martedì 7 aprile 2015

appunti di Mario Ardigò da una meditazione in preparazione alla Pasqua 2015 svolta nell’Università Gregoriana, il 28-3-15, per gli antichi membri del “Gruppo giovani” della parrocchia di San Saba 1981-1986, dal padre gesuita che li seguiva negli anni '80.

appunti di Mario Ardigò da una meditazione in preparazione alla Pasqua 2015 svolta all’Università Gregoriana, il 28-3-15, per gli antichi membri del “Gruppo giovani” della parrocchia di San Saba 1981-1986, dal padre gesuita che li seguiva negli anni '80. Il testo non è stato rivisto dall’autore e riflette la capacità di comprensione di chi lo ha ascoltato e trascritto in appunti.


1. La lettura evangelica della Messa della  prima domenica di Quaresima, tratta dal Vangelo di Marco (Mc 1,12-15), ci ha presentato un breve racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto.

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Domo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”.

 Nel brano si concentra l’attenzione sullo Spirito. Qual è la funzione dello Spirito? Genera, spinge alla libertà.
 La Quaresima  è un itinerario liberante.
 Le penitenze che si fanno in tempo di Quaresima hanno un significato, ma devono esser collegate allo Spirito di Dio che conduce alla libertà, al soffio dello Spirito verso la libertà (così il teologo Pierangelo Sequeri). Lo Spirito di Dio ci riscatta alla libertà, vuole figli, non servi. Lo Spirito vuole l’uomo libero.
 Gesù è la radice del nuovo popolo di Dio, nella sua umanità, verso la libertà, nel deserto [cita una riflessione del teologo Johann Baptist Metz sulle tentazioni di Gesù nel deserto].
 Gesù assume una umanità come la nostra, che viene vagliata nel deserto. Non  è una umanità mitico-magica: è vera umanità.
 Dio interviene nella storia umana attraverso l’umanità, che deve essere vagliata perché limitata.
 Come deserto il popolo di Dio incontrò i propri idoli, così anche Gesù incontrò quegli idoli dell’umanità. Si recupera così l’armonia perduta nel paradiso originario.
 Nel cammino verso la libertà si incontrano le nostre prigionie.
 C’è, ad esempio, l’idolo del potere, che può consister anche in un uso magico della religione.
 Un esempio di potere è quello che si affida al numero, al gruppo numeroso, a volte anche come forma di propaganda, per dimostrare il successo di una spiritualità o di una ideologia.
 In Quaresima il vento di libertà dello Spirito incontra i nostri legami e le nostre prigionie. Bisogna incontrare gli ostacoli che ognuno di noi porta dentro di sé.
 Nel cammino verso la libertà occorre dare il nome esatto alle cose e combattere le falsificazioni [cita il libro del gesuita Giovanni Ladiana, Se anche tutti, io no. La Chiesa e l’impegno per la giustizia, Laterza, 2015].

2. Nella Messa della seconda domenica di Quaresima è stato proclamato il brano del Vangelo di Marco con l’episodio della trasfigurazione (Mc 9,2-10)

 In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: “Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Occorre portare le coscienze alla consapevolezza e incontrare, oltre i propri limiti, il volto di Dio, come nella Trasfigurazione si poté cogliere il volto autentico di Dio.
 Dio non è una realtà occasionale.
  Nell’episodio evangelico della Trasfigurazione, Mosè rappresenta l’Alleanza, è colui che deve proporre le parole di Dio agli Israeliti, dopo averle ricevute nella solitudine dell’incontro con Dio.
 I profeti, impersonati da Elia,  rappresentano la tradizione che risveglia la coscienza degli Israeliti, perché non si acquieti nel ritualismo.
 In Gesù tutte queste realtà di realizzano, nel vero volto di Dio.
 Lo spirito di Dio è quello che ci spinge e che non ci fa arrestare a nessuna tappa. Ci vuole liberi in un rapporto liberante con Dio.
 Dopo Auschwitz è chiaro che la potenza degli uomini non è la potenza di Dio. Invece, ad esempio, nell’ideologia su base religiosa islamica dell’ISIS, lo Stato Islamico che sta espandendosi nella regione del Vicino Oriente Siria orientale e Iraq settentrionale, vi è l’immagini di una competizione tra dei, al mondo delle lotte di potere umane.
 Ci sono incrostazioni che vanno rimosse sotto l’azione dello Spirito. Occorre ripulire l’immagine di Dio da tutte queste incrostazioni. Ad esempio: Dio è il più grande, è vero, ma in che senso?

3.  Nella Messa della terza domenica di Quaresima ci  è stato proposto il brano evangelico, tratto dal Vangelo di Giovanni, della cacciata dei venditori dal Tempio (Gv 2,13-25).

 Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: “Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”. I suoi discepoli si ricordarono  che sta scritto: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?”. Rispose loro Gesù: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Gli dissero allora i Giudei: “Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”. Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

  A volte c’è un rapporto mercantile con Dio: facciamo il bene per ottenere da lui una retribuzione. E’ per questo che seguiamo le regole religiose.
 Perché abbiamo tanta paura di essere il liberi? A volte si preferisce la prigionia di regole che sono storicamente connotate alla  libertà.
  L’impostazione legale, l’osservanza delle regole per avere una retribuzione, dà sicurezza. Ma la securizzazione impedisce di vedere la libertà.
 Non tutti vogliono essere liberi. La libertà richiede un lavoro impegnativo. Allora nel deserto si sognano e si rimpiangono i vantaggi della schiavitù.
 Nel rapporto mercantile si cerca di convincere qualcuno promettendogli un premio. Ma Dio è una presenza avvolgente e rassicurante  [cita di Benedetto 16°, Il Dio di Gesù Cristo. Meditazioni sul Dio uno e trino, Queriana, 2011].
 Nella cacciata dei venditori dal Tempio si può vedere la condanna di Gesù di un rapporto mercantile, viziato, con Dio, per cui ci si attende un premio per aver agito bene, secondo le regole. Ma, come si insegna nella parabola del fariseo e il pubblicano, chi si comporta come il fariseo non torna giustificato.
 La libertà di Dio  è disturbante. Non ci rende giusti nel senso forense [cita gli esempi biblici di Abramo e di Giuseppe].  Giustizia è, in questa prospettiva,  agire secondo ciò che Dio si attende da noi.  Per opera di Dio, il giusto vivrà nella fede nonostante l’esperienza del limite.

4. Nella Messa della quarta domenica di Quaresima si è  proclamato il brano evangelico, tratto dal Vangelo di Giovanni (Gv 3,14-21), in cui Gesù insegna di non essere un giudice venuto per condannare il mondo, ma di essere venuto per salvarlo.

In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: “Come Gesù innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte da Dio.

 Nell’immagine biblica dell’Antico Testamento, citata da Gesù, del serpente infisso su un’asta e innalzato, in modo che chi lo guardava si salvasse, i Padri della Chiesa hanno visto l’immagine della morte che viene uccisa, infissa su un’asta: la morte della morte. E’ la logica di Gesù che sconfigge la morte. Quella invece del rispondere al male con il male non salva. E’ il martirio che salva, la vera vittoria, il pronunciare il nome di Gesù mentre si viene uccisi, come hanno fatto i prigionieri copti di bande libiche affiliate allo Stato islamico in Libia. La Chiesa copta ne ha celebrato il martirio con i colori della Pasqua, considerandoli santi, cioè persone appartenenti a Dio.  I copti, che conservano molto forte il senso cristiano delle origini, ci hanno così ricordato un’antica verità cristiana.

5. Nel brano evangelico letto nella Messa della quinta domenica di Quaresima, tratto dal Vangelo di Giovanni (Gv 12, 20-33), si è trattato dell’innalzamento di Gesù alla gloria.

 In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: “Signore, vogliamo vedere Gesù”. Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo Andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: “E’ venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome”. Venne una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!”. La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: “Un angelo gli ha parlato”. Disse Gesù: “Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

 Il concetto di gloria richiama l’idea di essere innalzato ad un luogo elevato, dove c’è un trono. Nella prospettiva dell’evangelista Giovanni l’innalzamento è la crocifissione, anche se non utilizza il termine “crocifissione”. Giovanni utilizza il concetto di glorificazione fin dal prologo del suo Vangelo. Nella glorificazione Dio ci apparirà senza ombra di opacità. Nella morte e resurrezione Gesù si ha la massima manifestazione di Dio, la sua glorificazione. La glorificazione, nella visione cristiana,  è preceduta da una discesa (mentre l’ascesi è concepita come una salita): il mondo non è da buttare.  E’ nel mondo che si gioca la realtà di Dio.
 Contro i pericoli dello spiritualismo, la manifestazione di Dio è nell’umanità di Dio. Proprio nella sconfitta umana, nella Croce, Dio ci libera: egli  è Padre, non giudice, non ci schiavizza.
 Nella parabola del Figliol prodigo, il figlio più piccolo ha un’immagine sbagliata del padre, centrata sul rapporto servo-padrone, finché, tornando, non incontra l’abbraccio del padre, che va verso di lui, prende l’iniziativa. E’ Dio che per primo riallaccia il dialogo.
 Anche nel figlio più grande della parabola, quello che è rimasto vicino al padre, c’è la medesima immagine sbagliata del padre, basata su un rapporto mercantile.
 A volte si preferisce una religione da schiavi invece che da figli. Anche nella Chiesa di oggi vi sono sacche di resistenza in cui la si concepisce in questo modo. Si preferisce lo schema in cui c’è chi comanda e chi obbedisce.
 Il Papa, ad esempio, è ancora giuridicamente un sovrano, ma questa è una contingenza storica.
  Paolo 6° benedisse la fine del potere temporale dei papi, perché gli aveva consentito di chiamare figli quelli che avrebbe chiamato sudditi.
 Il papa è innanzi tutto un pastore: tutte le altre immagini del papa sono falsificanti, anche se hanno potuto avere una loro necessità storica.
 Il compito del pastore è di confermare nella fede, che significa rendere nella fede.
 E i cardinali, come tutti gli altri organi della Santa sede, non hanno autorità propria, ma derivata, sono in sostanza da esperti al servizio del papa-pastore. Si dice infatti che essi sono creati dal papa.
 Anche nella Chiesa  è necessario disincrostare diverse immagini falsificanti.

6. In conclusione: siamo chiamati alla libertà. Ad essere liberi da e ad essere liberi per.
 L’unico signore è Gesù e noi siamo chiamati a mettere in gioco le nostre vite in una diaconia, in un servizio.
 Siamo chiamati alla libertà per vedere il volto di Dio.