L’illusione
del ritorno al passato
Non mi ha mai convinto l’idea dei teologi
che il rinnovamento debba fondarsi sul ritorno ad una qualche purezza del
passato, delle origini.
Delle origini sappiamo troppo poco. Più che
ispirarsi da esse, dunque, ci sogniamo sopra.
Nel quarto secolo, quando la nostra fede
diventò anche ideologia politica, le cose presto degenerarono, sul lato del
pensiero e su quello dell’azione. Tutti i potenziali effetti letali delle
religioni emersero anche tra noi. Si fu intolleranti e violenti.
Rinnovare significa staccarsi da certe radici
e, innanzi tutto, fare memoria veritiera del male che fu. Ciò che non è ancora
semplice fare tra noi. Prevalgono atteggiamenti propagandistici.
Nel disegnare le nostre collettività religiose
dobbiamo saper prendere le distanze dal passato, anche recente. Per certi versi
questo processo di trasformazione non ha fatto veri passi avanti dagli anni
Sessanta, dal dopo Concilio. Sto leggendo il contributo di Paolo Tronfini dal
titolo L’Azione Cattolica e la politica
negli anni Sessanta, in L’Azione
Cattolica del Vaticano 22° - Laicità e scelta religiosa nell’Italia degli anni
Sessanta e Settanta, AVE 2014, e vi
ho trovato conferma che certi problemi che emersero all’epoca non sono stati
ancora superati.
La concezione di comunità di fede e il ruolo
dei laici, in particolare, sono ancora fortemente controversi.
I saggi dell’ultimo Concilio vollero indurre
un modo di vivere collettivamente alla fede in cui i laici non sembrassero attaccati alla gerarchia del clero come
dall’esterno, ma più partecipi e corresponsabili della vita di fede, sia nell’ideazione
che nella pratica. Le resistenze
reazionarie a questo proposito iniziarono già nel corso del Concilio e si
svilupparono molto negli anni seguenti. Presero forma in movimenti in cui la
comunità era concepita e vissuta come
totalitaria, a scapito dell’importanza della persona, fino a condurre a forme dall’apparenza
disumanizzante. con una certa venatura di fanatismo e un atteggiamento
carismatico, da ispirati, come di padroni
della nuova parola, che portava, in particolare a screditare l’Azione
Cattolica, impegnata sempre più a sviluppare i temi conciliari, e, infine, ad un marcato disinteresse per la cultura,
sostituita da forme basate sulla suggestione (questi ultimi rilievi
vennero formulati nel 1965 dall’assistente di un gruppo FUCI, gli universitari
cattolici).
Gli orientamenti scaturiti dall’ultimo
Concilio sono ancora avvertiti in molti ambienti come un corpo estraneo alla
fede, pericoloso, i cui effetti occorre sempre temperare, finché non sia possibile riformare la riforma.
In particolare questo atteggiamento fu
rigoglioso negli anni in cui ebbe una certa fortuna tra noi il modello polacco.
Uno degli effetti negativi del comunismo
polacco di impronta sovietica, che dominò la Polonia fino al 1989, fu di aver
indotto nelle nostre collettività di fede di quella nazione un certo modo di concepire l’impegno
nella storia, vissuto come un fare blocco, sotto la guida di gerarchi
religiosi del clero, contro il male della società intorno. Oggi, nella Polonia dei nostri
tempi, vediamo che cosa ne è venuto fuori. Quel modello ebbe a lungo corso anche tra
noi. Per esigenze, per così dire, difensive si ebbe a quell'epoca una sorta di dannazione della memoria di certi aspetti dell’ideologia del Concilio
Vaticano 2°.
I temi dell’ultimo concilio trovarono invece sostegno
oltre mare, nel nuovo mondo, nel magistero dei vescovi latino-americani riuniti
nel CELAM, la Conferenza episcopale dell’America Latina, a partire dall’Assemblea
generale di Medellin, nel 1968. Da là ci viene il capo religioso che ha dato di
nuovo impulso all’attuazione piena delle idee dei saggi dell’ultimo Concilio.
Fatto sta che sembra, talvolta, che le idee
del Concilio siano tra noi una stranezza, una specie di novità straniera.
Usciamo da una specie di era glaciale in cui tutto si è fermato, durata un
tempo lunghissimo, addirittura lo spazio di una generazione. Nel frattempo i
testimoni di un tempo poco a poco sono scomparsi. L’Azione Cattolica, con la
sua editrice AVE e con i suoi incontri culturali, è stata tra le poche agenzie
religiose a mantenere memoria viva del Concilio.
Pensare di assorbire la fede da una
certa comunità molto coesa e separata dal contesto civile, in una esperienza
comunitaria concentrata essenzialmente nello
sviluppare sé stessa e solo sé stessa,
senza un adeguato sviluppo di una cultura religiosa e civile è solo illusione,
e una illusione cattiva. Conduce a estraniarsi dal proprio tempo, a costruirsi
un inutile sogno dentro una specie di parco
a tema, uno zoo religioso. Ecco che poi, di fronte a ciò che
accade nel mondo contemporaneo, di fronte alla drammatica scelta tra guerra e
pace che ci sta di fronte come collettività civile e religiosa, la sola politica ispirata dalla fede che sembra riuscire a
riempire le nostre piazze religiose, a parte gli eventi spettacolari organizzati
periodicamente dalla nostra gerarchia e che vengono vissuti un po’ come quando
si va a certi mega-concerti,
passivamente o al più con il ruolo di comparse, è quella motivata dall’incubo Gender, che sostanzialmente mira alla
discriminazione di minoranze sociali che chiedono di vivere liberamente la loro
personalità naturale, una cosa di
cui, forse, ci si pentirà in un qualche Giubileo a venire. Perché, invece, non
cogliere subito l’occasione di
cambiare, in questo Giubileo che a giorni inizierà?
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli