Un
rinnovamento partito da lontano
Dalla
rubrica radiofonica Il pensiero del
giorno, in onda ogni giorno su Radio Rai 1 alle 5:50 circa. Gli interventi
sono riascoltabili sul sito www.pensierodelgiorno.rai.it .
Puntata dell’11-11-15
In
studio Alberto Melloni, storico del cristianesimo, direttore della Fondazione
per le scienza religiose di Bologna
Quello che c’è stato ieri a Firenze è
stato il primo incontro “faccia a faccia”
di papa Francesco e la Chiesa italiana. Il Papa ha visitato in questi
due anni e mezzo molte diocesi, ha visitato molte città, ha disegnato col filo
della sua presenza quell’agenda di attenzione agli ultimi, ai migranti, a chi
ha perso il lavoro, alle situazioni di difficoltà che sono il centro del suo
pontificato. Ma a Firenze ha fatto qualcosa di più: ha segnato un nuovo inizio
per la Chiesa italiana, dicendo che davanti a mali e ai problemi della Chiesa è
inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella
restaurazione di condotte e forme superate, che neppure culturalmente hanno più
la capacità di essere significative.
E’ la sepoltura definitiva di ogni illusione
che il destino della Chiesa sia nel contrattare col potere o colla legge delle
cose che possono sembrare utili sul momento, ma che fanno perdere quella luce
fondamentale che è la luce del Vangelo, quello che rende la Chiesa inquieta e
inquietante.
Puntata del 13-11-15
In
studio Marinella Perroni, docente al Pontificio Ateneo S.Anselmo
Tra tre giorni, il 16 novembre ricorrono i cinquant’anni dalla firma del
“Patto delle catacombe”.
In realtà in tutto questo tempo in pochi ne
hanno sentito parlare.
Il fatto che dalla Germania un gruppo di
teologhe e teologi siano venuti a Roma per andare finalmente oltre la “damnatio
memorie” [=dannazione
della memoria: impedire di fare memoria di un evento o di una persona] a cui sono stati condannati alcuni tratti
significativi del pensiero e dello spirito del Vaticano 2° è certamente uno dei
segnali dell’inversione di rotta che, chi vuole, sta vivendo nell’attuale
stagione ecclesiale.
Una cinquantina di padri conciliari hanno
siglato, nelle catacombe di Santa Domitilla, un patto che ha poi raccolto altre
cinquecento firme tra i vescovi presenti al Concilio.
Qualcuno aveva capito che solo una Chiesa dei poveri
e per i poveri sarebbe stata credibile.
Presero l’impegno, in quel 16 novembre 1965, di rinunciare a vesti
fastose, a cerimonie pompose, a privilegi e favori mondani. Presero l’impegno
di vivere come la maggioranza del loro popolo, in uno stile sobrio.
Perché ha stupito tanto allora che proprio
questi siano stati i primi segni che Francesco ha impresso al suo pontificato?
Che succederebbe se si scoprisse che, nel silenzio, anche molti altri pastori
e infiniti altri credenti in questi cinquant’anni hanno messo in pratica il
Concilio?
E’ proprio vero che il bene non fa notizia.
Forse però, in un momento così
macabro per la Chiesa cattolica, ricordarlo ha un effetto balsamico e può
aprire alla speranza.
In questi giorni sto seguendo l’inizio del
nuovo anno nel servizio parrocchiale della prima iniziazione religiosa, quella
che si fa nell’infanzia e conduce i bambini a ricevere la Prima Comunione.
Dei tempi delle mamme catechiste di mia madre, è rimasta una sola signora.
Poi c’è mia figlia, neocatechista.
Poi ci sono altri ragazzi, tutti, credo,
provenienti dall’esperienza neocatecumenale, che si è sviluppata
particolarmente negli anni che la Perroni, nel suo intervento che ho sopra
trascritto, ha definito della damnatio
memoriae del Concilio Vaticano 2°.
Vorrei invitare la squadra di quei catechisti
a cercare di approfondire i temi del Concilio Vaticano 2° e la storia che ne è
seguita. Quest’ultima viene da lontano, come ho cercato di spiegare in molti
miei interventi. L’idea di Chiesa e dei suoi rapporti con il mondo che fu
espressa dai saggi del Concilio scaturisce da una riflessione collettiva e da
esperienze di vita che possiamo far iniziare dagli anni Venti del Novecento, in
particolare nel confronto con i totalitarismi ideologici e politici espressi
dai fascismi europei, di cui quello italiano fu il capostipite e modello, e dal
comunismo leninista sovietico. La riflessione sul ruolo del laicato nelle
società democratiche contemporanee risale invece a molto prima, alla metà dell’Ottocento.
La gran parte di voi, cari catechisti della
parrocchia, si è formata in un contesto
che diffidava della società fuori degli spazi liturgici e che
centrava il campo di azione dei laici essenzialmente nella famiglia, non però la famiglia naturale, ma una
famiglia concepita come strumento di evangelizzazione e per questo inquadrata in
una congregazione molto gerarchizzata, catechistica, il cui scopo era di riprodurre famiglie così fino ad assorbire tutto il mondo di fuori, iniziando dalle nostre collettività di fede. Questo schema è profondamente divergente
da quello conciliare, che era improntato all’apertura dei laici di fede
alla collaborazione con tutti gli esseri
umani di buona volontà, anche con i non credenti e i credenti in altre religioni e anche con coloro che seguono ideologie critiche nei confronti delle religioni, perché bisogna distinguere tra errore ed errante, come iniziò a insegnare il Roncalli, quindi un impegno collettivo e personale in un quadro universale che andava molto oltre la
vita familiare, lanciato verso la storia e il mondo intero, in tutte le sue moltissime culture e diversità, viste non come male, fonte di eresia, di divisione, ma come opportunità di arricchimento per tutti nel dialogo solidale. Essenziali, nell’ideologia dei saggi del Concilio, furono i
concetti di dialogo e condivisione, orientati da forti principi
umanitari. Se ne presentò il significato religioso. Il laico di fede, in questa
prospettiva, è chiamato a partecipare alla costruzione della società civile, agendo
insieme e a tutte le sue componenti, collaborando pacificamente con esse.
Che
comporta muoversi nella prospettiva dell’ultimo concilio?
Lo ha insegnato Ignazio Sanna, a Oristano,
in un’omelia per i catechisti della sua diocesi: “Ed ora una raccomandazione. Per fare una catechesi umanizzante
ricordatevi che la grazia presuppone la natura, che per fare un buon cristiano
è necessario fare prima un buon cittadino […]”.
Ma i bambini del catechismo non sono troppo
piccoli per tutto ciò?
No. L’iniziazione alla vita democratica, che
è il contesto in cui i laici di fede devono operare per contribuire a cambiare
il mondo, deve iniziare prestissimo, proprio al tempo delle prime esperienze di
socialità, come è anche quella della partecipazione alla vita della parrocchia.
Essa parte dal rispetto della dignità delle altre persone e prosegue con il
tirocinio a partecipare attivamente e
liberamente a una collettività.
Naturalmente, in un discorso di fede, c’è
molto di più. Ma bisogna partire da lì, se non si vuole ricadere in quella “restaurazione di condotte e forme superate,
che neppure culturalmente hanno più la capacità di essere significative” dalla quale il Papa ci ha messi in
guardia l’altro giorno.
Ogni persona, fin da molto piccola, è
portatrice di valori importantissimi, innanzi tutto perché “è” persona. Rispettare la grande dignità di persona di ogni essere
umano, che è gli è propria fin da bimbo, comporta di tener conto del suo ritmo
di crescita, del contesto culturale e familiare da dove proviene, della sua
capacità di apprendimento e di assimilazione di contenuti e stili di via, dell’indole
che via via viene manifestando, in gergo teologico diremo i suoi carismi. Significa in particolare
rinunciare al proposito di “costruirlo”
secondo un certo modello a cui noi aderiamo, magari sfruttando
strumentalmente certe sue fragilità che ce lo mettono quasi del tutto nelle
nostre mani, come accade nel caso dei bambini.
L’unico modello
a cui dobbiamo attenerci è quello
evangelico dell’incontro, della condivisione, della misericordia, del risanamento amorevole e
di tutto il resto che rientra nell’esempio del nostro Primo Maestro, come
emerge dalle Scritture.
Lo scopo di voi catechisti è quello di
portare tutti nel popolo di fede, non
solamente quelli che sarete riusciti a plasmare secondo un qualche vostro modello, perché ad un certo punto
si sono arresi a voi e inoltre hanno manifestato la capacità
di imparare certi contenuti. Mai e poi mai il catechismo deve discriminare ma sempre includere. Mai
bisogna disprezzare i bambini che di certe cose di fede non hanno sentito
parlare al pari di quelli che sono stati educati in famiglie con una consuetudine più
ravvicinata con la religione e i contenuti della fede. Non dovete mai e poi mai uscirvene
con un disamorato e sprezzante “non sanno nulla!: è proprio per quel non sapere
che vengono portati a voi. E ricordate che non siete voi i dispensatori della
Grazia, la cui luce amorevole illumina ogni essere umano con energia
invincibile, né i doganieri alle porte del Tempio. Non siete i “leviti” della
parrocchia. Siete solo, come ha detto Sanna in quell’omelia che ho prima citato
“mediatori del dono dello Spirito e della Grazia”. Mediatore è uno che mette in relazione. Voi dovete mettere in relazione i bambini che
vi sono stati affidati con l’universale popolo di fede e con il suo amato
fondamento soprannaturale.
E tutta la vita che molti di voi ha vissuto
secondo quell’altra particolare ideologia religiosa di chi ho detto? Essa è
solo una delle vie che possono essere seguite, non l’unica. Ha valore fin
quando accetti di essere inserita in quel contesto di dialogo, incontro, condivisione,
rispetto
definito dai principi promulgati dai
saggi del Concilio e specificati nel magistero che a quell’assise è seguito,
fino ai nostri giorni, fino a quello di papa Francesco. Ciò implica anche la piena accettazione del pluralismo, per cui, anche in religione,
non è si mai obbligati a essere tutti uguali e a pensarla in uno stesso modo, pur
cercandosi di ottenere il consenso su alcuni principi fondamentali,
irrinunciabili.
Nel catechismo dell’infanzia si può fare
molto bene, ma anche molto male alla gente: siatene consapevoli. Lavorando male
si possono porre le basi per l’allontanamento degli adolescenti dalla
parrocchia e quindi poi dalla vita di fede. Una
responsabilità gravissima. Noi dobbiamo proporci con tutte le nostre
forze di trattenere le persone in parrocchia. Catechesi umanizzante: significa saper parlare delle cose di fede
rispettando l’umano che ognuno esprime, che anche i bambini piccoli esprimono;
saper distinguere l’essenziale da ciò che cambia e non può non cambiare nel
corso delle varie fasi della vita di una persona. La possibilità di cambiare:
in questo consiste la possibilità di conversione.
Siamo popolo, siamo umanità, non un presepe
di statuine. Si cambia, si cresce:
bisogna crescere in umanità, non in disumanità. In questo la fede religiosa è
essenziale. L’iniziazione religiosa non consiste nell’imprimere sulla sabbia
bagnata il nostro stampino una volta per tutte, come si fa da bimbi sulla spiaggia, per realizzare
figure tutte uguali. L’essere umano non è
fatto di sabbia inerte, gli è stato infuso il soffio soprannaturale: è scritto.
Probabilmente per alcuni di voi le cose di cui si parla in questi tempi
appariranno nuove. Papa Francesco, per loro, sembrerà veramente un uomo venuto da molto lontano. Ma ciò che
dice, in realtà, è profondamente radicato nella nostra cultura religiosa: gli
italiani furono tra i protagonisti del Concilio e, innanzi tutto, erano
italiani i due Papi che lo diressero, Roncalli e Montini. Si tratta di
riscoprire certi temi e certi esempi di vita, che non sono mai stati totalmente
dimenticati, anche nel lungo tempo della damnatio
memoriae a cui si è riferita la
Perroni. Prendere in mano libri, ascoltare certi testimoni, riflettere sui temi
del Concilio e fare tirocinio delle indicazioni che ne conseguirono. In una
parola: aprirsi.
Ma perché aprirsi?
Bisogna farlo perché, non avendolo fatto, la parrocchia si è andata annichilendo.
Cari amici neocatecumenali, non
vi siete accorti che, a parte quelli che ancora continuano a frequentare la
messe festive (con la consuetudine di arrivare più o meno prima della liturgia
della Parola, segno di disamore), in parrocchia siete rimasti quasi solo voi?
Non mi pare che il quartiere sia stato assorbito nel nuovo corso, che ne dite?, ma che ci sia stata una sorta di colonizzazione della parrocchia a cui è seguito l'allontanamento di gran parte di coloro che, per varie ragioni, non si sono lasciati assorbire. E' finito il pluralismo.
Non mi pare che il quartiere sia stato assorbito nel nuovo corso, che ne dite?, ma che ci sia stata una sorta di colonizzazione della parrocchia a cui è seguito l'allontanamento di gran parte di coloro che, per varie ragioni, non si sono lasciati assorbire. E' finito il pluralismo.
Vi pare possibile che in una parrocchia
rimanga una sola delle sue componenti?
E dove se ne andato tutto l’altro popolo di
fede?
Bisogna
andare a cercarlo, là fuori, oltre i gruppetti di amici in cui abbiamo
confinato la nostra esperienza di fede. Questa è la missione di oggi, quella
che ci è stata affidata dal vescovo.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli