Venti di guerra
[da: Aldo Capitini, Religione aperta, 1955]
La nonviolenza non è cosa
negativa, come parrebbe dal nome, ma è attenzione e affetto per ogni singolo
essere proprio nel suo essere lui e non un altro, per la sua esistenza,
libertà, sviluppo. La non violenza non può accettare la realtà come si realizza
ora, attraverso potenza e violenza e distruzione dei singoli, e perciò non è
per la conservazione, ma per la trasformazione; ed è attivissima, interviene in
mille modi, facendo come le bestie piccole che si moltiplicano in tanti e tanti
figli. Nella società la nonviolenza suscita solidarietà viva e dal basso. Anche
verso gli esseri non umani la nonviolenza ha un grande valore, appunto come
ampliamento di amore e di collaborazione. Non bisogna impantanarsi in cui sia
lecita o no la violenza; anzitutto c’è una minaccia di violenza che
investirebbe tutti, la guerra, ed è
contro di essa che bisogna scegliere l’atteggiamento più religioso; e poi nei
casi individuali è da tener presente che la nonviolenza è creazione, è un
valore, e che può sempre essere svolta meglio. La nonviolenza ha diritto al suo
posto in mezzo alle rivoluzioni, e aggiunge principi preziosi nell’educazione.
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In questi giorni siamo stati sorpresi da
minacce di guerre che ci vengono dalla Libia. In questi anni l’Italia era
intervenuta militarmente in vari conflitti, ma il suo coinvolgimento era pur
sempre reversibile in quanto riguardava teatri di guerra piuttosto lontani.
Questa volta la guerra ci viene mossa dai confini nazionali, è diretta specificamente
contro di noi e sembra ineludibile. Non sembra essere tra le opzioni quella di
rinunciare alla violenza, perché essa non parte da noi ma da fuori.
Il nostro governo ha dichiarato che è
necessaria un nostra azione militare, sia pure nel quadro e nei limiti di un’autorizzazione delle
Nazioni Unite. Trattandosi di intervenire direttamente in un conflitto con una
forza terrestre, contro un’armata che si stima in circa trentamila combattenti,
è ipotizzabile l’impegno di un numero corrispondente di nostri militari. Poiché
sarà necessario assicurare il ricambio dei militari al fronte e la sicurezza
delle retrovie, può immaginarsi di impegnare qualcosa come cinquantamila militari
in questa operazione. Con costi economici e umani elevatissimi.
Il teatro di guerra è molto difficile, si combatte
in modo efferato e, dalla parte di chi ci minaccia, si tende a non fare
prigionieri. Se si farà guerra, sarà una guerra sanguinosa. Essa potrebbe
generare azioni terroristiche sul nostro territorio nazionali. In questi giorni
la nostra stessa città è minacciata di cose simili.
Le ultima generazioni che si trovarono
coinvolte nella decisione di entrare in un conflitto bellico sono quelle che
vissero all’inizio degli scorsi anni ’40: le persone più giovani di esse hanno
oggi oltre ottanta anni. L’entrata in guerra all’epoca fu decisa dal Mussolini,
in uno stato non democratico e le masse furono chiamate solo a fare da cornice
plaudente. Oggi è diverso, ma non siamo preparati a una decisione del genere.
Questo vale sia nel campo dell’educazione
civile che in quella religiosa.
Abbiamo notizie vaghe su coloro che ci si sono
presentati come nemici. Essi ci accusano di essere crociati attribuendoci, come popolo, un’ispirazione religiosa che
non abbiamo. Infatti viviamo in una società altamente secolarizzata, dove la
religione non occupa assolutamente il posto che ha, ad esempio, nel Nord Africa
e nel Vicino Oriente. E, soprattutto, viviamo in società pluraliste, dal punto di
vista religioso e politico, e laiche, dove non si ammette più che la religione
sia fonte di discriminazione sociale.
L’aspetto più dissonante della civiltà che ci
si oppone è senz’altro quello che riguarda la posizione delle donne, che in
Europa si sono altamente emancipate, anche se, in diversi campi, ad esempio
nella nostra confessione religiosa, permangono discriminazioni. Le si
vorrebbero solo mogli e madri, poco istruite e dedite solo al focolare
domestico, come nella nostra confessione
religiosa e nella nostra società solo gruppi fortemente minoritari le
vorrebbero.
In questo contesto dovremmo cominciare a
riflettere sulla guerra in modo diverso da come in genere lo abbiamo fatto da
almeno settant’anni. Ora ci troviamo infatti in una situazione che è più vicina
a quella degli Stati Uniti d’America, che, per il loro ruolo nella politica
mondiale, dopo la Seconda Guerra
Mondiale si sono trovati impegnati in una serie ininterrotta di guerre, l’ultima
delle quali si preparano a combattere proprio contro le stesse forze che ci
minacciano da vicino. La decisione sembra non essere più tra il fare la guerra
e il non farla, ma sul come farla.
Da dove
partire, in religione? Il contesto in cui si sono formate le grandi dichiarazioni
che in genere prendiamo come riferimento, quelle del Concilio Vaticano 2°, era
molto diverso dallo scenario attuale. Si era nell’epoca della decolonizzazione,
in cui per assicurare la pace era sufficiente un’astensione delle potenze
europee dai progetti di dominio. Nella situazione attuale l’astensione non è
più sufficiente, è necessario agire. Anzi, è stata proprio la strategia
attendista, sostengono diversi osservatori, ad aver fatto esacerbare le cose.
La tentazione è quella di fare la guerra come
sempre la si è fatta, per annientare fisicamente il nemico, come si fa con gli
animali nocivi. E’ proprio questa riduzione degli essermi umani ad animali o
cose che è uno dei principali effetti deleteri della guerra, come sosteneva la
filosofa francese Simon Weil. Qual è l’atteggiamento più religioso nei
confronti della minaccia della guerra? La nonviolenza trasforma la società,
sosteneva Aldo Capitini, ma anche la violenza. Entrambe hanno a che fare con l’educazione,
perché sia per fare la guerra sia per essere nonviolenti occorre una formazione
e un tirocinio. La guerra non ci lascerà uguali a prima.
Le conseguenze di una guerra, di qualsiasi guerra, sono imprevedibili. Prima di iniziare una guerra, ha ricordato l'altro giorno l'anziano statista Romano Prodi, si tende ad essere tutti d'accordo nel farla. Bisogna però vedere se lo si è anche tre giorni dopo averla iniziata.
Le conseguenze di una guerra, di qualsiasi guerra, sono imprevedibili. Prima di iniziare una guerra, ha ricordato l'altro giorno l'anziano statista Romano Prodi, si tende ad essere tutti d'accordo nel farla. Bisogna però vedere se lo si è anche tre giorni dopo averla iniziata.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli