Dialogo e formazione
religiosa
Dagli anni Sessanta, come sviluppo di un
processo culturale prodottosi nel secondo dopoguerra, si è fatto sempre più
affidamento nel metodo del dialogo per diffondere la nostra fede nella società.
Per quanto si siano trovate buone ragioni teologiche di questo modo di fare,
bisogna dire che il metodo dialogico non è stato, in genere, molto utilizzato,
nella lunga storia delle nostre collettività religiose, in particolare da
quando, dal quarto secolo, la nostra fede divenne il fondamento dell’ideologia
religiosa dell’impero multinazionale in cui essa si era diffusa in modo
travolgente.
Da quando, insomma, la nostra fede è divenuta un affare di stato, non si è più consentito il dialogo su di essa.
Dall’Ottocento, in Europa e nelle nazioni
originate dall’emigrazione occidentale, si cominciò a prendere coscienza che le
istituzioni pubbliche erano essenzialmente costruzioni sociali che potevano, e
anzi dovevano, essere modificate secondo le necessità dei tempi e delle società
che le avevano prodotte. In tal modo se ne attenuò il legame con la
religione. Indice di questo processo fu,
ad esempio, l’inserimento della formula Re
d’Italia per grazia di Dio e volontà
della nazione negli atti del
Regno d’Italia che contenevano una manifestazione di volontà del
sovrano. E’ il processo di laicizzazione
dello stato, che ne ha consentito la sua rapida trasformazione in una
democrazia di popolo. Un suo aspetto importante è il principio di non discriminazione delle persone su base religiosa. Si
tratta di una evoluzione che in Italia è ancora in corso, in quanto, benché la
nostra società sia piuttosto secolarizzata, quindi non si dia utilizzi più la
religione per spiegare tutto ciò che accade, la laicità dello stato è ancora un
obiettivo piuttosto critico più che un risultato già raggiunto.
Venendo meno la pressione sociale a favore della religione, per cui le
persone erano spinte dall’ambiente sociale in cui vivevano verso costumi
esteriori ispirati alla religione, si è dovuti ricorrere al dialogo per coinvolgere
in discorsi di fede, in questo tornando in qualche modo alle origini. Quando si
sono cercati i fondamenti teologici del dialogo ci si è accorti, ad esempio,
che il metodo evangelico è fondamentalmente dialogico. Ma il discorso è stato
ulteriormente ampliato e nei brani dell’encliclica Ecclesiam Suam, di Giovanni Battista Montini, che ho pubblicato in
un precedente post si può leggere una efficace sintesi
di questo filone di pensiero.
Il metodo dialogico, in particolare, risponde
ad esigenze di rispetto della dignità umana, la cui importanza si è sempre
riconosciuta nella nostra religione, ma con particolare forza dal secondo
dopoguerra, in corrispondenza del coevo movimento internazionale per l’affermazione
dei diritti umani fondamentali.
In genere si dialoga con persone che non la
pensano esattamente come noi. In collettività in cui tutti la pensano
esattamente nello stesso modo non c’è un gran bisogno di dialogare. Il dialogo
è quindi faticoso perché può incontrare resistenze, obiezioni. E poi comporta
un flusso bidirezionale, vale a dire che mentre si comunica si riceve. Questo
ricevere, secondo certe concezioni, può essere visto come contaminazione. Alla
fatica del dialogo, allora, qualche volta si preferisce cercare di creare
collettività in cui tutti la pensano in uno stesso modo. Allora la formazione religiosa avviene non
mediante un dialogo ma mediante un indottrinamento, che nello stesso tempo seleziona le persone per creare
collettività omogenee, composte da gente che riesce a sopportarlo. A chi
obbietta, ad un certo punto si dice “quella
è la porta”. Dall’anno scorso si è
cominciato a sottoporre a verifica la validità di questo metodo e molte voci
hanno invocato e addirittura preteso con autorità la ripresa del metodo
dialogico. E’ la strategia della “Chiesa
in uscita”. Nel campo “Chiesa in uscita” siamo un po’ indietro
nella nostra parrocchia. Vedo poco dialogo. E vedo anche pochi giovani. C’è una
relazione tra i due fatti?
Il metodo dialogico è stato adottato come strategia formativa in Azione
Cattolica, che mette a disposizione la sua organizzazione per far partire
gruppi adatti a tutte le età. L’Azione Cattolica non si occupa di catechismo,
ma vuole creare un ambiente sociale favorevole alla diffusione e al
consolidamento della fede mediante il dialogo. Penso, allora, che non sarebbe
male affiancare alle strutture di formazione religiosa esistenti in parrocchia,
gruppi di Azione Cattolica per tutte le età, facendo uscire la nostra
esperienza parrocchiale di Ac dalla fase embrionale in cui è stata confinata da anni,
in particolare per cercare di ripescare coloro, in particolare i giovani, che si sono
sentiti esclusi da una formazione religiosa che mi pare piuttosto centrata sull'omogeneità.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
