4.Laudato si’. Scelte obbligate
204. La situazione attuale
del mondo « provoca un senso di precarietà e di insicurezza, che a sua volta
favorisce forme di egoismo collettivo » [Giovanni Paolo II, Messaggio per la
Giornata Mondiale della Pace 1990]. Quando le persone diventano
autoreferenziali e si isolano nella loro coscienza, accrescono la propria
avidità. Più il cuore della persona è vuoto, più ha bisogno di oggetti da
comprare, possedere e consumare. In tale contesto non sembra possibile che
qualcuno accetti che la realtà gli ponga un limite. In questo orizzonte non
esiste nemmeno un vero bene comune. Se tale è il tipo di soggetto che tende a
predominare in una società, le norme saranno rispettate solo nella misura in
cui non contraddicano le proprie necessità. Perciò non pensiamo solo alla
possibilità di terribili fenomeni climatici o grandi disastri naturali, ma anche a catastrofi
derivate da crisi sociali, perché l’ossessione per uno stile di vita
consumistico, soprattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà
provocare soltanto violenza e distruzione reciproca.
Le argomentazioni svolte nell’enciclica Laudato si’ per sostenere l’esigenza di
una conversione sociale ecologica si
distaccano marcatamente da quelle che solitamente sono state esposte nel precedente
magistero sociale.
Esse infatti non partono da un’esigenza di
natura etica su base scritturistica, dalla quale poi derivi la predica sociale,
ma da una considerazione realistica
delle dinamiche sociali contemporanee e del loro influsso sul deterioramento
dell’ambiente abitato dagli esseri umani. Il mondo è dinanzi alla prospettiva
di una catastrofe umanitaria, determinata da una cattiva organizzazione sociale
su scala globale e da stili di vita personali le cui ricadute sull’ambiente
sono insostenibili. Si è pertanto dinanzi alla necessità di scelte collettive importanti. Si può decidere di
seguire la via della violenza e della distruzione reciproca, che è poi quella
bestiale praticata nella natura dagli altri viventi, o quella della fraternità
universale, che ci può consentire di sostenere pacificamente una popolazione
umana enormemente aumentata in numero e potenza, e quindi in impatto sull’ambiente, mantenendo
anche un certo livello di felicità personale e sociale. Attualmente è ancora
praticata la prima via, con qualche temperamento, quelle vie di mezzo alle quali nell’enciclica
non si dà molto credito. L’economia moderna, e ancor più la finanza, ritiene quella della della lotta di tutti contro tutti
una condizione naturale dell’umanità,
dalla quale stima sia però sia anche derivato, magicamente secondo la critica formulata nell'enciclica, un aumento del livello di
benessere collettivo, su scala globale. La selezione
e soppressione delle organizzazioni produttive peggiori ha, in questa
visione, migliorato la qualità della produzione, nell’interesse di tutti. In
realtà alcuni osservano che questo
processo sta conducendo anche nelle economie più forti, quelle Occidentali,
verso condizioni di lavoro al ribasso, che nelle economie più deboli tengono
sostanzialmente in condizione di schiavitù numerose fasce di popolazione. Una
situazione che si è presentata anche nella seconda metà dell’Ottocento, al
tempo della seconda rivoluzione industriale, con la differenza che, a quell’epoca,
l’emergere del sindacalismo e del socialismo comportò un contrappeso sociale,
per cui le asprezze del regime dell’economia basata sul libero
scontro delle forze umane impegnate nella produzione vennero temperate con
misure statali di legislazione sociale, mentre ai tempi nostri ciò non sembra
più avvenire. Insomma, le crisi sociali
sembrano risolversi in genere a scapito dei più e a vantaggio di un ceto di
privilegiati sempre più ricchi, le cui fortune, per i meccanismi della finanza
globalizzata, che consentono di spostare rapidamente la ricchezza finanziaria
dall’economia di base a casseforti giuridiche bene al sicuro, non subiscono i
contraccolpi delle crisi economiche. Infatti, paradossalmente, i rendimenti dei
capitali finanziari sono risultati sempre molto alti, pur durante la fase
recessiva globale iniziata nel 2008. Queste fortune dei più ricchi sono in
grado quindi di preservarsi e di aumentare sempre più, mentre il potere di
acquisto, e quindi di procurarsi benessere, delle masse diminuisce
costantemente. Come si osserva nell’encliclica, sulla scorta di una visione delle
dinamiche economiche proposta da parte degli studiosi contemporanei, la crisi
economica è stata pagata più duramente da coloro che sono meno ricchi in
società, e ciò per permettere un rifinanziamento delle banche che a sua volta
potesse consentire un più facile accesso al credito industriale da parte di chi
aveva risentito meno della crisi. Queste misure non hanno poi influito sulla
ripresa dell’occupazione e, anzi, alcuni studiosi hanno previsto da tempo che,
se si inizierà a uscire dalla fase recessiva, si tratterà di una ripresa jobless, vale a dire senza aumento dell’occupazione.
In questa situazione la parola d’ordine
lanciata dal sistema di marketing,
dai persuasori al consumo, è “si salvi
chi può!”. E infatti tutti i moniti sull’importanza di guardare anche al
bene comune vengono collegati ad un impoverimento personale, in particolare
alla situazione che si viveva nelle società del socialismo reale, che fu
rovesciato nel corso degli anni ’90 del secolo scorso in Europa orientale. Ecco
però che anche la nostra nuova Europa, basata su principi solidaristici, sul
senso del limite nell’interesse collettivo, sta entrando in
crisi. Ma un’umanità così numerosa come quella che vive oggi sul Pianeta
richiede organizzazioni capaci di governarne razionalmente la complessità. Un
mondo lasciato alle dinamiche bestiali dell’economia e della finanza senza
freni e senza regole, alla legge della
giungla (ma non quella virtuosa immaginata da Kipling nei suoi libri per
ragazzi) in cui ogni organizzazione privata non ha altro freno che quello di
analoghe organizzazioni con essa in competizione, salvo stringere effimeri
accordi tra organizzazioni simili per dividersi il dominio delle società, al modo delle società mafiose, è semplicemente
un ambiente sociale condannato dalla sua irrazionalità, senza futuro.
Custodire
significa anche governare. Prendersi cura significa anche dettare delle regole. Questo
significa fare politica.
In genere gli autori dei documenti del supremo
magistero sociale si rivolgevano solo ai
capi delle nazioni, per le questioni politiche. Facevano loro la morale, al
modo di cappellani di corte. Speravano che alla fine cedessero su qualche cosa e poi quello a cui
puntavano maggiormente era federarsi con loro. Non pensavano che qualcosa di
buono potesse venire dalle masse. Questo
dipendeva dalla loro antica diffidenza verso la democrazia, vista
aristocraticamente come il regno delle emozioni e pulsioni della bestia umana.
In genere pensavano la democrazia come un pericolo per i valori umani, non ritenevano che essa invece veicolasse veramente
propri, grandi, valori. La piena,
sebbene abbastanza strumentale, accettazione della democrazia da parte della
nostra gerarchia del clero risale sostanzialmente al 1991 (!), all’enciclica Centesimus Annus (=il Centenario) del papa Giovanni Paolo 2°, e
comunque essa venne solo di fronte al repentino crollo dei regimi socialisti
dell’Europa Orientale e all’esigenza di pensare rapidamente qualcosa con cui
sostituirli. Si prese quello che c’era
pronto, ma, in fondo, senza crederci veramente. E, insomma, vorrei sbagliarmi,
ma il regime che la nostra gerarchia ha visto storicamente con maggior favore
mi pare essere stato quello di Francisco Franco in Spagna, con cui la gerarchia
religiosa di quel paese si era di buon grado federata.
L’orientamento della prima enciclica di papa
Francesco va in altra direzione, anche se il discorso non è ancora pienamente
sviluppato. Del resto egli non è un capo politico, anche se la sua enciclica ha
una forte valenza politica. Si è
chiamati a un lavoro collettivo, ad una riforma sociale in senso dell’ecologia integrale secondo principi che
devono essere ancora sviluppati. E’ necessario un lavoro di approfondimento, un
impegno nella società, in particolare da parte nostra di laici a cui questo
lavoro primariamente compete.
Noi fedeli di solito veniamo chiamati periodicamente
a un lavoro di interdizione, a fare massa contro innovazioni sgradite alla
gerarchia. E questa è la politica che, almeno finora, si è aspettata da noi. E’ stato, mi pare di aver capito, anche il
senso della manifestazione di popolo di sabato scorso. In quel tipo di eventi
si produce anche un effetto interno alle nostre collettività religiose, ci si
conta e si pretende potere in base al risultato di massa ottenuto. I vescovi,
in queste dinamiche italiane, contano fino a un certo punto: si vuole fare
impressione innanzi tutto sul capo supremo, acquisirne il favore, la stima. E’
una cosa a cui siamo stati abituati, soprattutto negli ultimi quindici anni del
papato Wojtyla. Siamo stati papa-boys.
L’altro giorno, di fronte alla franca ammissione di questo intento da parte di
uno degli oratori convenuti in quella piazza, c’è chi lo ha detto sconveniente. Ma è convenuto per tanto tempo…
Adesso però siamo chiamati a qualcosa di diverso,
a un ruolo propositivo: capire la società e progettarne il cambiamento. Dobbiamo
darci da fare, pensare, studiare, discutere.
C’è tutta un’educazione da riscoprire, da far ripartire. Non sarà
facile, dopo tanti anni in cui non lo si è voluto fare, in cui si attendeva
passivamente l’imbeccata dall’alto, l’ultimo
strabordante, fluviale, documento normativo su ogni questione
controversa. E sarà ancora meno facile
in un ambiente parrocchiale come il nostro, fortemente deprivato del pluralismo
che ancora si nota in altre realtà vicine, ad esempio nella confinante
parrocchia degli Angeli Custodi, che io ho conosciuto meglio. In parrocchia
viviamo una sorta di monocultura centrata sull’interdizione, sull’idea di fare muro contro la società in cui siamo immersi, vista
come essenzialmente malvagia. Ci siamo sostanzialmente costituiti a protezione dell'ovile delle circa duecento persone della fraternità molto coesa e con stili di vita particolari che molti anni si è insediata tra noi, richiamando aderenti anche dai dintorni. Tutto ruota intorno ad essa e non hanno corso che le idee che da essa promanano. Possiamo ancora dire che la parrocchia sia la casa di tutti? In particolare delle diverse decine di migliaia di battezzati che abitano nel quartiere? Com'è che riscontriamo una crescente disaffezione verso la parrocchia da parte di questa gente, che non si riscontra nelle parrocchie dei dintorni ad orientamento più pluralistico? Ogni associazione, ogni movimento, ogni fraternità dovrebbe essere al servizio di un lavoro comune tra la gente del quartiere, in accordo con quello della Diocesi. Sempre più appare invece che le intere forze della parrocchia siano spese nel proteggere e sviluppare la fraternità particolare che l'abita, tanto da poter essere concepita più che altro come strumento di quest'ultima. Che però non esprime la cultura che servirebbe per dare corso alle proposte di impegno sociale dell'enciclica. In particolare la difficile arte del dialogo e della mediazione culturale.
Noi dell’Azione Cattolica indubbiamente siamo
ancora portatori di un altro tipo di cultura religiosa, più vicina all’ordine
di idee proposto nell’enciclica. La vivacità degli interventi svolti durante le
riunioni infrasettimanali del gruppo ha dimostrato che questo è un patrimonio
ideale che è rimasto costante di generazione in generazione, dai più anziani ai
più giovani.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
