Pensiero
di Natale 2015
Le
grandi feste della nostra fede sono ancora feste civili in Italia e si cerca
quindi di dar loro un significato anche per chi non è credente o appartiene ad
altre fedi.
Non è un lavoro facile.
Il compito si è fatto sempre più arduo per
quanto riguarda il Natale, che copre tutte le festività dal 25 dicembre al 6
gennaio dell’anno successivo, durante le quali si celebra il medesimo evento,
una nascita e, insieme, una nuova Era. Quindi la festa, nell’era della
globalizzazione, è stata rivestita di una scenografia alternativa, fatta di
Babbi Natale, di renne, di immagini del Nord del mondo piene di neve e di
freddo, tutto questo al servizio di una specie di organizzazione commerciale
per la produzione e la distribuzione di regali, che nella favola appare sostanzialmente come
una società di beneficienza ma che nella pratica si risolve in un tempo di
consumismo compulsivo, dove i grandi centri commerciali svolgono il ruolo di
basiliche di questa specie di nuova religione.
Parlare del Natale non è semplice anche in
una prospettiva religiosa, e questo per la molta teologia che ci è stata
riversata sopra, fin dal primo secolo della nostra era, quando si formarono gli
scritti sacri originati dalle nostre prime collettività di fede. Con il presepe si cerca di renderne un’idea
accessibile a tutti, ma è inevitabile fare memoria di qualche cosa di più
complesso.
La nascita del famoso Bimbo appare quindi
sospesa tra due antiche profezie bibliche, una di Isaia che viene interpretata
nel senso che l’Atteso dovesse arrivare dalla Galilea e l’altra di Michea che
invece viene letta nel senso che dovesse comparire a Betlemme, in Giudea. Ed in
effetti del Fondatore si racconta che era della Galilea, ma che nacque a
Betlemme, in Giudea, non distante da Gerusalemme. Da adulto ci viene presentato
mentre insegna in Galilea, intorno al grande lago che c’è da quelle parti, ciò
che conferma la sua origine galilea, ma ci viene raccontato che poi salì a
Gerusalemme e che lì continuò a insegnare e fu giustiziato sulla Croce dagli
occupanti romani, però istigati da capi religiosi suoi correligionari, per la
nostra salvezza dicono i teologi.
Dei tempi della sua nascita si legge nei testi
sacri attribuiti a Matteo e Luca. Scopriamo così che il nostro Primo Maestro
nacque in una famiglia molto particolare, costituita, attraversata e modellata
dall’intervento soprannaturale. Essa appare tutta, compreso il concepito, in
missione fin dall’inizio e tutta protesa verso colui che sarebbe stato
appellato unigenito e che, come ci
insegna la teologia, lo fu effettivamente qui sulla terra e lassù nei Cieli.
Anche il Bambino dunque partecipa di questa realtà missionaria, venendo
trasferito da Nazareth, nel nord della Palestina, in Galilea, a Betlemme, poco distante da
Gerusalemme, nascendo lì e adempiendo così le antiche profezie religiose. Si
racconta di un segno celeste, della concomitante apparizione di un stella nel
firmamento, che mise in agitazione sapienti che abitavano più ad oriente e li
indusse a mettersi in viaggio per andare a vedere che cosa accadeva, e di cori
angelici che attorniarono il Neonato. Nonostante tutto questo, passò molto
tempo prima che la grandezza del Fondatore fosse manifestata: negli scritti
sacri attribuiti a Luca si racconta di un inizio all’età di circa trent’anni.
Il Natale celebra un evento che dà un senso all’intera storia dell’umanità, a quella successiva come a quella precedente. Ma ci si rese veramente conto
della sua portata solo quando il nostro Primo Maestro ce la rivelò, da adulto.
E questo nonostante che i due evangelisti che hanno trattato di questi fatti
del Natale ci abbiano raccontato anche di eventi prodigiosi e profezie legati
al concepimento e alla gestazione, per cui dobbiamo pensare che i genitori del
Bimbo avessero compreso che il nascituro sarebbe stato veramente una persona
speciale.
In sé il racconto della nascita è piuttosto
scarno, nella versione di Luca:
“Mentre si trovavano a Betlemme, giunse
per Maria il tempo di partorire; ed essa diede alla luce un figlio, il suo
primogenito. Lo avvolse in fasce e lo mise a dormire nella mangiatoia di una
stalla, perché non avevano trovato altro” (Lc 2, 6-7).
Questo
l’evento a partire dal quale, a partire dall’Alto Medioevo, abbiamo preso a
contare gli anni di una nuova Era.
In religione riteniamo che nella persona e
nella vita del Fondatore ci sia stata data la salvezza. Questo è il motivo dell’importanza
che diamo alla sua nascita. Ma salvezza da che cosa?
Ce ne possiamo fare un’idea in base alle
attese che ai suoi tempi erano diffuse nella sua gente e che troviamo
sintetizzate così dal libro biblico attribuito all’antico profeta Isaia:
E’ nato un bambino per noi!
Ci è stato dato un figlio!
Gli è stato messo sulle spalle
il segno del potere regale.
Sarà chiamato: “Consigliere sapiente,
Dio forte, Padre per sempre,
Principe della pace”.
Diventerà sempre più potente
e assicurerà una pace continua.
Governerà come successore di Davide.
Il suo potere si fonderà sul diritto
e sulla giustizia per sempre.
Così ha deciso il Signore dell’universo
nel suo ardente amore, e così sarà.”
(Is
9,5-6)
C’è quindi l’immagine, la visione, di un
regno di pace e giustizia e di un re venuto a fondarlo. Lo si immagina scaturire
dal suo popolo, per volontà dell’Altissimo, come un bimbo dalla sua famiglia.
I teologi ci dicono che il Fondatore
disattese quelle aspettative dove immaginavano l’instaurazione di una nuova
potenza terrena, ma che in altro senso le superò congiungendo Cielo e terra e
ponendo così le basi per il superamento di ogni inimicizia. Al centro del suo
insegnamento vi fu l’agàpe, parola
del greco antico che traduciamo con amore, ma che evoca l’idea di un lieto
convito a cui tutti sono invitati a partecipare. La via per realizzarla è la misericordia, della quale tanto si parla
di questi tempi, quindi la compassione, il perdono, l’empatia verso ogni essere
umano, fino a farsi prossimi anche i più lontani e finanche i nemici. Nell’agàpe non si ha cuore di rinunciare a nessuno. E’
una visione profondamente divergente dalle idee che reggono i rapporti tra le
potenze terrene, che sono basati sulla forza, sui conflitti. E, infatti, ci
fanno notare i teologi, il nostro Re venuto dal
Cielo regnò dalla Croce, nella dedizione di sé che significò non
rinunciare mai alla prospettiva dell’agàpe, fino alla fine. E’ scritto
proprio così : èis tèlos egàpesen autoùs (Gv 13,1), vale a
dire, appunto, “li amò fino alla fine”. Questa
espressione si trova nel versetto biblico del testo sacro attribuito a Giovanni
che fa: “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di
passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo,
li amò sino alla fine”. Sembra che
non ci sia altro modo per instaurare la vera pace universale. Seguendo l’esempio
e gli insegnamenti del Fondatore è accaduto che talvolta ci si sia
riusciti, in qualche parte del mondo, in qualche stagione della storia, anche
se non a lungo (questo per la nostra insufficiente fede, riteniamo). E questo è
quindi il messaggio universale che dal Natale, dalla nostra fede, da questa
festa della nostra fede, si espande verso tutti i popoli della terra. Non vi è
salvezza senza misericordia e quest’ultima richiede di farsi prossimi tutti gli
esseri umani della terra, per condividere con loro l’agàpe universale, che significa anche condividere tutte le nostre
risorse materiali e spirituali. Perché nel volto di ogni essere umano ci si fa
prossimo quello dell’Eterno fondamento di tutto. E, secondo la nostra fede,
tutto ciò che si fa al più piccolo dei nostri simili ha un infinito significato
religioso, decide della nostra salvezza eterna, ora e per sempre.
Su questi insegnamenti del Fondatore stiamo riflettendo,
in religione, da duemila anni e ancora non ne abbiamo scoperto tutta la
profondità e l’estensione. La loro stupefacente novità, rispetto a ciò che la
nostra natura di antiche belve ci spingerebbe a fare, è talmente grande che ci
abbiamo costruito sopra addirittura una nuova Era. Ma quanto è difficile l’avvento
del regno beato dell’agàpe! Anche la
gente della nostra fede si è abbandonata spesso alla sua ferocia di antica
belva, che le è connaturata, anche se
si cerca sempre di elevarsi da esseri puramente carnali a persone anche spirituali, e l’insegnamento del nostro
Primo Maestro ha subìto così ogni genere di interessata distorsione, in modo da rovesciarlo nel suo
contrario. Questa è la vera eresia di sempre, non le mille, e in fondo in
genere innocue, altre varianti ideologiche sorte nei secoli, crudelmente, e
quindi insensatamente in un’ottica della fede dell’agàpe, combattute e represse in religione, arruolando teologia e
politica dimentichi di ogni misericordia.
E ciò che ancora oggi accade, ad esempio
nella strumentalizzazione del presepe nella guerra contro gli immigrati di
altre fedi in Europa. Così vediamo le care statuine brandeggiate come armi da
guerra. E’ questa una nuova versione del presepe: il presepe da combattimento.
Concludo osservando che l’Italia, di questi
tempi, si sta preparando alla guerra, anche se se ne parla poco. E’ strano questo: ai tempi in cui scoppiarono
guerre in cui noi italiani eravamo marginalmente impegnati, le due guerre del
Golfo e la guerra contro la Serbia, si fecero grandi manifestazioni per la pace
e la gente addirittura arrivò a svuotare i supermercati per fare scorte
alimentari. Ora che effettivamente la guerra ci è molto vicina, come accadde
nella primavera del 1915 e in quella del 1940, nessuno sembra occuparsene, eppure
abbiamo già un’importante forza militare al largo della Libia e il nostro
esercito si sta preparando ad intervenire in quella vicina nazione africana. L’altro
giorno il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite ha approvato una
risoluzione che crea il contesto giuridico per il nostro intervento militare.
Dunque il mio augurio a tutti i lettori per questo
Natale sia quello francescano di sempre: Pace
e bene. Fa di noi, Signore,
strumenti della tua pace!
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli