domenica 27 settembre 2015

Sinodo parrocchiale?

Sinodo parrocchiale?

  Qualche giorno fa ho proposto l’idea di un sinodo parrocchiale. L’ho ripresa da esperienze di altre parrocchie italiane. Innanzi tutto da quella della mia parrocchia di origine, San Giuseppe Sposo a Bologna, ma anche da quelle fatte in altre città, che sono state descritte sul Web. La più antica che ho trovato risale al 1981.
 Il sinodo parrocchiale non è regolato dal diritto canonico come quello diocesano.  L’etimologia della parola sinodo, dal greco antico, richiama l’andare insieme per via. Sinodo significa sostanzialmente assemblea, però nelle pratiche delle nostre collettività religiose i due termini non sono proprio sinonimi. Il sinodo viene concepito come un riunirsi per un lavoro collettivo di una certa durata, più lunga di quella di una semplice adunanza. Le esperienze di sinodi parrocchiali di cui ho avuto notizia sono durate in genere un anno. Esse hanno coinvolto tutta la collettività parrocchiale, non solo gente nominata dai vari gruppi che operavano in parrocchia. Al termine dei lavori sinodali si  è fatta un’assemblea parrocchiale, in cui si è approvato un documento conclusivo. A volte si è anche svolta, in quella sede, l’elezione dei membri del consiglio pastorale (che comprende componenti elettivi ed altri designati dal parroco).
  I sinodi parrocchiali vedono la partecipazione largamente maggioritaria dei laici.  Nel sinodo diocesano la presenza del clero e dei religiosi è invece molto più rilevante.
  Di solito, quando si parla di sinodo si pensa a quello dei vescovi, quindi ad un incontro tra capi religiosi tutti appartenenti al clero. Nel sinodo diocesano, in cui sono presenti anche laici, partecipano in larga maggioranza dei rappresentanti di istituzioni o gruppi presenti nella diocesi, oltre al vescovo, ai suoi ausiliari e ad altri membri di diritto. Al sinodo parrocchiale, nella prassi che ho visto attuata, sono chiamati a partecipare tutti i parrocchiani.  E’ così un modo per fare un esame di coscienza collettivo molte esteso e coinvolgente e per fare dei progetti per il futuro come parrocchia. Può essere un’occasione per riprendere a dialogare al di là dei gruppi particolari, specializzati, in cui ci si aggrega per particolari esigenze di fede.  Nel caso della nostra parrocchia, dovrebbe andare molto oltre questo: dovrebbe servire a riallacciare rapporti con la gente di fede del quartiere. Non dovrebbe, quindi, essere cosa solo rivolta a coloro che sono oggi più assidui in parrocchia. L’invito dovrebbe essere esteso a molti altri che si tengono distanti. Bisognerebbe fare uno sforzo per raggiungerli. Questo dovrebbe essere uno degli obiettivi del sinodo parrocchiale.
  Si dovrebbero individuare dei temi da discutere e programmare un lavoro in diverse commissioni o gruppi di lavoro. Periodicamente bisognerebbe avere incontri plenari per valutare il corso dei lavori. Questo lavoro dovrebbe comprendere anche un percorso di formazione, in particolare nel campo di ciò che compete ai laici. Non dobbiamo dare per scontato che si abbia subito un’idea di come procedere. E’ una cosa nuova da noi. In particolare bisogna infondere lo spirito sinodale. Di che si tratta? Ci si deve proporre di volersi bene e di rimanere insieme comunque vadano le cose, di fare spazio a tutti, anche se, ad un certo punto, si dovranno fare delle scelte. Coloro che rimarranno in minoranza non dovranno mai essere degli esclusi. Si procederà sempre tutti insieme. E’ qualcosa che, ad esempio, differisce dai costumi della politica. Ma una collettività parrocchiale non è una comunità politica, anche se una parte del lavoro di un laico di fede è di occuparsi anche di politica e, innanzi tutto, di capire come va il mondo, realisticamente. Ciò deve fare anche in parrocchia, perché la fede deve avere una rilevanza nel mondo ed è compito principalmente del laico religioso lavorare perché la abbia. Un laico di fede che non capisce nulla di politica e di come va la società del suo tempo, e che addirittura non ne vuole sapere nulla, non fa quello che ci si aspetta da lui in religione.
  Spesso si tende a clericalizzare i laici più assidui nelle parrocchie, per rimediare alla carenza di sacerdoti. A Roma è un problema che si avverte di meno, perché sono di passaggio preti da tutto il mondo per studiare e allora li si impiega anche nelle parrocchie. Per capire la rilevanza del problema bisogna considerare il numero di sacerdoti italiani che lavorano in parrocchia. Da noi è uno su cinque. E la situazione è analoga nelle parrocchie vicine. Un prete straniero soddisfa i bisogni liturgici, ma difficilmente sa catalizzare l’attività laicale nel lavoro che le è proprio nella società, e questo perché di solito una persona che viene da un’altra storia e da un’altra cultura non conosce bene quelle nostre, che sono  veramente particolari e questo con particolare riferimento proprio allo sviluppo dell’azione laicale. Quest’ultima ha avuto, in Italia, un’importanza rilevantissima nella costruzione dello stato e nel conciliare vita religiosa e istituzioni in un ambiente sociale caratterizzato storicamente, e spesso condizionato pesantemente, dalla presenza del papato.
  Un laico non fa il suo dovere religioso se si limita a clericalizzarsi. Occorre costruire una cultura religiosa e sociale del laico di fede:  serve una formazione specifica, che, dove si dispongono di forze sufficienti, può anche essere autoformazione. La presenza di tante università religiose fa di Roma un luogo estremamente favorevole per questo lavoro, solo che si vogliano sfruttare le opportunità che si hanno a disposizione. Noi abbiamo a due passi la Pontificia Università Salesiana. A San Clemente papa noi non lo abbiamo fatto. Abbiamo puntato su altro. E abbiamo sbagliato.  Un sinodo parrocchiale potrebbe essere l’occasione per rimediare.


Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli