Il principale degli attuali problemi della nostra parrocchia
Il principale
degli attuali problemi della nostra parrocchia è che oggi ci si propone di
recuperare un rapporto con il quartiere ma non si dispone di sufficienti forze
umane per stabilire nuove relazioni, perché quelle che ci sono si sono in gran
parte formate nell’ambiente culturale e sociale che ha progressivamente
interrotto quel rapporto.
Perché, del resto, dovrebbero cambiare un’impostazione
che le ha portate a prevalere nella parrocchia, ad assorbirla? Queste persone, poi, sono strettamente legate in
comunità molto solidali e, apparentemente, super-corazzate verso l’esterno, ad
accesso iniziatico. Queste ultime danno
loro sicurezza, non solo religiosa, ma anche nelle altre questioni della
vita. Sono costruite proprio per creare questa forte coesione interna, che
tuttavia le separa fatalmente dal contesto sociale da loro abitato, le rende
impermeabili.
Io non ho mai avuto occasioni di dialogo con
quelle persone. Non l’ho cercato e nemmeno loro l’hanno mai fatto. Ci siamo
reciprocamente estranei. Ed effettivamente è come se appartenessimo a due mondi
diversi, addirittura a due confessioni diverse. Il mondo nel quale le persone
dell’altro gruppo sono inserite ha cercato di silenziare il mio, per un lungo
tempo, anche se non credo che tutte loro ne abbiano consapevolezza. Alcune di loro forse sì, ma, penso, probabilmente ritengono che si
dovesse farlo, per certe ragioni di tutela dell’ortodossia o giù di lì.
La
sproporzione tra loro e l’ambiente in
cui io sono inserito, diciamo quello dell’AC parrocchiale, è enorme. In passato
l’AC è stata tollerata come gruppo ad esaurimento, di anziani irriducibili,
senza alcun vero spazio di azione.
Dunque chi arriva dall’esterno incontra il
nuovo parroco e i suoi nuovi collaboratori e loro. Non sembra che dalla
diocesi ci possa arrivare altro aiuto. E allora?
Probabilmente la soluzione è di cercare di
indurre un qualche dialogo con loro.
Tra gente, quelli del mio mondo e loro, che per lo spazio di una generazione si è ignorata reciprocamente,
diffidando e ritenendo, in fondo, che gli altri fossero un male per la vita
collettiva di fede, un’anomalia da superare.
C’è ampio spazio per una conversione,
collettiva e personale, che è la forma che il cambiamento assume in religione,
in una prospettiva di fede.
Presiede a questo processo il nostro nuovo
apostolo, che ci è stato inviato dal vescovo con la difficile missione di
aiutarci in questo.
Questo lavoro su di noi, per capirci meglio e
superare l’inimicizia, per convergere sugli ideali evangelici è tanto più
necessario in questa difficile epoca che la nazione sta vivendo, con la prospettiva
di una sanguinosa guerra vicina, tanto vicina a noi tanto da minacciare anche
la nostra città, prospettiva inimmaginabile fino a qualche anno fa, e per di più scatenata contro di noi secondo
certi ideali religiosi.
Ha scritto il nostro vescovo e padre
universale, nel documento La gioia del
Vangelo, di due anni fa (n.27,28):
“Sogno una scelta missionaria capace di
trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il
linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più
che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la
conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che
esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria sia più
espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di
«uscita» e favorisca così la
risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia.
[…]
La parrocchia non è una struttura caduca;
proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che
richiedono docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità.
[…]
…se
è capace di riformarsi e di adattarsi costantemente continuerà ad essere «la Chiesa che vive in mezzo alle case dei suoi figlio e
delle sue figlie» [citazione dall’esortazione apostolica I fedeli laici, del papa Giovanni Paolo 2°, 1988]. Questo suppone che realmente sia in contato
con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa
separata dalla gente o un gruppo di
eletti che guardano a sé stessi.
[…]
Attraverso tutte le sue attività, la
parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evangelizzazione.
[…]
Però
dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle
parrocchie non ha ancora dati sufficienti frutti perché siano ancora più vicine
alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si
orientino completamente verso la missione”.
Perché non partire da qui?
Domenica prossimo sarà tra noi il Cardinal
vicario. Da un certo punto di vista gli presenteremo una parrocchia che, secondo il lessico del nostro padre
universale, è come desertificata. Una volta c’era tanta
gente, era una realtà molto viva nel quartiere. Ne abbiamo fatto memoria in
alcune delle recenti riunioni del gruppo di AC, sulla scorta del libro di
Bonomo sul quartiere. Cerchiamo di capire, dialogando insieme, le cause di
questo degrado e di progettare come superarlo, senza proporci di abrogare o sopprimere, ma ragionando nel modo dell’aggiunta, per aggiungere ciò che serve.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli