domenica 15 novembre 2015

Costruire una nuova parrocchia

Costruire una nuova parrocchia

1. Cari amici della parrocchia, ci troviamo nel momento in cui, con molta decisione, bisogna trovare una via nuova per vivere insieme la fede, qui alle Valli.
  Che cos'è che non va?
  C’è che la nostra parrocchia, progressivamente, è stata sempre meno abitata dalla gente del quartiere, per la quale era stata istituita. E’ troppo grande per le esigenze di quelli che sono rimasti, per cui, man mano, si sono abbandonati spazi, non se ne è curata la manutenzione. Ha sempre più un aspetto diruto. Se ne sono accorti quelli che stanno organizzando l’Oratorio, la domenica.  I locali della parrocchia non sono più attrezzati per accogliere molta gente, chiesa a parte. I problemi più seri riguardano il teatrino e il campetto interno, che in diverse parti appare addirittura pericoloso tanto è dissestato.  Naturalmente questi sono solo degli indici di un problema molto più serio, che riguarda le persone che non riusciamo più ad attrarre da noi.
  Ho vissuto quasi tutta la mia vita nel quartiere, ho quindi memoria anche di ciò che c’era prima e dell’evoluzione degli eventi.  Una volta la parrocchia era una realtà molto viva, abitata, e, come ci ha ricordato oggi don Remo, ha dato alla Chiesa tre sacerdoti, di cui uno è diventato vescovo. Ma c’era molta più gente. Quella che oggi ci manca.
  La situazione è molto peggiorata negli ultimi anni. Sono molto diminuiti i bambini che ci vengono affidati per la prima iniziazione religiosa; conseguentemente si sta avvertendo un calo anche in quella di secondo livello.
  C’è chi spiega tutto con il fatto che la gente intorno a noi è diventata meno religiosa, si sta paganizzando. Ma è proprio così? Si è avuta notizia di fenomeni migratori verso altre parrocchie. Perché i genitori portano i loro bambini a San Frumenzio o al Redentore per il catechismo?
2.   Nell’ultimo decennio è stato molto evidente il ritorno nel quartiere di giovani famiglie, con figli piccoli. Lo constato nel mio palazzo, ma chi ha occhi per vedere si è sicuramente accorto che ci sono molti più bambini in giro nelle strade del quartiere. Ma questa gente nuova non viene in parrocchia.
  Chi è rimasto in parrocchia? Questo ci può dare un’indicazione delle cause del problema.
  A me pare che siano rimaste essenzialmente  le persone aggregate alle comunità del Cammino Neocatecumenale, che si insediò in parrocchia all’inizio degli anni ’80, e alcuni gruppi di anziani, sempre meno numerosi per dinamiche, per così dire, naturali.
  Perché troviamo questa composizione della popolazione parrocchiale?
  Io penso perché, progressivamente, ma sempre più marcatamente nell’ultimo ventennio, l’organizzazione neocatecumenale è venuta a sovrapporsi a quella parrocchiale, finendo per assorbirla. Invece di essere uno dei vari gruppi di spiritualità presenti nella parrocchia, associati agli altri secondo uno stile  di collaborazione sinodale, la componente neocatecumenale è divenuta quella largamente prevalente e ha improntato di sé tutta  la struttura parrocchiale, assumendo il controllo di tutte le sue principali funzioni, quelli che nel gergo aziendalistico vengono chiamati i front office. La gente che viene da fuori per una qualche esigenza religiosa si trova di fronte solo neocatecumenali. Anche il precedente parroco, per ciò che ne so, si era formato in quel movimento.
   E’ una situazione che ancora è piuttosto avvertibile, anche se, di domenica in domenica, si comincia a respirare aria nuova. C’è da organizzare la festa della parrocchia in occasione della visita del cardinale Vallini?  Per ciò che mi è parso di capire, se ne occuperà l’organizzazione neocatecumenale, sotto la direzione dei propri dirigenti.
  Si è insomma prodotto quello che ho definito un processo di neocatecumenalizzazione spinta della parrocchia.
 Ma che c’è di male?
 Nulla di male, in linea di principio. Non aderirei mai ai neocatecumenali, la cui esperienza spirituale è veramente molto distante da quella in cui mi sono formato, ma in genere si ritiene che la loro sia una via apprezzabile sotto diversi punti di vista, in particolare, e questo l’ho constatato personalmente, dove si propone di realizzare una forte solidarietà comunitaria tra i suoi membri. Tra loro ho conosciuto persone buone, di fede viva e grande capacità di dedizione. Il problema nasce quando questa struttura si propone come totalizzante, nel senso di presentarsi come principale  via per unirsi alla parrocchia. Infatti il metodo neocatecumenale non va bene per tutti. Non tutti sopportano di essere inglobati nei piccoli e molto coesi gruppi di catechesi dei catecumenali e di seguire il particolare cammino a tappe ascendenti progettato dai dirigenti del movimento, secondo un metodo in cui, per ciò che mi è apparso osservando dall’esterno ma comunque in una lunga frequentazione, è molto marcata l’autorità dei catechisti sui catechizzandi, fino ad arrivare al livello di quella di una specie di direttori spirituali. Ma è proprio la pressione di un gruppo  così che a molti risulta intollerabile. Ci sono poi varie questioni di carattere ideologico che non vanno sottovalutate. Ad esempio la mia concezione di famiglia è fortemente divergente da quella neocatecumenale, in particolare in ordine al ruolo dei due sessi e a certi obiettivi di prolificità. E penso che la mia non sia una posizione isolata tra la gente del quartiere. Ma a me non interessa polemizzare su questi punti con i neocatecumenali. Loro seguono una via e io un’altra. Non pretendo che cambino. Se però la loro dovesse rimanere l’unica  via della parrocchia, allora io la lascerei. Ma essa non deve rimanere l’unica via nella parrocchia. Di fatto non lo è rimasta, ma bisogna aggiungere che tutte le altre vie non hanno trovato un ambiente favorevole. In particolare, i ragazzi dopo l’iniziazione religiosa di secondo livello, nel post Cresima mi è parso che fossero spinti verso il metodo neocatecumenale. E’ ciò che si è fatto con le mie figlie, anni fa. Anche se non si pretende che i giovani si aggreghino ad una comunità neocatecumenale, il metodo è quello, il lessico anche, così come l’ideologia religiosa. Questo ha comportato una selezione delle nuove leve della parrocchia. Rimanevano quelli che accettavano di seguire quella spiritualità. Questo ha privato le altre componenti della parrocchia, in particolare l’Azione Cattolica, di un ricambio generazionale. Ma naturalmente non è stata questa la cosa più grave: lo è stato, invece, l’allontanamento di tante persone e, in particolare, di tanti giovani. Come si spiega, altrimenti, che in parrocchia siano rimasti quasi solo i neocatecumenali?
 Quanti giovani non provenienti da famiglie  neocatecumenali o comunque non aggregati ai neocatecumenali sono rimasti in parrocchia? Cercate di contarli. Forse vi basteranno le dita delle due mani.
  Il discorso può estendersi agli adulti, dove l’unico percorso associativo effettivamente promosso dalla parrocchia è quello neocatecumenale.
  Ma in Azione Cattolica non potevamo promuovere meglio la nostra via? No, non potevamo. L’Azione Cattolica è statutariamente integrata nella parrocchia e ha necessità che parroco e preti della parrocchia la conoscano e l’apprezzino. Nella nostra parrocchia ho avuto invece la sensazione che l’Azione Cattolica fosse considerata come una cosa del passato, superata, e non l’ambiente culturale in cui è stata progettata la nuova democrazia italiana e che ha promosso gli ideali dell’ultimo Concilio sia durante la sua celebrazione che successivamente. Ciò che mi è parso non si condividesse nell’impostazione dell’Azione Cattolica  era l’apertura fiduciosa verso la società del nostro tempo, ed anche l’impegno creativo ed autonomo dei laici di fede, secondo le indicazioni conciliari. Nell’ideologia neocatecumenale, invece, mi pare che si pensi sempre di essere circondati da un mondo ostile, pagano, e che la virtù principale del credente sia l’obbedienza. Ma obbedienza  a chi? Al Signore sono sempre disposto a ubbidire, ad altri devo pensarci un po’ su. In particolare se a pretendere obbedienza sono i neocatecumenali della parrocchia, preti e non, in base alla particolare loro ideologia religiosa. E poi, amici neocatecumenali, no, l’obbedienza per me non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni,  come scrisse Lorenzo Milani tanti anni fa. Il ragionamento che fece per giungere a quella conclusione è disponibile sul Web. Leggetelo e poi, se volete, ne riparleremo.
3.  Ora il vescovo ci esorta ad essere Chiesa in uscita. E quando scrive di uscire, non intende una qualche sortita per strillare nei megafoni il nostro annuncio per poi rientrare nel fortino religioso che ci siamo costruiti. Intende di costruire relazioni, secondo lo stile evangelico. Questo comporta il dialogo e lo sforzo di superare ciò che, oggi, ci separa dagli altri, per conoscerli, e poi per conoscerli meglio, e, conoscendoli, per capire il senso delle loro vite e coglierne le esigenze religiose, che sono proprie di ogni essere umano, senza distinzione.
  Scrive il Papa nella Gioia  del Vangelo:
88. L’ideale cristiano inviterà a superare il sospetto, la sfiducia permanente, la paura di esseri invasi, gli atteggiamenti difensivi che il mondo attuale ci impone. Molti tentano di fuggire dagli altri verso un comodo privato, o verso il circolo ristretto dei più intimi, e rinunciano alla dimensione sociale del Vangelo.
[…]
…il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo.
  A volte mi pare che la via che si segue in parrocchia sia invece del tutto indifferente al contesto sociale in cui si abita. Molti che la frequentano in effetti non vivono nel quartiere. Si è qui come si potrebbe essere nella mia antica parrocchia bolognese di San Giuseppe sposo, o in quella mia milanese dei Santi Nèreo e Achilleo, o in quella, che pure fu mia, di San Pietro Apostolo, a Giulianova. Questo non va bene. Significa non essere sensibili alle gioie, alle speranze, alle tristezze e alle angosce della nostra gente, come invece fummo esortati a essere dai saggi dell’ultimo Concilio. Sembra che ci importi poco della sua vita: non dobbiamo meravigliarci, poi, se siamo ricambiati, se la gente ci rimane estranea. In parrocchia mi pare che in passato ci si sia concentrati su una vita collettiva in piccoli gruppi molto coesi nei quali  era confinata tutta  l’esperienza di fede, e poi nella famiglia, nella cura dei figli, che si vogliono molto numerosi ritenendo addirittura peccaminosa l’idea di genitorialità responsabile. Si pensa di potere espandere questo modo di vivere la fede a tutto il mondo. E quelli che non lo sopportano? Non mi pare che ci si accori molto per loro. Pagani. Quando toccheranno il fondo, torneranno, si pensa. Ma non tornano. E allora si compensa con un fenomeno di immigrazione religiosa. Viene in parrocchia gente da fuori.  Del resto la parrocchia non è  di chi ci vuol stare? No, la parrocchia è la casa di tutti, non solo della gente che ci vuol stare. Ma perché lo sia, e innanzi tutto lo diventi,  è necessario fare spazio  agli altri. Ecco, è proprio questo quello che serve in questo momento.
  Rimangano pure le comunità neocatecumenali, e continuino il loro cammino.
  Ma la gente nuova che viene in parrocchia deve trovare un’organizzazione che sia ben distinta da quella neocatecumenale, per ogni funzione della parrocchia, in ogni ambito di attività, tenendo anche  conto che non ogni esperienza di socialità di ispirazione religiosa deve essere inquadrata nel servizio catechetico, perché l’attività propria di un laico di fede nella società richiede anche un diverso tipo di lavoro, di approfondimento, di impegno.
 Questo significa non solo che le strutture parrocchiali non devono essere sostituite da quelle dei neocatecumenali o di altro movimento, ma che la loro direzione deve essere condotta con responsabilità sinodale, quindi non secondo l’ideologia o la spiritualità espressa da questo o quel gruppo.
4.  Quali sono le funzioni essenziali di una parrocchia?
 Può sembrare strano affermarlo, perché in fondo in passato siamo vissuti per lo spazio di una generazione  in una sorta di  parrocchia neocatecumenale in cui si è puntato tutto su un’attività catechistica estesa, ma la principale non è quella catechistica.
 La funzione fondamentale della parrocchia è quella di  rendere presente l’universale popolo di fede nell’unione con il suo beato fondamento soprannaturale. Nel gergo teologico si dice che questa realtà è di tipo eucaristico. Radunare il popolo di fede di una certa zona nell’Eucaristia è il lavoro fondamentale di una parrocchia. Naturalmente non possiamo pretendere di infilare contemporaneamente, fisicamente,  nella chiesa parrocchiale tutte le circa quindicimila persone di fede del quartiere, tutte battezzate, con una vita religiosa, gente che prega e spera come noi preghiamo e speriamo. Ma idealmente  dobbiamo proporci di farlo. Dobbiamo mantenere questa grande apertura.  Che significa anche organizzare questa possibilità di incontro, di consuetudine collettiva. Si tratta di organizzare un lavoro che  è quello di un’assemblea permanente. E l’etimologia del termine Chiesa ci indica che esso indicava originariamente proprio un’assemblea. La dimensione assembleare fu determinante per determinare il corso del Concilio Vaticano 2°, durante il quale si decise di cambiare tante cose in religione, e poi effettivamente cambiarono. Chiunque  dei fedeli del quartiere deve poter venire in parrocchia e sentirsi come a casa propria, anche senza dover appartenere ad alcun gruppo particolare, solo per il fatto di essere partecipe di quell’assemblea. Deve poter venire per pregare e partecipare alla liturgia, e c’è la chiesa parrocchiale, ma anche, ad esempio, per discutere con gli altri dei problemi della vita del quartiere che hanno anche rilevanza per la fede, come ad esempio, nell’ottica della Laudato si’,  della vivibilità ambientale,  e, in genere, di tutto ciò che rientra nella competenza del laico di fede nel suo lavoro in società. Ciò che c’è fuori degli spazi liturgici deve poter essere portato dentro  e discusso, per ricavare orientamenti condivisi, anche alla luce del magistero. Questo è precisamente lo stile che i saggi del Concilio vollero indurre nelle nostra collettività di fede.
  Scrisse mio zio professore Achille Ardigò, nel libro Toniolo: il primato della riforma sociale per ripartire dalla società civile, Cappelli, 1978, non più in commercio:
Nella visione … della «Gaudium et spes» che è quella di una Chiesa che «si sente realmente  e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia» (n.1) la distinzione dei compiti tra gerarchia e laici deve essere integrata dalle relazioni interpersonali nella comunità ecclesiale. E’ nella comunità di Chiesa locale che l’unità nell’essenziale e il pluralismo di partecipazioni politiche e sociali debbono convivere se non integrarsi nella tensione talora, mai nella dialettica profana, nella dialogicità spesso, che non esclude, anzi fa crescere  la funzione di guida e di autorità dottrinale e pastorale della gerarchia come la partecipazione all’ufficio sacerdotale, profetico e regale dei laici, nella Chiesa e nella storia.
[…]
 … la comunità di Chiesa locale, guidata dal Vescovo, [va] assunta come luogo di confronto  tra credenti, pure tra credenti  con scelte politiche diverse, per cercare insieme le vie essenziali di  impegno in cui la comunità di Chiesa opera, per l’evangelizzazione e la promozione umana.
[…]
 Perché è proprio dal far crescere la comunità di Chiesa locale, attorno al Vescovo, come luogo di riferimento e di confronto anche per fini storici di bene comune, che può nascere, lo sappiamo per esperienza, il superamento della più che secolare separazione tra gerarchia e laici, e cioè anche il crescere dello spazio ecclesiale proprio dei laici, spazio ecclesiale che, al limite, deve essere tanto maggiormente richiesto ed estero quanto  maggiore sarà la dispersione di opzioni politiche dei laici credenti”.
 Per gli obiettivi che ci si propone di raggiungere nell’azione propria dei laici, i quali costituiscono la grande maggioranza del popolo di fede, lavoro che richiede audacia e creatività,  come ricordato anche in diversi suoi documenti e interventi dal papa Francesco,

“Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, o stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Una individuazione di dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia. Esorto tutti  ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure. L’importante è non camminare da soli, contare sempre sui fratelli e specialmente sulla guida dei vescovi, in un saggio e realistico discernimento pastorale”  [esortazione apostolica La gioia del Vangelo, del papa Francesco, 2013]

 in definitiva una certa  autonomia, questa assemblea, che è presieduta dal parroco per mandato del vescovo, deve darsi anche un’organizzazione  democratica, perché è essa che consente a tutti  di parteciparvi dandovi il loro personale apporto nel rispetto della dignità di tutte le altre persone.  Senza questo lavoro non sarà possibile poi esprimere, nell’azione propria dei laici, ma anche della parrocchia come istituzione religiosa, tutte le azioni individuate dal pensiero sociale di fede e, in particolare, dalla dottrina sociale originata dal magistero. Un’insufficienza di questo tipo ha determinato, da noi, la sensazione di estraneità della parrocchia al quartiere.
 Tutte le altre articolazioni della parrocchia ruotano intorno a quella realtà di assemblea permanente e sono dirette a evocarne nella liturgia il fondamento soprannaturale, suscitarla, formarla, alimentarla anche culturalmente,  rafforzarla, sorreggerla nelle difficoltà della sua vita. Si tratta indicativamente  dei seguenti ambiti:
a) la catechesi:
-catechesi di primo livello, per l’infanzia, per l’accesso alla Prima Comunione;
-catechesi di secondo livello, per la Cresima,
-catecumenato in senso proprio, per ricevere da adulti il Battesimo;
-catechesi permanente, per giovani e adulti;
-catechesi matrimoniale;
-catechesi per la malattia grave;
-catechesi per l’età anziana,
b) la liturgia e i sacramenti;
c) attività di promozione vocazionale, per l’individuazione delle vocazioni e la formazione alla missione diaconale e  sacerdotale e alla vita religiosa;
d) esercizio della spiritualità, nelle varie forme correnti e/o da progettare;
e) attività varie caritative e di assistenza e promozione sociale;
f) attività per il miglioramento della qualità umana e ambientale della vita nel quartiere, secondo le indicazioni dell’enciclica Laudato si’, da svolgere in stretto collegamento con le altre realtà associative che operano nel medesimo ambito nel quartiere, in particolare con riferimento alla tutela dell’area verde del Pratone e all’abbellimento degli spazi collettivi di via Val Padana;
g) attività di formazione e tirocinio all’impegno politico nella società per ordinarla secondo Dio agendo nelle cose temporali, secondo le indicazioni dell’ultimo Concilio, confrontandosi sulle diverse opzioni alla luce degli insegnamenti del magistero;
h) attività di approfondimento culturale, religioso e non, per capire il tempo che si sta vivendo e individuarne i segni di evoluzione, quelli che i saggi dell'ultimo Concilio definirono evangelicamente i segni dei tempi
i) attività artistica nelle varie forme in cui può essere esercitata. La musica, il canto, in particolare corale, le arti figurative sono state storicamente molto importanti nell’inculturare tradizioni di fede in Italia;
l) le articolazioni dell’assemblea per età, condizione di vita, lavoro, altri interessi, ad esempio i gruppi giovanili, i gruppi per anziani, i gruppi per i malati gravi;
m) le attività sportive;
n) le attività di contatto con particolari realtà etniche di immigrati o di altre minoranze etniche, per produrne la piena inclusione nell’assemblea del popolo di fede;
o) le attività per instaurare e mantenere buone relazioni interreligiose (nel quartiere è insediato un centro islamico piuttosto frequentato).
 Ma si possono pensare altri settori di attività.
  Ogni articolazione deve sempre pensarsi come integrata nell’assemblea del popolo di fede delle Valli e deve lavorare in vista di essa. Nessuna di esse deve essere monopolizzata da un qualche gruppo particolare. Si lavora sotto la guida del vescovo, in unione di intenti e di azione con il popolo universale di fede.
  Il centro di tutte le attività deve vedersi nella domenica, il giorno santo del popolo di fede. E' in questo tempo che si cercherà di radunare la maggior parte del popolo negli spazi parrocchiali. Dobbiamo uscire dalla mentalità della chiesa delle stanzette  e delle Messe per pochi, ad accesso riservato, che potranno rimanere, se ritenuto compatibile con il lavoro della parrocchia e gli impegni prioritari dei sacerdoti, nell’ambito esclusivo neocatecumenale.  Nessun gruppo ha il diritto di monopolizzare i sacerdoti, risorsa sempre più scarsa e per questo sempre più preziosa. I sacerdoti della parrocchia hanno tanto da fare, specie in quest’epoca di rinnovamento: dobbiamo preservarli dallo sfinimento.
 In ogni cosa deve essere indotta la partecipazione di tutti, rispettandone le diversità.  La funzione dei dirigenti dovrà avere come scopo proprio quello di ordinare le attività in modo da consentirla al massimo grado, non quella di trasmettere a dei sottoposti delle disposizioni gerarchiche, che chi le riceve debba solo accettare ed eseguire, pena l’esclusione.
 Tutti devono sentire la missione di includere, nessuno, mai e poi mai, deve sentirsi autorizzato ad escludere. L’unico ministero che non deve essere attuato in parrocchia è quello, per così dire, “levitico”. Nessuno, mai e poi mai, si senta autorizzato a indicare la porta al dissenziente. Questa esperienza umiliante per chi la subisce deve essere in particolare risparmiata ai nostri giovani, i quali, una volta varcata in uscita quella porta, poi non ritornano più.
   Tutto questo che a cui mi sono riferito è  naturalmente da venire, da costruire.
    Abbiamo nuovi operai al lavoro. Il problema è che non bastano, loro da soli.
   Bisogna fare spazio a molta gente nuova, che poi collabori in ciò che c’è da fare. Richiamandola arriveranno anche le risorse per fare sugli edifici della parrocchia i lavori che servono. Innanzi tutto: mettere a norma il teatrino parrocchiale, in modo da riunirvi molta gente per attività sociali, in particolare per attività culturali.
  Per fare della parrocchia una realtà pluralistica c’è chi dovrà fare diversi passi indietro, stringersi un po’, rinunciare ad assorbire tutto ciò che si muove in parrocchia.
  Domenica prossima sarà tra noi il Cardinal Vicario. A lui compete di dare con autorità le direttive che servono. Questo è il momento in cui il nostro complicato, e per certi versi ingombrante e addirittura (di questi tempi) imbarazzante, apparato clericale può dimostrare di avere ancora una effettiva ragione d’essere.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli