come un bimbo dalla sua famiglia.
  I teologi ci dicono che il Fondatore disattese quelle aspettative dove immaginavano l’instaurazione di una nuova potenza terrena, ma che in altro senso le superò congiungendo Cielo e terra e ponendo così le basi per il superamento di ogni inimicizia. Al centro del suo insegnamento vi fu l’agàpe, parola del greco antico che traduciamo con  amore, ma che evoca l’idea di un lieto convito a cui tutti sono invitati a partecipare. La via per realizzarla è la misericordia, della quale tanto si parla di questi tempi, quindi la compassione, il perdono, l’empatia verso ogni essere umano, fino a farsi prossimi anche i più lontani e finanche i nemici. Nell’agàpe  non si ha cuore di rinunciare a nessuno. E’ una visione profondamente divergente dalle idee che reggono i rapporti tra le potenze terrene, che sono basati sulla forza, sui conflitti. E, infatti, ci fanno notare i teologi, il nostro Re venuto dal  Cielo regnò dalla Croce, nella dedizione di sé che significò non rinunciare mai alla prospettiva dell’agàpe, fino alla fine. E’ scritto proprio così : èis tèlos egàpesen autoùs (Gv 13,1), vale a dire, appunto,  “li amò fino alla fine”. Questa espressione si trova nel versetto biblico del testo sacro attribuito a Giovanni che fa: “Prima della festa di Pasqua  Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”.  Sembra che non ci sia altro modo per instaurare la vera pace universale. Seguendo l’esempio e gli insegnamenti del Fondatore è accaduto che talvolta ci si sia riusciti, in qualche parte del mondo, in qualche stagione della storia, anche se non a lungo (questo per la nostra insufficiente fede, riteniamo). E questo è quindi il messaggio universale che dal Natale, dalla nostra fede, da questa festa della nostra fede, si espande verso tutti i popoli della terra. Non vi è salvezza senza misericordia e quest’ultima richiede di farsi prossimi tutti gli esseri umani della terra, per condividere con loro l’agàpe universale, che significa anche condividere tutte le nostre risorse materiali e spirituali. Perché nel volto di ogni essere umano ci si fa prossimo quello dell’Eterno fondamento di tutto. E, secondo la nostra fede, tutto ciò che si fa al più piccolo dei nostri simili ha un infinito significato religioso, decide della nostra salvezza eterna, ora e per sempre.
  Su questi insegnamenti del Fondatore stiamo riflettendo, in religione, da duemila anni e ancora non ne abbiamo scoperto tutta la profondità e l’estensione. La loro stupefacente novità, rispetto a ciò che la nostra natura di antiche belve ci spingerebbe a fare, è talmente grande che ci abbiamo costruito sopra addirittura una nuova Era. Ma quanto è difficile l’avvento del regno beato dell’agàpe! Anche la gente della nostra fede si è abbandonata spesso alla sua ferocia di antica belva, che le è connaturata, anche se si cerca sempre di elevarsi da esseri puramente carnali a persone anche spirituali, e l’insegnamento del nostro Primo Maestro ha subìto così ogni genere di interessata  distorsione, in modo da rovesciarlo nel suo contrario. Questa è la vera eresia di sempre, non le mille, e in fondo in genere innocue, altre varianti ideologiche sorte nei secoli, crudelmente, e quindi insensatamente in un’ottica della fede dell’agàpe, combattute e represse in religione, arruolando teologia e politica dimentichi di ogni misericordia.
  E ciò che ancora oggi accade, ad esempio nella strumentalizzazione del presepe nella guerra contro gli immigrati di altre fedi in Europa. Così vediamo le care statuine brandeggiate come armi da guerra. E’ questa una nuova versione del presepe: il presepe da combattimento.
  Concludo osservando che l’Italia, di questi tempi, si sta preparando alla guerra, anche se se ne parla poco.  E’ strano questo: ai tempi in cui scoppiarono guerre in cui noi italiani eravamo marginalmente impegnati, le due guerre del Golfo e la guerra contro la Serbia, si fecero grandi manifestazioni per la pace e la gente addirittura arrivò a svuotare i supermercati per fare scorte alimentari. Ora che effettivamente la guerra ci è molto vicina, come accadde nella primavera del 1915 e in quella del 1940, nessuno sembra occuparsene, eppure abbiamo già un’importante forza militare al largo della Libia e il nostro esercito si sta preparando ad intervenire in quella vicina nazione africana. L’altro giorno il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che crea il contesto giuridico per il nostro intervento militare.
 Dunque  il mio augurio a tutti i lettori per questo Natale sia quello francescano di sempre: Pace e bene. Fa di noi,  Signore, strumenti della tua pace!
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli