Di
convegno ecclesiale in convegno ecclesiale. A quando la scoperta della
democrazia?
La vita collettiva del laicato di fede
italiano, nel dopo Concilio, è stata segnata da cinque convegni ecclesiali nazionali, a partire dal
primo del 1976, a Roma, dal titolo Evangelizzazione e promozione umana,
proseguendo con quello di Loreto del 1985, su Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini, quello di
Palermo del 1995 su Il Vangelo della
carità per una nuova società in Italia, quello di Verona del 2006 su Testimoni di Gesù risorto, speranza del
mondo, e infine quello di quest’anno
su In Gesù Cristo il nuovo umanesimo.
Dopo il convegno del 1995, si diede inizio,
nel 1997, al Progetto culturale, il
movimento ispirato e diretto dalla gerarchia del clero per influire sulla società
civile con il metodo dell’animazione culturale.
In parrocchia, per quanto ho potuto
constatare, siamo rimasti del tutto estranei a questo lavoro collettivo. In
effetti l’estraneazione dalla realtà sociale circostante è divenuta
progressivamente la nostra nota caratteristica sempre più evidente. Ci siamo
voluti separare dalla società intorno, a partire dal quartiere, e siamo stati
francamente ricambiati.
L’unico
convegno ecclesiale nazionale che però mi è apparso veramente espressione delle
varie componenti del laicato italiano è
stato il primo, organizzato con una maggiore libertà di manovra.
Come ha ricordato ieri su La Repubblica Paolo
Rodari, quelli dal 1985 al 2006 sono stati espressione della linea culturale e
politica wojtylian-ratzingeriana,
diretta a un recupero dell’influenza politica della gerarchia del clero
italiana utilizzando strumentalmente le masse dei fedeli, secondo il costume
inaugurato già a fine Ottocento. In particolare, dall’inizio degli anni ’90 fino
al 2013 questa politica è stata guidata da Camillo Ruini ed ha portato ad un
oggettivo collateralismo con la destra politica italiana. In questi anni tutti
coloro che volevano essere persone di fede adulte,
vale a dire con un certo margine di
autonomia di pensiero e d’azione sono state sostanzialmente emarginate. La
stessa espressione credente adulto ha
assunto un connotato negativo, come se si intendesse disobbediente, presuntuoso,
indisciplinato.
Scrive Rodari:
La svolta, nell’85 fu un invito deciso
ai cattolici italiani a riprendere «un ruolo guida nella società», col conseguente
lancio del «progetto
culturale cristianamente orientato» in un’Italia dove, declinante la
Democrazia cristiana, i vescovi assumevano un ruolo da protagonisti. Son stati
anni di collateralismo con la politica e, in particolare, con il centro-destra
di Silvio Berlusconi, e di protagonismo sulla scena pubblica con battaglie sui «valori non
negoziabili»
sfociati in lotte sulla bioetica e sulla famiglia, con una piazza che ebbe il
suo apogeo nel Family Day del 2007 con tanto di movimenti ecclesiali schierati
in prima linea.
L’impegno politico dei cattolici democratici,
precariamente coalizzati con il papato per fare delle masse cattoliche,
storicamente reazionarie, un sostegno per la nuova democrazia italiana
post-fascista, il capolavoro di De Gasperi, ha costruito la nuova Italia.
Tuttavia, nel momento in cui, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, si trattò di
liberarla della stampella clericale e di realizzare la piena autonomia del
laicato di fede secondo il metodo democratico, mantenendo un’unità di fondo
sui valori umanitari, ma senza più fare blocco contro le altre componenti della
società, cominciarono i problemi. La gerarchia del clero non accettò la nuova
situazione e spinse per una ricomposizione delle masse intorno a un movimento ideologico
a ispirazione o addirittura direzione clericale. Questo progetto fu catalizzato
dalla figura carismatica del papa Wojtyla e sorretto ideologicamente da uno dei
teologi protagonisti del Concilio Vaticano 2°, Joseph Ratzinger, il quale nel
2005 gli succedette nel ministero supremo, dopo essere stato a lungo a capo dell'ufficio di polizia ideologica del papato.
La lunga stagione del Wojtyla e del Ratzinger
ha profondamente cambiato le collettività di fede italiane. Dal punto di vista
della promozione e della conseguente azione del laicato di fede si è trattato
di una interminabile era glaciale, in cui si è cercato di sospendere un
processo di cambiamento post-conciliare che si era manifestato chiaramente
durante il convegno ecclesiale del ’76, visto come pericoloso per l'unità di fede. A prescindere dai tanti altri effetti
controproducenti, tra i quali possiamo annoverare, su scala locale, ciò che la
nostra parrocchia come oggi la vediamo è diventata nel corso di un processo di neocatecumenalizzazione spinta (in questione non sono i neocatecumenali, ma la riduzione del pluralismo, il voler realizzare una parrocchia neocatecumenale), il principale problema di quest’epoca
che sembra tramontata con l’inizio del papato del Bergoglio è stato il mancato sviluppo della riflessione
e della pratica della democrazia nelle nostre collettività religiose e ciò,
paradossalmente, proprio nel mentre il Wojtyla, dal 1991, inseriva
autorevolmente nella dottrina sociale
la piena accettazione del metodo e dei principi democratici come forma ideale
di governo delle società civili. Questo ha impedito di portare all’interno
delle nostre collettività religiose la riflessione con metodo democratico sulle
questioni sociali e politiche contemporanee, nei loro riflessi sull’impegno di
fede, secondo quando progettato dai saggi del Concilio, e quindi di consentire
al laicato di fede, che si voleva sempre più in linea con la gerarchia nelle
questioni politiche, di incidere veramente nei processi democratici italiani,
in particolare per contrastare la degenerazione dei costumi politici e
amministrativi.
Manca ancora una teologia della democrazia e non manca occasione in cui la gerarchia
del clero ribadisca a viva voce, e quasi orgogliosamente, che le nostro
collettività religiose non sono delle
democrazie. E’ vero: le nostre istituzioni religiose sono ancora
organizzate sul modello feudale progettato agli inizi del passato millennio.
Questo ha portato, in particolare, alle vergognose corruzioni che di questi
tempi vengono alla luce, con esponenti dell’alto clero trovati a vivere come
principi medievali. Ma perché stupirsi? Vengono considerati principi medievali,
hanno poteri da principi medievali, verso di loro affluisce un fiume di denaro
pubblico del quale non devono veramente rendere conto, e allora finiscono per vivere in quel modo.
Nel corso del convegno di Firenze le parole
che hanno improntato la discussione sono dialogo,
incontro, alleanza, costruzione, via relazionale, cammino sinodale e
infine, l’attraversare, inteso come attraversare frontiere che
separano gli esseri umani. Bisogna dire che tutto è iniziato con il papato del
Bergoglio, nel 2013, non per spinta autonoma del laicato di fede, da un suo
movimento. Del resto, trent’anni di era glaciale, lo spazio di un’intera
generazione, ha lasciato un segno profondo nella società di fede italiana. Ma,
dopo un lungo silenzio, come da shock per la brusca svolta introdotta dal capo
supremo giunto dal Nuovo Mondo, il
laicato di fede a infine ripreso a ragionare collettivamente. C’è molto da
fare.
La prima riflessione da costruire è quella
sul valore religioso della democrazia, come metodo che si propone di rispettare
la dignità degli altri e come insieme di principi, in gergo ecclesiale diremmo valori.
Come ha osservato il sociologo Diotallevi, in
una dichiarazione riportata nell’articolo di Rodari:
Francesco ha fatto e fa molto bene la parte
“destruens” [=che
pone fine, abbatte], la disconnessione
della Chiesa da un modo che finisce. Resta però la domanda su che cosa
significhi costruire oggi. Avere cioè il coraggio di cercare un’incarnazione
del Vangelo buona per oggi, diversa da quella che era buona ieri e da quella
che lo sarà domani. Francesco vuole che questa nuova strada la trovi la Chiesa italiana da sola, rivalutando
le parrocchie e le associazioni. Resta tuttavia il carattere tenero e fuorviante
dell’esempio di don Camillo. Fuorviante perché il popolo non esiste più. C’è un
insieme di persone una diversa dall’altra. E non si può dire che questo sia un
passo indietro, non si può avere nostalgia del popolo”.
La
nuova democrazia italiana ha avuto un importante centro di incubazione nell’Emilia
in cui sono ambientati i racconti del Don
Camillo di Guareschi. Ma quel tipo
di prete non è mai realmente esistito. E tutta la simpatica saga di Don Camillo è sorretta da un’ideologia
esplicitamente reazionaria, tendenzialmente diffidente verso la nuova
democrazia italiana, vista ancora, secondo la prospettiva clericale e secondo l’ideologia
dell’intransigentismo clericale ottocentesco, come corruttrice della povera gente, del buon popolo italiano, quello che, appunto, il sociologo Diotallevi
ci dice, per nostra buona sorte, non esistere più; in esso allignò
storicamente ogni tipo di corrente
antidemocratica, fascismo compreso. Se
si vuole prendere un modello emiliano di impegno di fede nella democrazia
contemporanea si deve invece semmai puntare sulla figura di Giuseppe Dossetti, un
altro protagonista del Concilio Vaticano 2°, come prima lo era stato della
nuova politica democratica italiana, e ancor prima nella Resistenza italiana,
lì dove si iniziò a prendere le distanze dal disonorevole compromesso del
papato con il fascismo storico.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli