domenica 14 giugno 2015

Il dovere costituzionale di contrastare la discriminazione di genere


Il dovere costituzionale di contrastare la discriminazione di genere 

Dalla Costituzione della Repubblica Italiana:
art.3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla leggesenza distinzione di sessodi razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
 È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli  di ordine economico e socialeche limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.



Dalle Linee di orientamento per azioni di prevenzione  e di contrasto del bullismo e del cyberbulllismo, del Ministro dell’Istruzione - aprile 2015


 “Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca è impegnato da anni sul fronte della prevenzione del fenomeno del bullismo e, più in generale, di ogni forma di violenza, e ha messo a disposizione delle scuole varie risorse per contrastare questo fenomeno ma soprattutto ha attivato strategie di intervento utili ad arginare comportamenti a rischio determinati, in molti casi, da condizioni di disagio sociale non ascrivibili al solo contesto educativo scolastico.
[…]
 Gli atti di bullismo e di cyberbullismo si configurano sempre di più come l’espressione di scarsa tolleranza e della non accettazione verso chi è diverso per etnia, per religione, per caratteristiche psico-fisiche, per genere, per identità di genere, per orientamento sessuale e per particolari realtà familiari: vittime del bullismo sono sempre più spesso, infatti, adolescenti su cui gravano stereotipi che scaturiscono da pregiudizi discriminatori. E’ nella disinformazione e nel pregiudizio che si annidano fenomeni di devianza giovanile che possono scaturire in violenza generica o in più strutturate azioni di bullismo.

[…]
 Interventi mirati vanno, dunque, attuati da un lato sui compagni più sensibili per renderli consapevoli da aver in classe un soggetto particolarmente vulnerabile e bisognoso di protezione; dall’altro sugli insegnanti affinché acquisiscano consapevolezza di questa situazione come di altre “diversità”.
 Il considerare, per esempio, “diverso” un compagno di classe perché ha un orientamento sessuale o un’identità di genere reale o percepita differente dalla propria poggia le sue basi sulla disinformazione e su pregiudizi molto diffusi che possono portare a non comprendere la gravità dei casi, a sottostimare gli eventi e a manifestare maggiore preoccupazione per l’orientamento della vittima che per l’episodio di violenza in sé. Nel caso specifico, infatti, la vittima del bullismo omofobico molto spesso si rifugia nell’isolamento non avendo adulti di riferimento che possano comprendere la condizione oggetto dell’offesa.
 A tal proposito, Scuola e Famiglia possono essere determinanti nella diffusione di un atteggiamento mentale e culturale che consideri la diversità come una ricchezza e che educhi all’accettazione, alla consapevolezza dell’altro, al senso della comunità e della responsabilità collettiva. Occorre, pertanto, valorizzare i Patto di corresponsabilità educativa previsto dallo Statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria: la scuola è chiamata ad adottare misure atte a prevenire e contrastare ogni forma di violenza e di prevaricazione; la famiglia è chiamata a collaborare, non solo educando i propri figli ma anche vigilando sui loro comportamenti.
 Per definire una strategia ottimale di prevenzione e di contrasto, le esperienze acquisite e le conoscenze prodotte vanno contestualizzate alla luce dei cambiamenti che hanno profondamente modificato le società sul piano etico, sociale e culturale e ciò comporta una valutazione ponderata delle procedure da adottare per riadattarle in ragione di nuove variabili, assicurandone in tal modo l’efficacia.”

  Ho trascritto l’articolo della Costituzione e i brani del documento del Ministro dell’Istruzione di cui sopra come contributo al dibattito aperto dall’annuncio, fatto oggi durante la Messa domenicale, della manifestazione di sabato 20 giugno indetta a Roma dal Comitato Difendiamo i nostri figli, alla quale partecipano diverse aggregazioni cattoliche italiane e alla quale anche noi parrocchiani siamo stati invitati a partecipare dall’amico laico che ce l’ha presentata con toni accorati.
 Io non parteciperò, perché il mio punto di vista coincide con quello del Ministro dell’Istruzione nel documento che ho sopra riportato, che è espressione di un’azione positiva antidiscriminatoria richiesta dalla Costituzione vigente alle autorità pubbliche.
 Nel giro di tre decenni sono intervenuti mutamenti culturali molto rilevanti nella società italiana, in particolare nel campo di come viene considerata e trattata in società la vita delle persone omosessuali. La scuola fa semplicemente il suo dovere di integrazione sociale svolgendo un’azione educativa in questo campo, perché i nostri figli non crescano disadattati e incapaci di affrontare le nuove realtà, a rischio addirittura, raggiunta a quattordici anni l’età dell’imputabilità penale, di commettere atti che, un tempo non lontano tollerati o addirittura ammessi, oggi sono reati, puramente e semplicemente.
  Concludo dicendo che, no, amici del comitato Difendiamo i nostri figli,  non mi sento minacciato, io con la mia famiglia, dalle varie identità sessuali altrui che esprimano amore, puro e sincero amore, nei tanti modi in cui un essere umano può esprimerlo, e che desiderino anche che il loro amore sia riconosciuto in società. Certo, sono un bambino degli anni Sessanta, quando certe cose venivano considerate perverse, morbose o peccaminose, e non nascondo certe difficoltà psicologiche che derivano, lo segnalo con forza, dall’educazione ricevuta da bimbo. Ma, in coscienza, io capisco di dovermi ricredere, di dover ripudiare certe discriminazioni che ora abbiamo capito ingiuste e fonte di grande dolore per le persone che le subivano. Come conciliare la nuova realtà con concezioni religiose che hanno radici nell’antichità, in tempi che a volte ci sembrano molto vicini sotto molti aspetti, ma anche tanto lontani in tanti altri? Questo è un lavoro da teologi e io non lo sono. Constato che anche nel magistero ci si sta però riflettendo sopra; gli insegnamenti che ci vengono non sono più quelli della mia infanzia. Vedremo. Ascolteremo. Ma sul tema delle discriminazioni di genere io sento in coscienza di dover stare dalla parte della Costituzione, dell’Unione Europea, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dell’ONU.


Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli, sotto la sua esclusiva e personale responsabilità di credente e di cittadino della Repubblica.