Il dovere costituzionale di contrastare la discriminazione di genere
Dalla Costituzione della Repubblica
Italiana:
art.3. Tutti i cittadini
hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla
legge, senza distinzione di sesso, di razza, di
lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica
rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che
limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini,
impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva
partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e
sociale del Paese.
Dalle
Linee di orientamento per azioni di
prevenzione e di contrasto del bullismo
e del cyberbulllismo, del Ministro dell’Istruzione - aprile 2015
“Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università
e della Ricerca è impegnato da anni sul fronte della prevenzione del fenomeno
del bullismo e, più in generale, di ogni forma di violenza, e ha messo a
disposizione delle scuole varie risorse per contrastare questo fenomeno ma
soprattutto ha attivato strategie di intervento utili ad arginare comportamenti
a rischio determinati, in molti casi, da condizioni di disagio sociale non
ascrivibili al solo contesto educativo scolastico.
[…]
Gli atti di bullismo e di cyberbullismo si
configurano sempre di più come l’espressione di scarsa tolleranza e della non
accettazione verso chi è diverso per etnia, per religione, per caratteristiche
psico-fisiche, per genere, per identità di genere, per orientamento sessuale e
per particolari realtà familiari: vittime del bullismo sono sempre più spesso,
infatti, adolescenti su cui gravano stereotipi che scaturiscono da pregiudizi
discriminatori. E’ nella disinformazione e nel pregiudizio che si annidano
fenomeni di devianza giovanile che possono scaturire in violenza generica o in
più strutturate azioni di bullismo.
[…]
Interventi mirati vanno, dunque, attuati da un
lato sui compagni più sensibili per renderli consapevoli da aver in classe un
soggetto particolarmente vulnerabile e bisognoso di protezione; dall’altro
sugli insegnanti affinché acquisiscano consapevolezza di questa situazione come
di altre “diversità”.
Il considerare, per esempio, “diverso” un
compagno di classe perché ha un orientamento sessuale o un’identità di genere
reale o percepita differente dalla propria poggia le sue basi sulla disinformazione
e su pregiudizi molto diffusi che possono portare a non comprendere la gravità
dei casi, a sottostimare gli eventi e a manifestare maggiore preoccupazione per
l’orientamento della vittima che per l’episodio di violenza in sé. Nel caso
specifico, infatti, la vittima del bullismo omofobico molto spesso si rifugia
nell’isolamento non avendo adulti di riferimento che possano comprendere la
condizione oggetto dell’offesa.
A tal proposito, Scuola e Famiglia possono
essere determinanti nella diffusione di un atteggiamento mentale e culturale
che consideri la diversità come una ricchezza e che educhi all’accettazione,
alla consapevolezza dell’altro, al senso della comunità e della responsabilità
collettiva. Occorre, pertanto, valorizzare i Patto di corresponsabilità
educativa previsto dallo Statuto delle studentesse e degli studenti della
scuola secondaria: la scuola è chiamata ad adottare misure atte a prevenire e
contrastare ogni forma di violenza e di prevaricazione; la famiglia è chiamata
a collaborare, non solo educando i propri figli ma anche vigilando sui loro
comportamenti.
Per definire una strategia ottimale di
prevenzione e di contrasto, le esperienze acquisite e le conoscenze prodotte
vanno contestualizzate alla luce dei cambiamenti che hanno profondamente
modificato le società sul piano etico, sociale e culturale e ciò comporta una
valutazione ponderata delle procedure da adottare per riadattarle in ragione di
nuove variabili, assicurandone in tal modo l’efficacia.”
Ho trascritto l’articolo della Costituzione e
i brani del documento del Ministro dell’Istruzione di cui sopra come contributo
al dibattito aperto dall’annuncio, fatto
oggi durante la Messa domenicale, della manifestazione di sabato 20 giugno
indetta a Roma dal Comitato Difendiamo i
nostri figli, alla quale partecipano diverse aggregazioni cattoliche
italiane e alla quale anche noi parrocchiani siamo stati invitati a partecipare
dall’amico laico che ce l’ha presentata con toni accorati.
Io non parteciperò, perché il mio punto di vista
coincide con quello del Ministro dell’Istruzione nel documento che ho
sopra riportato, che è espressione di un’azione positiva antidiscriminatoria
richiesta dalla Costituzione vigente alle autorità pubbliche.
Nel giro di tre decenni sono intervenuti
mutamenti culturali molto rilevanti nella società italiana, in particolare nel
campo di come viene considerata e trattata in società la vita delle persone
omosessuali. La scuola fa semplicemente il suo dovere di integrazione sociale
svolgendo un’azione educativa in questo campo, perché i nostri figli non
crescano disadattati e incapaci di affrontare le nuove realtà, a rischio
addirittura, raggiunta a quattordici anni l’età dell’imputabilità penale, di
commettere atti che, un tempo non lontano tollerati o addirittura ammessi, oggi
sono reati, puramente e semplicemente.
Concludo dicendo che, no, amici del comitato Difendiamo i nostri figli, non mi sento minacciato, io con la mia famiglia, dalle varie identità
sessuali altrui che esprimano amore, puro e sincero amore, nei tanti modi in
cui un essere umano può esprimerlo, e che desiderino anche che il loro amore
sia riconosciuto in società. Certo, sono un bambino degli anni Sessanta, quando
certe cose venivano considerate perverse, morbose o peccaminose, e non nascondo certe
difficoltà psicologiche che derivano, lo segnalo con forza, dall’educazione ricevuta da bimbo. Ma,
in coscienza, io capisco di dovermi ricredere, di dover ripudiare certe
discriminazioni che ora abbiamo capito ingiuste e fonte di grande dolore per le
persone che le subivano. Come conciliare la nuova realtà con concezioni
religiose che hanno radici nell’antichità, in tempi che a volte ci sembrano
molto vicini sotto molti aspetti, ma anche tanto lontani in tanti altri? Questo
è un lavoro da teologi e io non lo sono. Constato che anche nel magistero ci si
sta però riflettendo sopra; gli insegnamenti che ci vengono non sono più quelli
della mia infanzia. Vedremo. Ascolteremo. Ma sul tema delle discriminazioni di
genere io sento in coscienza di dover stare dalla parte della Costituzione,
dell’Unione Europea, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dell’ONU.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli, sotto
la sua esclusiva e personale responsabilità di credente e di cittadino della
Repubblica.