venerdì 13 novembre 2015

Di convegno ecclesiale in convegno ecclesiale. A quando la scoperta della democrazia?

Di convegno ecclesiale in convegno ecclesiale. A quando la scoperta della democrazia?

  La vita collettiva del laicato di fede italiano, nel dopo Concilio, è stata segnata da cinque convegni ecclesiali nazionali, a partire dal primo del 1976, a Roma,  dal titolo Evangelizzazione e promozione umana, proseguendo con quello di Loreto del 1985, su Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini, quello di Palermo del 1995 su Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia,  quello di Verona del 2006 su Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo,  e infine quello di quest’anno su  In Gesù Cristo il nuovo umanesimo.
  Dopo il convegno del 1995, si diede inizio, nel 1997, al Progetto culturale, il movimento ispirato e diretto dalla gerarchia del clero per influire sulla società civile con il metodo dell’animazione culturale.
  In parrocchia, per quanto ho potuto constatare, siamo rimasti del tutto estranei a questo lavoro collettivo. In effetti l’estraneazione dalla realtà sociale circostante è divenuta progressivamente la nostra nota caratteristica sempre più evidente. Ci siamo voluti separare dalla società intorno, a partire dal quartiere, e siamo stati francamente ricambiati.
   L’unico convegno ecclesiale nazionale che però mi è apparso veramente espressione delle varie componenti del laicato italiano  è stato il primo, organizzato con una maggiore libertà di manovra.
 Come ha ricordato ieri su La Repubblica Paolo Rodari, quelli dal 1985 al 2006 sono stati espressione della linea culturale e politica wojtylian-ratzingeriana, diretta a un recupero dell’influenza politica della gerarchia del clero italiana utilizzando strumentalmente le masse dei fedeli, secondo il costume inaugurato già a fine Ottocento. In particolare, dall’inizio degli anni ’90 fino al 2013 questa politica è stata guidata da Camillo Ruini ed ha portato ad un oggettivo collateralismo con la destra politica italiana. In questi anni tutti coloro che volevano essere persone di fede adulte,  vale a dire con un certo margine di autonomia di pensiero e d’azione sono state sostanzialmente emarginate. La stessa espressione credente adulto ha assunto un connotato negativo, come se si intendesse disobbediente, presuntuoso, indisciplinato.
 Scrive Rodari:
La svolta, nell’85 fu un invito deciso ai cattolici italiani a riprendere «un ruolo guida nella società», col conseguente lancio del «progetto culturale cristianamente orientato» in un’Italia dove, declinante la Democrazia cristiana, i vescovi assumevano un ruolo da protagonisti. Son stati anni di collateralismo con la politica e, in particolare, con il centro-destra di Silvio Berlusconi, e di protagonismo sulla scena pubblica con battaglie sui «valori non negoziabili» sfociati in lotte sulla bioetica e sulla famiglia, con una piazza che ebbe il suo apogeo nel Family Day del 2007 con tanto di movimenti ecclesiali schierati in prima linea.
  L’impegno politico dei cattolici democratici, precariamente coalizzati con il papato per fare delle masse cattoliche, storicamente reazionarie, un sostegno per la nuova democrazia italiana post-fascista, il capolavoro di De Gasperi, ha costruito la nuova Italia. Tuttavia, nel momento in cui, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, si trattò di liberarla della stampella clericale e di realizzare la piena autonomia del laicato di fede secondo il metodo democratico, mantenendo un’unità di fondo sui valori umanitari, ma senza più fare blocco contro le altre componenti della società, cominciarono i problemi. La gerarchia del clero non accettò la nuova situazione e spinse per una  ricomposizione  delle masse intorno a un movimento ideologico a ispirazione o addirittura direzione clericale. Questo progetto fu catalizzato dalla figura carismatica del papa Wojtyla e sorretto ideologicamente da uno dei teologi protagonisti del Concilio Vaticano 2°, Joseph Ratzinger, il quale nel 2005 gli succedette nel ministero supremo, dopo essere stato a lungo a capo dell'ufficio di polizia ideologica del papato.
  La lunga stagione del Wojtyla e del Ratzinger ha profondamente cambiato le collettività di fede italiane. Dal punto di vista della promozione e della conseguente azione del laicato di fede si è trattato di una interminabile era glaciale, in cui si è cercato di sospendere un processo di cambiamento post-conciliare che si era manifestato chiaramente durante il convegno ecclesiale del ’76, visto come pericoloso per l'unità di fede. A prescindere dai tanti altri effetti controproducenti, tra i quali possiamo annoverare, su scala locale, ciò che la nostra parrocchia come oggi la vediamo è diventata nel corso di un processo di neocatecumenalizzazione  spinta (in questione non sono i neocatecumenali, ma la riduzione del pluralismo, il voler realizzare una parrocchia neocatecumenale), il principale problema di quest’epoca che sembra tramontata con l’inizio del papato del Bergoglio  è stato il mancato sviluppo della riflessione e della pratica della democrazia nelle nostre collettività religiose e ciò, paradossalmente, proprio nel mentre il Wojtyla, dal 1991, inseriva autorevolmente nella dottrina sociale la piena accettazione del metodo e dei principi democratici come forma ideale di governo delle società civili. Questo ha impedito di portare all’interno delle nostre collettività religiose la riflessione con metodo democratico sulle questioni sociali e politiche contemporanee, nei loro riflessi sull’impegno di fede, secondo quando progettato dai saggi del Concilio, e quindi di consentire al laicato di fede, che si voleva sempre più in linea con la gerarchia nelle questioni politiche, di incidere veramente nei processi democratici italiani, in particolare per contrastare la degenerazione dei costumi politici e amministrativi.
 Manca ancora una teologia della democrazia e non manca occasione in cui la gerarchia del clero ribadisca a viva voce, e quasi orgogliosamente, che le nostro collettività religiose non sono delle democrazie. E’ vero: le nostre istituzioni religiose sono ancora organizzate sul modello feudale progettato agli inizi del passato millennio. Questo ha portato, in particolare, alle vergognose corruzioni che di questi tempi vengono alla luce, con esponenti dell’alto clero trovati a vivere come principi medievali. Ma perché stupirsi? Vengono considerati principi medievali, hanno poteri da principi medievali, verso di loro affluisce un fiume di denaro pubblico del quale non devono veramente rendere conto,  e allora finiscono per vivere in quel modo.
 Nel corso del convegno di Firenze le parole che hanno improntato la discussione sono dialogo, incontro, alleanza, costruzione, via relazionale, cammino sinodale e infine, l’attraversare,  inteso come attraversare frontiere  che separano gli esseri umani. Bisogna dire che tutto è iniziato con il papato del Bergoglio, nel 2013, non per spinta autonoma del laicato di fede, da un suo movimento. Del resto, trent’anni di era glaciale, lo spazio di un’intera generazione, ha lasciato un segno profondo nella società di fede italiana. Ma, dopo un lungo silenzio, come da shock per la brusca svolta introdotta dal capo supremo giunto dal Nuovo Mondo, il laicato di fede a infine ripreso a ragionare collettivamente. C’è molto da fare.
  La prima riflessione da costruire è quella sul valore religioso della democrazia, come metodo che si propone di rispettare la dignità degli altri e come insieme di principi, in gergo ecclesiale diremmo valori.
 Come ha osservato il sociologo Diotallevi, in una dichiarazione riportata nell’articolo di Rodari:
Francesco ha fatto e fa molto bene la parte “destruens” [=che pone fine, abbatte], la disconnessione della Chiesa da un modo che finisce. Resta però la domanda su che cosa significhi costruire oggi. Avere cioè il coraggio di cercare un’incarnazione del Vangelo buona per oggi, diversa da quella che era buona ieri e da quella che lo sarà domani. Francesco vuole che questa nuova strada la  trovi la Chiesa italiana da sola, rivalutando le parrocchie e le associazioni. Resta tuttavia il carattere tenero e fuorviante dell’esempio di don Camillo. Fuorviante perché il popolo non esiste più. C’è un insieme di persone una diversa dall’altra. E non si può dire che questo sia un passo indietro, non si può avere nostalgia del popolo”.
  La nuova democrazia italiana ha avuto un importante centro di incubazione nell’Emilia in cui sono ambientati i racconti del Don Camillo  di Guareschi. Ma quel tipo di prete non è mai realmente esistito. E tutta la simpatica saga di Don Camillo è sorretta da un’ideologia esplicitamente reazionaria, tendenzialmente diffidente verso la nuova democrazia italiana, vista ancora, secondo la prospettiva clericale e secondo l’ideologia dell’intransigentismo clericale ottocentesco, come corruttrice  della povera gente, del buon popolo italiano, quello che, appunto, il sociologo Diotallevi ci dice, per nostra buona sorte, non esistere più;  in esso allignò storicamente ogni tipo di  corrente antidemocratica, fascismo compreso.  Se si vuole prendere un modello emiliano di impegno di fede nella democrazia contemporanea si deve invece semmai puntare sulla figura di Giuseppe Dossetti, un altro protagonista del Concilio Vaticano 2°, come prima lo era stato della nuova politica democratica italiana, e ancor prima nella Resistenza italiana, lì dove si iniziò a prendere le distanze dal disonorevole compromesso del papato con il fascismo storico.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli