lunedì 12 gennaio 2015

Dialogo e formazione religiosa

Dialogo e formazione religiosa






 Dagli anni Sessanta, come sviluppo di un processo culturale prodottosi nel secondo dopoguerra, si è fatto sempre più affidamento nel metodo del dialogo per diffondere la nostra fede nella società. Per quanto si siano trovate buone ragioni teologiche di questo modo di fare, bisogna dire che il metodo dialogico non è stato, in genere, molto utilizzato, nella lunga storia delle nostre collettività religiose, in particolare da quando, dal quarto secolo, la nostra fede divenne il fondamento dell’ideologia religiosa dell’impero multinazionale in cui essa si era diffusa in modo travolgente.
  Da quando, insomma, la nostra fede è divenuta un affare di stato, non si è più consentito il dialogo su di essa.
 Dall’Ottocento, in Europa e nelle nazioni originate dall’emigrazione occidentale, si cominciò a prendere coscienza che le istituzioni pubbliche erano essenzialmente costruzioni sociali che potevano, e anzi dovevano, essere modificate secondo le necessità dei tempi e delle società che le avevano prodotte. In tal modo se ne attenuò il legame con la religione.  Indice di questo processo fu, ad esempio, l’inserimento della formula Re d’Italia per grazia di Dio e volontà della nazione negli atti del  Regno d’Italia che contenevano una manifestazione di volontà del sovrano. E’ il processo di laicizzazione dello stato, che ne ha consentito la sua rapida trasformazione in una democrazia di popolo. Un suo aspetto importante è il principio di non discriminazione  delle persone su base religiosa.   Si tratta di una evoluzione che in Italia è ancora in corso, in quanto, benché la nostra società sia piuttosto secolarizzata, quindi non si dia utilizzi più la religione per spiegare tutto ciò che accade, la laicità dello stato è ancora un obiettivo piuttosto critico più che un risultato già raggiunto.
  Venendo meno la pressione sociale a favore della religione, per cui le persone erano spinte dall’ambiente sociale in cui vivevano verso costumi esteriori ispirati alla religione, si è dovuti ricorrere al dialogo per coinvolgere in discorsi di fede, in questo tornando in qualche modo alle origini. Quando si sono cercati i fondamenti teologici del dialogo ci si è accorti, ad esempio, che il metodo evangelico è fondamentalmente dialogico. Ma il discorso è stato ulteriormente ampliato e nei brani dell’encliclica Ecclesiam Suam, di Giovanni Battista Montini, che ho pubblicato in un precedente  post si può leggere una efficace sintesi di questo filone di pensiero.
 Il metodo dialogico, in particolare, risponde ad esigenze di rispetto della dignità umana, la cui importanza si è sempre riconosciuta nella nostra religione, ma con particolare forza dal secondo dopoguerra, in corrispondenza del coevo movimento internazionale per l’affermazione dei diritti umani fondamentali.
 In genere si dialoga con persone che non la pensano esattamente come noi. In collettività in cui tutti la pensano esattamente nello stesso modo non c’è un gran bisogno di dialogare. Il dialogo è quindi faticoso perché può incontrare resistenze, obiezioni. E poi comporta un flusso bidirezionale, vale a dire che mentre si comunica si riceve. Questo ricevere, secondo certe concezioni, può essere visto come contaminazione. Alla fatica del dialogo, allora, qualche volta si preferisce cercare di creare collettività in cui tutti la pensano in uno stesso modo.  Allora la formazione religiosa avviene non mediante un dialogo ma mediante un indottrinamento, che nello stesso tempo seleziona le persone per creare collettività omogenee, composte da gente che riesce a sopportarlo. A chi obbietta, ad un certo punto si dice “quella è la porta”.  Dall’anno scorso si è cominciato a sottoporre a verifica la validità di questo metodo e molte voci hanno invocato e addirittura preteso con autorità la ripresa del metodo dialogico. E’ la strategia della “Chiesa in uscita”.  Nel campo “Chiesa in uscita” siamo un po’ indietro nella nostra parrocchia. Vedo poco dialogo. E vedo anche pochi giovani. C’è una relazione tra i due fatti?
  Il metodo dialogico è stato adottato come strategia formativa in Azione Cattolica, che mette a disposizione la sua organizzazione per far partire gruppi adatti a tutte le età. L’Azione Cattolica non si occupa di catechismo, ma vuole creare un ambiente sociale favorevole alla diffusione e al consolidamento della fede mediante il dialogo. Penso, allora, che non sarebbe male affiancare alle strutture di formazione religiosa esistenti in parrocchia, gruppi di Azione Cattolica per tutte le età, facendo uscire la nostra esperienza parrocchiale di Ac dalla fase embrionale in cui è stata confinata da anni, in particolare per cercare di ripescare  coloro, in particolare i giovani, che si sono sentiti esclusi da una formazione religiosa che mi pare piuttosto centrata sull'omogeneità.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli