Enzo Bianchi, “I 50 anni della messa in italiano”, La Stampa, 8-3-15, pag.1;25
“La
chiesa ha sacrificato tradizioni di secoli e soprattutto sacrifica l’unità di
linguaggio dei vari popoli, in omaggio a questa maggiore universalità, per
arrivare a tutti!”. Così Paolo VI all’Angelus di cinquant’anni fa spiegava il
significato della prima messa celebrata in italiano proprio in quel giorno, il
7 marzo 1965, prima domenica di Quaresima. Mancavano ancora 9 mesi alla
conclusione del concilio, eppure veniva offerto al popolo cristiano il frutto
già maturo della liturgia nella lingua parlata dalle diverse chiese locali.
“Una
sinfonia delle varie liturgie in tutte le lingue del mondo, unite in un’unica
liturgia”, come dirà vent’anni dopo Giovanni Paolo II nel presentare l’opera
immane dei santi Cirillo e Metodio che, per evangelizzare i popoli slavi
avevano non solo tradotto la Scrittura e i testi liturgici, ma inventato
perfino un nuovo alfabeto, il cirillico.
Sì, perché la questione della comprensione
della parola di Dio da parte dei fedeli non è smania di ammodernamento, ma
questione centrale nell’annuncio evanvelico fin dalla prima comunità di
Gerusalemme: è nel giorno di Pentecoste, infatti, a cinquanta giorni dalla
risurrezione di Gesù, che “parti, medi, elamiti e abitanti della Mesopotamia,
della Giudea, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto
e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, ebrei e
proseliti, cretesi e arabi” sentono gli apostoli “annunziare nelle loro lingue
le grandi opere di Dio” (Atti 2,9-11). E Origene, già nel III secolo aveva
applicato questa pluralità di lingue in cui era risuonata la parola di Dio alle
parola che a loro volta i credenti rivolgono a Dio nella liturgia: “I greci si
servono si servono di parole greche, i romani di parole latine, e così ciascuno
secondo la propria liturgia prega Dio e
lo celebra come può. E il Signore di
tutte le lingue ascolta quelli che pregano in ogni lingua, come se ascoltasse,
per così dire, una voce unica per quanto riguarda il significato, benché
espresso in lingue diverse”. Così, quando Cirillo a metà del IX secolo doette
difendere la propria scelta di tradurre la liturgia in slavone di fronte “ai
rappresentanti della cultura ecclesiastica” –strenui difensori del greco e del
latino come uniche lingue ammissibili nel culto cristiano- elencherà, quasi
sulla falsariga degli Atti degli apostoli, tutti i popoli che già possedevano
una liturgia scritta e celebrata nella propria lingua: “armeni, persiani,
abasgi, georgiani, sugdi, goti, avari, tirsi, khazari, arabi, copti, siriani…”.
Del resto la svolta conciliare del 1965 era stata preparata anche da sempre
più condivise acquisizioni storiche ed esegetiche: Gesù non solo non aveva mai
parlato né in greco né in latino, ma nemmeno in ebraico, essendo la sua lingua,
e quella dei suoi discepoli, l’aramaico. Era il concetto stesso di “lingua
sacra” a trovarsi ridimensionato: non dei suoi o delle parole arcane contengono
la voce di Dio, ma il vissuto di un uomo, Gesù di Nazaret, che passava pe le
strade di Galilea facendo il bene e narrando il volto autentico suo Padre, Dio.
Ma le preoccupazioni e la sollecitudine
pastorale dei vescovi al Vaticano II era volta innanzi tutto a rendere possibile
quella “attiva partecipazione” dei fedeli alla celebrazione della messa che il
primo documento conciliare, la Sacrosantum
Concilio, dedicata proprio alla liturgia, aveva auspicato: l’ignoranza del
latino da parte della quasi totalità dei cristiani, la sua ormai secolare
scomparsa come lingua parlata, infatti, aveva trasformato il “mistero
eucaristico” in una pratica misteriosa, affidata in esclusiva al celebrante,
mentre i cristiani presenti in chieda erano “come colonne” nella navata,
secondo l’acuta osservazione del Rosmini. Chi della mia generazione non ricorda
quelle messe con il prete che, spalle al popolo, ripeteva quasi tra sé e sé le
formule del messale, con il chierichetto attento a rispondere a memoria senza
troppo storpiare il latino e fiero di essere l’unico a saperlo fare, con la
navata attraversata da preghiere del rosario sussurrato dalle donne, mentre gli
uomini si tenevano in fondo, sulla soglia, se non sul sagrato?
Papa Paolo VI saprà mostrarsi rispettoso verso
la tradizione nel suo spiegare la “premura” per il “bene del popolo” che
animava i padri conciliari nel decidere la riforma liturgica: una sollecitudine
per “rendere intelligibile e far capire
la preghiera della chiesa”. Questo sconvolgimento epocale, infatti aveva e ha
tuttora un unico fine a beneficio di quanti prima “assistevano” alla messa: “Perché
sappiate passare da uno stato di semplici spettatori a quello di fedeli
partecipanti e attivi”. Nessun prurito di innovazione, nessun cedimento a una
sorta di cameratismo religioso. No, poter pregare come chiesa locale nella
propria lingua avrebbe suscitato “la grande gioia, il merito e la fortuna di un
vero e proprio rinnovamento spirituale”.
Ed è proprio a un rinnovamento spirituale che
abbiamo assistito in questi cinquant’anni dalla prima messa in italiano: un
rinnovamento sostenuto dall’accesso diretto alla parola di Dio –anticipato dall’intuizione
profetica di papa Giovanni che volle la “Bibbia a mille lire” per farla entrare
in tutte le famiglie- ottenuto grazia all’offerta molto più ricca di brani dell’Antico
e del Nuovo Testamento proclamati
durante la celebrazione della messa e dei sacramenti. Ma rinnovamento dovuto
anche a una diversa comprensione dell’essere comunità locale, parrocchia, assemblea
dei fedeli, vero soggetto celebrante; un diverso approccio alla profondità del
mistero della morte e risurrezione di Gesù Cristo che non ha nulla a che vedere
con una sacralità numinosa di qualche pratica misterica. L’aveva ben indicato
la costituzione conciliare Dei Verbum
sulla parola di Dio: “Con questa rivelazione [di Gesù Cristo], Dio
invisibile per la ricchezza del suo
amore parla agli uomini come ad amici e
si intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con sé”. Ora,
chi mai parla a un amico in una lingua che questi non capisce? Chi invita un
altro alla comunione rivolgendogli una parola incomprensibile? Chi pretende che
l’amico usi in risposta parole di cui ignora il significato? “Lingua sacra,
grave, bella, estremamente espressiva ed elegante” il latino, secondo le parole
di Paolo VI, ma –come ebbe a dire il suo successore come arcivescovo di Milano-
“un’anima vale di più di tutto il latino”.
Profonda gratitudine, allora, da parte delle
comunità cattoliche verso la riforma liturgica e chi l’ha voluta
e perseguita con convinzione e in obbedienza alla grande Tradizione,
senza tuttavia ignorare i problemi suscitati e quelli che permangono: la grande
perdita del gregoriano, musica plurisecolare che aveva impresso alla liturgia
una bellezza non ancora raggiunta dai nuovi repertori; le traduzioni dei testi
latini ufficiali, tentate da un letteralismo pedissequo e a volte
incomprensibile ai fedeli o, in senso opposto, da un’innovazione creativa che
talora stravolge la stessa teologia della liturgia; ma anche la propaganda dell’antico
rito della messa che diventa addirittura concorrenza, bandiera innalzata in
battaglia contro la riforma liturgica e il rito voluti dai padri conciliari e
dai papi, che hanno confermato il vecchio rito solo come “straordinario”. Sì,
50 anni fa iniziò un’avventura straordinaria che ha dato frutti abbondanti
nella vita spirituale della chiesa, ma che deve ancora essere attuata
adeguatamente all’oggi, un oggi molto diverso e lontano da quello del concilio.
Se la chiesa è “semper reformanda”, anche la liturgia dev’esserlo sotto il
primato del Vangelo.