Questione femminile e
collettività di fede
Ieri ho trascritto un articolo in cui si manifestava che una questione femminile c’è anche nelle
nostre collettività di fede, anche se parlarne è ritenuto in genere
sconveniente, lo si fa con molta cautela, e può costare ancora molto caro,
specialmente a chi è inquadrato tra i chierici e chi vuole collaborare più
strettamente con loro.
E’ un problema sentito prevalentemente negli ambienti sociali
occidentali, tra gli europei occidentali, nelle nazioni extraeuropee derivate
dalla loro colonizzazione e in quelle che ad essi si ispirano. Ma, data l’importanza
che ancora riveste la cultura europea nelle cose della nostra fede, per cui non
solo la cultura europea ha effettivamente radici
nella nostra fede, ma anche l’inverso, è prevedibile che le soluzioni che
verranno trovato tra gli occidentali
faranno scuola nel mondo. E, così, penso che sia solo questione di tempo: avremo
preti e vescovi donne, come sta accadendo nelle altre confessioni della nostra
fede diffuse tra gli occidentali.
Infatti, così come accade in tutti gli altri aspetti della società, non
vi sono difficoltà insuperabili che ci costringano a rimanere legati a
concezioni della Palestina di duemila anni fa. In altre cose della fede non
siamo rimasti a quel periodo, ad esempio quando abbiamo preteso il celibato dai
preti, anche se tra gli apostoli, Paolo di Tarso a parte, c’erano
sicuramente uomini sposati e, in
particolare, lo era Pietro, sul cui modello è costruito il potere supremo in
religione.
Arruolare donne nel clero sarà però un
processo piuttosto lungo, anche se probabilmente le novità, una volta che i
fermenti saranno giunti ad un certo punto, si produrranno piuttosto
velocemente, come accadde negli anni Sessanta, in religione. E soprattutto sarà
il frutto di una maturazione culturale che deve prodursi nel nostro clero, che
attualmente detiene tutte le leve del potere. In questo noi laici di fede
possiamo avere un ruolo nel creare un terreno culturale non ostile a questa
riforma. E sarà comunque un compito molto importante, considerando che la prima
educazione di un chierico avviene in famiglia.
Bisogna considerare che in Italia il cambio di
mentalità sociale riguardo al ruolo della donna è ancora piuttosto recente,
risale infatti, più o meno, agli scorsi anni Cinquanta e ha cominciato a
produrre effetti solo nel decennio successivo. Ma si è fatta molta strada. Ad
esempio si sono formate autorevoli
generazioni di teologhe, anche laiche. E pensare che solo dagli anni Settanta
le donne laiche furono ammesse a seguire corsi nelle università organizzate dalle
nostre collettività religiose. Mia madre fu una della prime tre donne laiche
ammesse ai corsi in scienza dell’educazione nell’Ateneo Salesiano di Roma,
come all’epoca si chiamava la Pontificia
Università Salesiana. Come ha detto
il Papa il mese scorso, parlando alla Commissione teologia internazionale,
organismo scientifico istituito nel 1969 dal beato Giovanni Battista Montini
per fornire pareri alla Congregazione per la dottrina della fede, le donne
teologhe sono oggi come le fragole sulla torta (cinque membri su trenta in quella
commissione), ma bisogna fare di più.
La loro presenza, ha aggiunto, “un invito
a riflettere sul ruolo che le donne possono e devono avere nel campo della
teologia” e “in virtù del loro genio femminile, le teologhe possono rilevare, per il
beneficio di tutti, certi aspetti inesplorati dell’insondabile mistero di
Cristo”. E’ un ordine di idee che condivido. Oggi possiamo considerare le
donne come una parte della popolazione ancora oppressa dal potere maschile e la
storia insegna che per gli oppressi non viene mai veramente la liberazione se
non riescono loro stessi a liberarsi delle loro catene sociali. Dunque una vera
rivoluzione culturale al femminile in religione si produrrà
verosimilmente solo a partire da una teologia al femminile.
La teologia al maschile non sa parlare delle
donne. Noi uomini di fede sposati che, per lunga consuetudine con loro,
conosciamo meglio le donne, lo sappiamo bene. L’immagine altamente idealizzata
che esce dalla teologia al maschile, al quale appartiene lo stesso concetto di genio femminile, non corrisponde
assolutamente alla realtà femminile. La teologia al maschile è scritta da
uomini che conoscono poco e male le donne, prevalentemente come madri e
sorelle, per cui ne hanno prevalentemente un’esperienza per così dire infantile.
Ma anche noi che, da sposati, le conosciamo come alleate d’amore non possiamo
dire di conoscerle veramente fino in fondo, per il semplice motivo che non
siamo donne. Solo chi è donna arriva a conoscere sufficientemente le donne. In
biologia si dice che, oltre ai cinque sensi noti, c’è un sesto senso, anzi meglio ci sono altri sensi, e sono quelli che ci
arrivano dall’interno del nostro corpo e ci fanno dire “mi sento bene” o “mi sento male”. Un uomo non
potrà mai, per limiti biologici, sentire come una donna, e viceversa. Ma, teniamone conto,
il sentire da donna comprende anche la maternità e questo
ha una grande rilevanza sociale. In religione spesso la teologia scrive di
maternità senza averla mai sentita.
Noi
laici di fede che non siamo teologi possiamo fare qualcosa, ho scritto prima,
ed è di inaugurare consuetudini, nelle
nostra collettività di fede, non oppressive e limitanti verso le donne.
Impariamo ad ascoltare il loro magistero sociale. Impariamo ad ascoltarle.
Quanto mi piacerebbe poter ospitare su questo blog degli scritti di donne di
fede!
Cerchiamo di opporci e di insorgere tutte le volte che, nella
prassi delle nostre collettività di fede, vengono ostacoli e umiliazioni verso
la presenza femminile. Non lasciamo che certe cose, come ci sentiamo spesso rimproverare dal pulpito nella nostra chiesa con tono giustamente sconfortato, ci scivolino addosso. Acquisiamo una sensibilità a questo problema. La
nostra fede non ci obbliga al maschilismo: quest’ultimo non c’è nel catechismo
ufficiale della nostra confessione religiosa, non c’è nell'ultimo Concilio, non
c’è nel diritto canonico, non c’è nelle parole del Papa regnante e dei suoi
predecessori dagli anni Sessanta. Chi si obbliga, oggi, ad essere reazionari su questo
tema? Oggi poi, più di prima, abbiamo la strada aperta per cambiare. Non avete
letto le parole del Papa? Bisogna fare di
più. Facciamolo.
Siamo nella Settimana per l’unità dei
cristiani, in cui si potrebbe utilmente gettare uno sguardo al di là delle cose
nostre. E allora, qui sopra, ho inserito la fotografia di religiosi e religiose
anglicani, preti uomini e donne, che sembrano trovarsi bene insieme. L’ecumenismo non è solo, anzi non è (se vogliamo porci effettivamente in una mentalità ecumenica, che quindi tenga conto seriamente delle concezioni delle altre confessioni della nostra fede), riportare tutti quelli della
nostra fede sotto l’autorità imperiale del vescovo di Roma, così come la si è costruita nel secondo millennio della nostra era. E’ anzitutto gettare più
ponti sulle nostre divisioni e inimicizie, conoscerci meglio. E anche accettare
le diversità, ma in un contesto amichevole. E imparare gli uni dagli altri,
arricchirsi nel dialogo con gli altri. Come ha anche detto il Papa, lo scorso
anno, questo non è solo un compito dei teologi, che sono molto bravi a marcare
puntigliosamente le differenze, ma anche nostro, della gente di fede comune,
che si impegna a realizzare prassi amichevoli con gli altri, con tutti gli
altri. E da questo che, in fondo, sono scaturiti tanti progressi in questo
campo: i teologi poi hanno dato un sistemazione culturale a qualcosa che si era
già prodotto.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro Valli.
