domenica 15 novembre 2015

Il principale degli attuali problemi della nostra parrocchia

Il  principale degli attuali problemi della nostra parrocchia

  Il  principale degli attuali problemi della nostra parrocchia è che oggi ci si propone di recuperare un rapporto con il quartiere ma non si dispone di sufficienti forze umane per stabilire nuove relazioni, perché quelle che ci sono si sono in gran parte formate nell’ambiente culturale e sociale che ha progressivamente interrotto quel rapporto.
 Perché, del resto, dovrebbero cambiare un’impostazione che le ha portate a prevalere nella parrocchia, ad assorbirla? Queste persone, poi, sono strettamente legate in comunità molto solidali e, apparentemente, super-corazzate verso l’esterno, ad accesso iniziatico. Queste ultime danno  loro sicurezza, non solo religiosa, ma anche nelle altre questioni della vita. Sono costruite proprio per creare questa forte coesione interna, che tuttavia le separa fatalmente dal contesto sociale da loro abitato, le rende impermeabili.
 Io non ho mai avuto occasioni di dialogo con quelle persone. Non l’ho cercato e nemmeno loro l’hanno mai fatto. Ci siamo reciprocamente estranei. Ed effettivamente è come se appartenessimo a due mondi diversi, addirittura a due confessioni diverse. Il mondo nel quale le persone dell’altro gruppo sono inserite ha cercato di silenziare il mio, per un lungo tempo, anche se non credo che tutte loro ne abbiano consapevolezza.  Alcune di loro forse sì, ma, penso, probabilmente ritengono che si dovesse farlo, per certe ragioni di tutela dell’ortodossia o giù di lì.
  La sproporzione tra loro e l’ambiente in cui io sono inserito, diciamo quello dell’AC parrocchiale, è enorme. In passato l’AC è stata tollerata come gruppo ad esaurimento, di anziani irriducibili, senza alcun vero spazio di azione.
 Dunque chi arriva dall’esterno incontra il nuovo parroco e i suoi nuovi collaboratori e loro.  Non sembra che dalla diocesi ci possa arrivare altro aiuto. E allora?
  Probabilmente la soluzione è di cercare di indurre un qualche dialogo con loro. Tra gente, quelli del mio mondo e loro, che per lo spazio di una generazione si è ignorata reciprocamente, diffidando e ritenendo, in fondo, che  gli altri fossero un male per la vita collettiva di fede, un’anomalia da superare.
  C’è ampio spazio per una conversione, collettiva e personale, che è la forma che il cambiamento assume in religione, in una prospettiva di fede.
 Presiede a questo processo il nostro nuovo apostolo, che ci è stato inviato dal vescovo con la difficile missione di aiutarci in questo.
  Questo lavoro su di noi, per capirci meglio e superare l’inimicizia, per convergere sugli ideali evangelici è tanto più necessario in questa difficile epoca che la nazione sta vivendo, con la prospettiva di una sanguinosa guerra vicina, tanto vicina a noi tanto da minacciare anche la nostra città, prospettiva inimmaginabile fino  a qualche anno fa,  e per di più scatenata contro di noi secondo certi ideali religiosi.
 Ha scritto il nostro vescovo e padre universale, nel documento La gioia del Vangelo, di due anni fa (n.27,28):
“Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato  per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di «uscita» e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia.
[…]
 La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità.
[…]
 …se è capace di riformarsi e di adattarsi costantemente continuerà ad essere «la Chiesa che  vive in mezzo alle case dei suoi figlio e delle sue figlie» [citazione dall’esortazione apostolica I fedeli laici,  del papa Giovanni Paolo 2°, 1988]. Questo suppone che realmente sia in contato con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente  o un gruppo di eletti che guardano a sé stessi.
[…]
 Attraverso tutte le sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evangelizzazione.
[…]
 Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dati sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione”.
  Perché non partire da qui?
  Domenica prossimo sarà tra noi il Cardinal vicario. Da un certo punto di vista gli presenteremo una parrocchia che,  secondo il lessico del nostro padre universale, è come  desertificata. Una volta c’era tanta gente, era una realtà molto viva nel quartiere. Ne abbiamo fatto memoria in alcune delle recenti riunioni del gruppo di AC, sulla scorta del libro di Bonomo sul quartiere. Cerchiamo di capire, dialogando insieme, le cause di questo degrado e di progettare come superarlo, senza proporci di abrogare o sopprimere, ma ragionando nel modo dell’aggiunta, per aggiungere  ciò che serve.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli