lunedì 16 febbraio 2015

Venti di guerra

Venti di guerra


 [da: Aldo Capitini, Religione aperta, 1955]

La nonviolenza non è cosa negativa, come parrebbe dal nome, ma è attenzione e affetto per ogni singolo essere proprio nel suo essere lui e non un altro, per la sua esistenza, libertà, sviluppo. La non violenza non può accettare la realtà come si realizza ora, attraverso potenza e violenza e distruzione dei singoli, e perciò non è per la conservazione, ma per la trasformazione; ed è attivissima, interviene in mille modi, facendo come le bestie piccole che si moltiplicano in tanti e tanti figli. Nella società la nonviolenza suscita solidarietà viva e dal basso. Anche verso gli esseri non umani la nonviolenza ha un grande valore, appunto come ampliamento di amore e di collaborazione. Non bisogna impantanarsi in cui sia lecita o no la violenza; anzitutto c’è una minaccia di violenza che investirebbe  tutti, la guerra, ed è contro di essa che bisogna scegliere l’atteggiamento più religioso; e poi nei casi individuali è da tener presente che la nonviolenza è creazione, è un valore, e che può sempre essere svolta meglio. La nonviolenza ha diritto al suo posto in mezzo alle rivoluzioni, e aggiunge principi preziosi nell’educazione.

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 In questi giorni siamo stati sorpresi da minacce di guerre che ci vengono dalla Libia. In questi anni l’Italia era intervenuta militarmente in vari conflitti, ma il suo coinvolgimento era pur sempre reversibile in quanto riguardava teatri di guerra piuttosto lontani. Questa volta la guerra ci viene mossa dai confini nazionali, è diretta specificamente contro di noi e sembra ineludibile. Non sembra essere tra le opzioni quella di rinunciare alla violenza, perché essa non parte da noi ma da fuori.
 Il nostro governo ha dichiarato che è necessaria un nostra azione militare, sia pure nel quadro  e nei limiti di un’autorizzazione delle Nazioni Unite. Trattandosi di intervenire direttamente in un conflitto con una forza terrestre, contro un’armata che si stima in circa trentamila combattenti, è ipotizzabile l’impegno di un numero corrispondente di nostri militari. Poiché sarà necessario assicurare il ricambio dei militari al fronte e la sicurezza delle retrovie, può immaginarsi di impegnare qualcosa come cinquantamila militari in questa operazione. Con costi economici e umani elevatissimi.
 Il teatro di guerra è molto difficile, si combatte in modo efferato e, dalla parte di chi ci minaccia, si tende a non fare prigionieri. Se si farà guerra, sarà una guerra sanguinosa. Essa potrebbe generare azioni terroristiche sul nostro territorio nazionali. In questi giorni la nostra stessa città è minacciata di cose simili.
 Le ultima generazioni che si trovarono coinvolte nella decisione di entrare in un conflitto bellico sono quelle che vissero all’inizio degli scorsi anni ’40: le persone più giovani di esse hanno oggi oltre ottanta anni. L’entrata in guerra all’epoca fu decisa dal Mussolini, in uno stato non democratico e le masse furono chiamate solo a fare da cornice plaudente. Oggi è diverso, ma non siamo preparati a una decisione del genere. Questo vale sia  nel campo dell’educazione civile che in quella religiosa.
 Abbiamo notizie vaghe su coloro che ci si sono presentati come nemici. Essi ci accusano di essere crociati attribuendoci, come popolo, un’ispirazione religiosa che non abbiamo. Infatti viviamo in una società altamente secolarizzata, dove la religione non occupa assolutamente il posto che ha, ad esempio, nel Nord Africa e nel Vicino Oriente. E, soprattutto, viviamo in società pluraliste, dal punto di vista religioso e politico, e laiche, dove non si ammette più che la religione sia fonte di discriminazione sociale.
 L’aspetto più dissonante della civiltà che ci si oppone è senz’altro quello che riguarda la posizione delle donne, che in Europa si sono altamente emancipate, anche se, in diversi campi, ad esempio nella nostra confessione religiosa, permangono discriminazioni. Le si vorrebbero solo mogli e madri, poco istruite e dedite solo al focolare domestico, come nella nostra  confessione religiosa e nella nostra società solo gruppi fortemente minoritari le vorrebbero.
 In questo contesto dovremmo cominciare a riflettere sulla guerra in modo diverso da come in genere lo abbiamo fatto da almeno settant’anni. Ora ci troviamo infatti in una situazione che è più vicina a quella degli Stati Uniti d’America, che, per il loro ruolo nella politica mondiale,  dopo la Seconda Guerra Mondiale si sono trovati impegnati in una serie ininterrotta di guerre, l’ultima delle quali si preparano a combattere proprio contro le stesse forze che ci minacciano da vicino. La decisione sembra non essere più tra il fare la guerra e il non farla, ma sul come farla.
  Da dove partire, in religione? Il contesto in cui si sono formate le grandi dichiarazioni che in genere prendiamo come riferimento, quelle del Concilio Vaticano 2°, era molto diverso dallo scenario attuale. Si era nell’epoca della decolonizzazione, in cui per assicurare la pace era sufficiente un’astensione delle potenze europee dai progetti di dominio. Nella situazione attuale l’astensione non è più sufficiente, è necessario agire. Anzi, è stata proprio la strategia attendista, sostengono diversi osservatori, ad aver fatto esacerbare le cose.
 La tentazione è quella di fare la guerra come sempre la si è fatta, per annientare fisicamente il nemico, come si fa con gli animali nocivi. E’ proprio questa riduzione degli essermi umani ad animali o cose che è uno dei principali effetti deleteri della guerra, come sosteneva la filosofa francese Simon Weil. Qual è l’atteggiamento più religioso nei confronti della minaccia della guerra? La nonviolenza trasforma la società, sosteneva Aldo Capitini, ma anche la violenza. Entrambe hanno a che fare con l’educazione, perché sia per fare la guerra sia per essere nonviolenti occorre una formazione e un tirocinio. La guerra non ci lascerà uguali a prima.
 Le conseguenze di una guerra, di qualsiasi guerra, sono imprevedibili. Prima  di iniziare una guerra, ha ricordato l'altro giorno l'anziano statista Romano Prodi, si tende ad essere tutti d'accordo nel farla. Bisogna però vedere se lo si è anche tre giorni dopo  averla iniziata.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli