mercoledì 18 novembre 2015

L’illusione del ritorno al passato

L’illusione del ritorno al passato

 Non mi ha mai convinto l’idea dei teologi che il rinnovamento debba fondarsi sul ritorno ad una qualche purezza del passato, delle origini.
  Delle origini sappiamo troppo poco. Più che ispirarsi da esse, dunque, ci sogniamo sopra.
  Nel quarto secolo, quando la nostra fede diventò anche ideologia politica, le cose presto degenerarono, sul lato del pensiero e su quello dell’azione. Tutti i potenziali effetti letali delle religioni emersero anche tra noi. Si fu intolleranti e violenti.
  Rinnovare significa staccarsi da certe radici e, innanzi tutto, fare memoria veritiera del male che fu. Ciò che non è ancora semplice fare tra noi. Prevalgono atteggiamenti propagandistici.
 Nel disegnare le nostre collettività religiose dobbiamo saper prendere le distanze dal passato, anche recente. Per certi versi questo processo di trasformazione non ha fatto veri passi avanti dagli anni Sessanta, dal dopo Concilio. Sto leggendo il contributo di Paolo Tronfini dal titolo L’Azione Cattolica e la politica negli anni Sessanta, in L’Azione Cattolica del Vaticano 22° - Laicità e scelta religiosa nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta,  AVE 2014, e vi ho trovato conferma che certi problemi che emersero all’epoca non sono stati ancora superati.
  La concezione di comunità di fede e il ruolo dei laici, in particolare, sono ancora fortemente controversi.
  I saggi dell’ultimo Concilio vollero indurre un modo di vivere collettivamente alla fede in cui i laici non sembrassero attaccati alla gerarchia del clero come dall’esterno, ma più partecipi e corresponsabili della vita di fede, sia nell’ideazione che nella pratica.  Le resistenze reazionarie a questo proposito iniziarono già nel corso del Concilio e si svilupparono molto negli anni seguenti. Presero forma in movimenti in cui la comunità era concepita e vissuta  come totalitaria, a scapito dell’importanza della persona, fino a  condurre a forme dall’apparenza disumanizzante. con una certa venatura di fanatismo e un atteggiamento carismatico, da ispirati, come di padroni  della nuova parola, che portava, in particolare a screditare l’Azione Cattolica, impegnata sempre più a sviluppare i temi conciliari, e, infine, ad un marcato disinteresse per la cultura,  sostituita da forme basate sulla suggestione (questi ultimi rilievi vennero formulati nel 1965 dall’assistente di un gruppo FUCI, gli universitari cattolici).
   Gli orientamenti scaturiti dall’ultimo Concilio sono ancora avvertiti in molti ambienti come un corpo estraneo alla fede, pericoloso, i cui effetti occorre sempre temperare, finché non sia possibile riformare la riforma.
 In particolare questo atteggiamento fu rigoglioso negli anni in cui ebbe una certa fortuna tra noi il modello polacco.
 Uno degli effetti negativi del comunismo polacco di impronta sovietica, che dominò la Polonia fino al 1989, fu di aver indotto nelle nostre collettività di fede di quella nazione un certo modo di concepire l’impegno nella storia, vissuto come un fare blocco, sotto la guida di gerarchi religiosi del clero, contro il male della società intorno. Oggi, nella Polonia dei nostri tempi, vediamo che cosa ne è venuto fuori. Quel modello ebbe a lungo corso anche  tra noi. Per esigenze, per così dire, difensive si ebbe a quell'epoca una sorta di dannazione della memoria  di certi aspetti dell’ideologia del Concilio Vaticano 2°.
 I temi dell’ultimo concilio trovarono invece sostegno oltre mare, nel nuovo mondo, nel magistero dei vescovi latino-americani riuniti nel CELAM, la Conferenza episcopale dell’America Latina, a partire dall’Assemblea generale di Medellin, nel 1968. Da là ci viene il capo religioso che ha dato di nuovo impulso all’attuazione piena delle idee dei saggi dell’ultimo Concilio.
 Fatto sta che sembra, talvolta, che le idee del Concilio siano tra noi una stranezza, una specie di novità straniera. Usciamo da una specie di era glaciale in cui tutto si è fermato, durata un tempo lunghissimo, addirittura lo spazio di una generazione. Nel frattempo i testimoni di un tempo poco a poco sono scomparsi. L’Azione Cattolica, con la sua editrice AVE e con i suoi incontri culturali, è stata tra le poche agenzie religiose a mantenere memoria viva del Concilio.
  Pensare di assorbire  la fede  da  una certa comunità molto coesa e separata dal contesto civile, in una  esperienza comunitaria  concentrata essenzialmente nello sviluppare sé stessa e solo sé stessa, senza un adeguato sviluppo di una cultura religiosa e civile è solo illusione, e una illusione cattiva. Conduce a estraniarsi dal proprio tempo, a costruirsi un inutile sogno dentro una specie di parco a tema, uno zoo  religioso. Ecco che poi, di fronte a ciò che accade nel mondo contemporaneo, di fronte alla drammatica scelta tra guerra e pace che ci sta di fronte come collettività civile e religiosa, la sola politica  ispirata dalla fede  che sembra riuscire a riempire le nostre piazze religiose, a parte gli eventi spettacolari organizzati periodicamente dalla nostra gerarchia e che vengono vissuti un po’ come quando si va a certi mega-concerti, passivamente o al più con il ruolo di comparse, è quella motivata dall’incubo Gender, che sostanzialmente mira alla discriminazione di minoranze sociali che chiedono di vivere liberamente la loro personalità naturale, una cosa di cui, forse, ci si pentirà in un qualche Giubileo a venire. Perché, invece, non cogliere subito l’occasione di cambiare, in questo  Giubileo che a giorni inizierà?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli