giovedì 4 giugno 2015

Fedeli laici di fronte alle sfide della storia

Fedeli laici di fronte alle sfide della storia

La Guardia svizzera ad uno dei varchi in Vaticano


 I fedeli laici hanno avuto un ruolo molto importante nella costruzione della nuova Europa, una realtà sociale che non ha precedenti nella storia umana e che sta attirando popoli da tutto il mondo realizzando in tal modo un esperimento di umanità veramente unico. E’ questa la vera natura di un fenomeno sociale immane in cui mentalità meschine riescono a vedere solo un’invasione di alieni. E’, insieme, una ardua sfida culturale, nel senso che essa mette alla prova i principi sulla base dei quali siamo riusciti a costruire un’integrazione pacifica di un continente travagliato per tre millenni da conflitti bellici sempre più letali, spingendoci verso una nuova civiltà, verso più vaste inclusioni di umanità. Ma proprio in questo momento critico è venuto a mancare l’apporto di quel pensiero sociale di ispirazione religiosa dal quale, negli anni 30 del secolo scorso, nel mezzo della furia fatale dei nazionalismi contrapposti, scaturì il progetto di ciò che ai tempi nostri stiamo vivendo. Quel pensiero sociale si è inaridito quando se ne è voluta fare una dottrina, strappandolo dalle mani dei laici da cui era originato per riservarlo a quelle della gerarchia del  clero, per ragioni di ortodossia. Contemporaneamente è stato congelato, ma forse bisognerebbe dire che addirittura è regredito, il processo di attuazione della primaria responsabilità dei fedeli laici nel lavoro di costruzione di una civiltà animata da principi di fede che era stato, all’inizio degli anni Sessanta, uno dei temi principali del Concilio Vaticano 2°.
 Come c’entra tutto questo con quello che c’è da fare in una parrocchia come la nostra, oggi? C’entra perché è proprio dal ricreare le condizioni di una presenza feconda dei fedeli laici in chiesa e nelle sue pertinenze che bisogna ripartire. E quando parlo di fecondità, non intendo seguire l’orientamento di chi ci vuole essenzialmente, al modo delle greggi nella pastorizia, riproduttori naturali di nuovi fedeli, secondo la via dell’espansione del gregge  per via di generazione naturale proposta  dal neo-tribalismo religioso; strategia in fondo neo-darwiniana, prevalere con la forza del numero di una discendenza naturale, che comprende anche un ruolo paterno autoritario per coartare le nuove generazioni verso la  medesima ideologia e prassi dei genitori. Voglio invece riferirmi alla fecondità culturale di chi, in un lavoro comune e cercando di coinvolgere più gente possibile, cerca di interpretare realisticamente il senso di ciò che accade e si sforza di indirizzare la storia, agendo sulle leve della cultura, dell’economia, della politica, della società in genere, verso quell’agàpe, coesistenza pacifica di moltitudini libere dal bisogno, prefigurata dalla fede religiosa. La soluzione puntuale non è già data, non si trova nelle scritture sacre, nei catechismi, e neppure nella strabordante produzione del nostro magistero religioso, ma va ricercata e sperimentata nella nostra storia particolare sulla base dei principi che abbiamo ricevuto dalla tradizione di fede. Bisogna rendersi conto che, in tutti i sensi, stiamo vivendo tempi mai vissuti prima.
 Non dobbiamo pensare di venire in parrocchia e di trovare persone in grado di dirci che cosa fare in dettaglio nella e della nostra vita, in particolare in quegli aspetti in cui è primaria la nostra responsabilità di laici. Né dobbiamo accettare che qualcuno si arroghi l’autorità di imporcelo, o ritenere di poterci liberare la coscienza, e nello stesso tempo dalla fatica di un lavoro tutto nostro, cedendo la nostra libertà ad altri. Di tutto si può discutere insieme, ma nessuno può tagliare il discorso pretendendo di dettarci d’autorità, a pena di scomunica, come essere maschio o femmina, madre o padre, figlia o figlio, cittadino o cittadina, quanti figli avere, quali libri leggere e quali non leggere, quali partiti votare, e via dicendo. La via della fede è feconda se è strada verso la libertà, perché è scritto che la verità, se effettivamente è tale, rende liberi. La libertà è un dovere, oltre che un diritto. E innanzi tutto dobbiamo liberarci, credo, di un atteggiamento religioso che ci ostacola nel lavoro proprio dei laici di capire realisticamente la società in cui siamo immersi per discernere il bene che c’è.   Del bene c’è, sicuramente. Se noi ci consideriamo una cittadella del bene assediata dalle forze del male, come taluni propongono, in una tragica visione delle cose in cui fuori  c'è solo male, la battaglia per la nuova civiltà è già persa.
  Nessuno deve essere costretto, entrando in parrocchia, a ripudiare tutto ciò che egli è in società e ad accettare di farsi ricostruire  da altri, anche animati dalle migliori intenzioni. E la direzione spirituale, specialmente quella per così dire fai da te, di formatori di complemento, non deve mai degenerare in tirannia spirituale e, in particolare, far leva sulla minaccia dell’esclusione sociale come sanzione dell’indocilità.
 Accennando a certi problemi non ho lavorato di fantasia. Ho presentato cose che ho visto, in cui mi sono imbattuto, nella mia esperienza di fedele, a modi di essere collettività religiosa realmente esistenti e che vanno corretti se vogliamo iniziare un nuovo corso, dopo aver preso coscienza dei problemi che abbiamo con la gente intorno a noi, innanzi tutto con le stesse persone della nostra fede.
 Una delle più eclatanti manifestazioni della nostra nuova Europa è stata l’abolizione delle dogane tra gli stati. E proprio alla necessità di esonerare i doganieri alle porte delle nostre chiese si è riferito il nostro vescovo nei suoi primi interventi pubblici. Certo, dobbiamo essere Chiesa in uscita, ma, insomma, un primo passo in quella direzione può essere quello di abbattere le mura ideologiche che abbiamo costruito intorno alle nostre cittadelle religiose. Poi però, quando si va nei pressi del micro-stato in cui si è arroccato il nostro vertice religioso supremo, di mura e di guardie se ne vedono, alle frontiere. Ma non sono i variopinti e cortesi soldatoni elvetici, amati dai turisti di tutto il mondo, a creare problema, innocui (ai tempi nostri) come lo possono essere i personaggi di Topolino e Pippo a Disneyland. Sono altri i doganieri che dobbiamo finalmente esonerare, secondo le sollecitazioni che ci vengono dall'alto.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli