martedì 20 gennaio 2015

Questione femminile e collettività di fede

Questione femminile e collettività di fede







  Ieri ho trascritto un articolo in cui si manifestava che una questione femminile c’è anche nelle nostre collettività di fede, anche se parlarne è ritenuto in genere sconveniente, lo si fa con molta cautela, e può costare ancora molto caro, specialmente a chi è inquadrato tra i chierici e chi vuole collaborare più strettamente con loro.
  E’ un problema sentito prevalentemente negli ambienti sociali occidentali, tra gli europei occidentali, nelle nazioni extraeuropee derivate dalla loro colonizzazione e in quelle che ad essi si ispirano. Ma, data l’importanza che ancora riveste la cultura europea nelle cose della nostra fede, per cui non solo la cultura europea ha effettivamente radici nella nostra fede, ma anche l’inverso, è prevedibile che le soluzioni che verranno trovato tra gli occidentali faranno scuola nel mondo. E, così, penso che sia solo questione di tempo: avremo preti e vescovi donne, come sta accadendo nelle altre confessioni della nostra fede diffuse tra gli occidentali.
  Infatti, così come accade in tutti gli altri aspetti della società, non vi sono difficoltà insuperabili che ci costringano a rimanere legati a concezioni della Palestina di duemila anni fa. In altre cose della fede non siamo rimasti a quel periodo, ad esempio quando abbiamo preteso il celibato dai preti, anche se tra gli apostoli, Paolo di Tarso a parte, c’erano sicuramente  uomini sposati e, in particolare, lo era Pietro, sul cui modello è costruito il potere supremo in religione.
 Arruolare donne nel clero sarà però un processo piuttosto lungo, anche se probabilmente le novità, una volta che i fermenti saranno giunti ad un certo punto, si produrranno piuttosto velocemente, come accadde negli anni Sessanta, in religione. E soprattutto sarà il frutto di una maturazione culturale che deve prodursi nel nostro clero, che attualmente detiene tutte le leve del potere. In questo noi laici di fede possiamo avere un ruolo nel creare un terreno culturale non ostile a questa riforma. E sarà comunque un compito molto importante, considerando che la prima educazione di un chierico avviene in famiglia.
 Bisogna considerare che in Italia il cambio di mentalità sociale riguardo al ruolo della donna è ancora piuttosto recente, risale infatti, più o meno, agli scorsi anni Cinquanta e ha cominciato a produrre effetti solo nel decennio successivo. Ma si è fatta molta strada. Ad esempio si  sono formate autorevoli generazioni di teologhe, anche laiche. E pensare che solo dagli anni Settanta le donne laiche furono ammesse a seguire corsi nelle università organizzate dalle nostre collettività religiose. Mia madre fu una della prime tre donne laiche ammesse ai corsi in scienza dell’educazione nell’Ateneo Salesiano  di Roma, come all’epoca si chiamava la Pontificia Università Salesiana.  Come ha detto il Papa il mese scorso, parlando alla Commissione teologia internazionale, organismo scientifico istituito nel 1969 dal beato Giovanni Battista Montini per fornire pareri alla Congregazione per la dottrina della fede, le donne teologhe sono oggi  come le fragole sulla torta  (cinque membri su trenta in quella commissione), ma bisogna fare di più. La loro presenza, ha aggiunto, “un invito a riflettere sul ruolo che le donne possono e devono avere nel campo della teologia”  e “in virtù del loro genio femminile, le teologhe possono rilevare, per il beneficio di tutti, certi aspetti inesplorati dell’insondabile mistero di Cristo”. E’ un ordine di idee che condivido. Oggi possiamo considerare le donne come una parte della popolazione ancora oppressa dal potere maschile e la storia insegna che per gli oppressi non viene mai veramente la liberazione se non riescono loro stessi a liberarsi delle loro catene sociali. Dunque una vera rivoluzione culturale  al femminile in religione si produrrà verosimilmente  solo a partire da una teologia al femminile.
 La teologia al maschile non sa parlare delle donne. Noi uomini di fede sposati che, per lunga consuetudine con loro, conosciamo meglio le donne, lo sappiamo bene. L’immagine altamente idealizzata che esce dalla teologia al maschile, al quale appartiene lo stesso concetto di genio femminile, non corrisponde assolutamente alla realtà femminile. La teologia al maschile è scritta da uomini che conoscono poco e male le donne, prevalentemente come madri e sorelle, per cui ne hanno  prevalentemente un’esperienza per così dire infantile. Ma anche noi che, da sposati, le conosciamo come alleate d’amore non possiamo dire di conoscerle veramente fino in fondo, per il semplice motivo che non siamo donne. Solo chi è donna arriva a conoscere sufficientemente le donne. In biologia si dice che, oltre ai cinque sensi noti, c’è un sesto senso, anzi meglio ci sono altri sensi,  e sono quelli che ci arrivano dall’interno  del nostro corpo e ci fanno dire “mi sento bene” o  “mi sento male”. Un uomo non potrà mai, per limiti biologici, sentire  come una donna, e viceversa. Ma, teniamone conto, il sentire  da donna comprende anche la maternità e questo ha una grande rilevanza sociale. In religione spesso la teologia scrive di maternità senza averla mai sentita.
  Noi laici di fede che non siamo teologi possiamo fare qualcosa, ho scritto prima, ed  è di inaugurare consuetudini, nelle nostra collettività di fede, non oppressive e limitanti verso le donne. Impariamo ad ascoltare il loro magistero sociale. Impariamo ad ascoltarle. Quanto mi piacerebbe poter ospitare su questo blog degli scritti di donne di fede!
 Cerchiamo di opporci  e di insorgere tutte le volte che, nella prassi delle nostre collettività di fede, vengono ostacoli e umiliazioni verso la presenza femminile. Non lasciamo che certe cose, come ci sentiamo  spesso rimproverare dal pulpito  nella nostra chiesa con tono giustamente sconfortato, ci scivolino addosso. Acquisiamo una sensibilità a questo problema. La nostra fede non ci obbliga al maschilismo: quest’ultimo non c’è nel catechismo ufficiale della nostra confessione religiosa, non c’è nell'ultimo Concilio, non c’è nel diritto canonico, non c’è nelle parole del Papa regnante e dei suoi predecessori dagli anni Sessanta. Chi si obbliga, oggi, ad essere reazionari su questo tema? Oggi poi, più di prima, abbiamo la strada aperta per cambiare. Non avete letto le parole del Papa? Bisogna fare di più. Facciamolo.
 Siamo nella Settimana per l’unità dei cristiani, in cui si potrebbe utilmente gettare uno sguardo al di là delle cose nostre. E allora, qui sopra, ho inserito la fotografia di religiosi e religiose anglicani, preti uomini e donne, che sembrano trovarsi bene insieme. L’ecumenismo non è solo, anzi non è (se vogliamo porci effettivamente in una mentalità ecumenica, che quindi tenga conto seriamente delle concezioni delle altre confessioni della nostra fede), riportare tutti quelli della nostra fede sotto l’autorità imperiale del vescovo di Roma, così come la si è costruita nel secondo millennio della nostra era. E’ anzitutto gettare più ponti sulle nostre divisioni e inimicizie, conoscerci meglio. E anche accettare le diversità, ma in un contesto amichevole. E imparare gli uni dagli altri, arricchirsi nel dialogo con gli altri. Come ha anche detto il Papa, lo scorso anno, questo non è solo un compito dei teologi, che sono molto bravi a marcare puntigliosamente le differenze, ma anche nostro, della gente di fede comune, che si impegna a realizzare prassi amichevoli con gli altri, con tutti gli altri. E da questo che, in fondo, sono scaturiti tanti progressi in questo campo: i teologi poi hanno dato un sistemazione culturale a qualcosa che si era già prodotto.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro Valli.