Reazionari
Quando le Settimane Sociali dei
cattolici italiani svolsero con l’Azione Cattolica un ruolo importante, un
ruolo da incubatore di un più maturo e prima inconcepito apostolato laicale,
erano i laici stessi a sostenerle, anche economicamente, e senza che questo
precludesse a pastori e religiosi una
larga e significativa partecipazione. Quella generazione di laicato, e molte
successive –chiamate a vivere in tempi certo non più favorevoli dei nostri-,
mostravano una capacità di convergere e di cooperare che le realtà attuali del
laicato italiano neppure riescono a immaginare […]
E quale
contributo potranno mai dare alla pastorale dei laici dei laici mai stati laici
o che alle fatiche o alle sconfitte nei campi dell’apostolato loro proprio
rispondono ripiegando verso un impegno paraclericale?
E semmai vi tornassero, potrebbero questi
laici comprendere il loro dovere nella “civitas” altrimenti che come
rappresentanza degli interessi ecclesiastici? E questo nel migliore dei casi.
Lo spettacolo offerto dalle recenti elezioni
del febbraio 2013, quello di un cattolicesimo politico tornato al “grado zero”
non è che un esempio, in questo caso tratto dal campo della politica, della
atrofia in cui è caduto l’apostolato dei laici in Italia.
[…]
A cento
anni dal 1913, data di elezioni nelle quali qualche candidatura politica
suggellò il patto tra interessi clericali e preesistenti potentati politici
(passato alla storia come “patto Gentiloni”), siamo tornati al punto di
partenza. Nonostante in mezzo ci siano state grandi stagioni di cattolicesimo
politico, di cattolici che insieme hanno saputo trattare di cose temporali in
politica, e nonostante per ripetere qualcosa del genere non siano venute meno
del tutto le condizioni, i cattolici italiani non sembrano in grado di uscire
né in un modo né in un altro dalla nicchia, seppure in qualche caso dorata,
dell’irrilevanza politica.
[…]
Per quanto certamente non l’unico, e
forse neppure il più drammatico, è però molto probabile che quello tratto dal
campo della politica sia l’esempio più
facilmente comprensibiile della crisi in cui versa l’apostolato dei laici nella
società italiana. Forse infatti, quanto al rapporto tra cattolici e politici in
Italia non siamo tornati indietro solamente di cento anni. Forse siamo tornati
ad uno stadio ancora più primitivo di quello del “patto Gentiloni”. Forse siamo
tornati allo stadio di inizi Novecento, quando, sullo sfondo di un
cattolicesimo italiano in prevalenza politicamente analfabeta, si potevano
osservare pochi e innocui spettatori della vicenda parlamentare detti “cattolici
deputati” (giammai “deputati cattolici”!).
[…]
…credo sia già chiaro che non solo è
impossibile ridurre alla sola pastorale
tutta la realtà della Chiesa, ma pure che è impossibile ridurre a
pastorale anche il solo agire della Chiesa in ciascuna sua forma. Pastorale è
semplicemente una delle forme di agire ecclesiale o apostolato, la forma propria
dei pastori primariamente (anche se non esclusivamente) in relazione al resto
del popolo loro affidato (si confronti appunto “Lumen Gentium” [Costituzione dogmatica sulla Chiesa,
del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965]
n.18. […]
I laici […]
sono chiamati all’apostolato in quanto battezzati. […] non si tratta di una chiamata generica. Infatti: […] “per loro vocazione è proprio dei laici
cercare il regno di Dio trattando delle cose temporali e ordinandole secondo
Dio” (“Lumen Gentium” n .31).
[…]
Non si dimentichi che tutto questo è insegnato
in una “costituzione dogmatica” promulgata da un Concilio ecumenico, ovvero da
una fonte del grado più elevato e impegnativo che il magistero ecclesiastico
può assumere. Il fatto che tale apostolato sia proprio dei laici significa che esso non è partecipazione
inevitabilmente subordinata ad altre forme di apostolato, ma che esso è svolto,
come la stessa Chiesa insegna, per dovere –derivante dal battesimo –prima ancora
che per diritto (si confronti “Apostolicam Actuositatem” [Decreto conciliare sull’apostolato dei
laici] n.3) e sotto un solo capo, Cristo
(si confronti “Lumen Gentium” n.33 e n.9). Nell’ambito dell’apostolato loro
proprio non è dunque corretto dire che i laici sono “collaboratori dei pastori”.
[…]
…i laici sono chiamati a partecipare
liberamente e responsabilmente all’apostolato dei pastori (si confronti “Lumen
Gentium” n.33 e seguenti) –e non viceversa-, e in questo caso sì, ovviamente
come collaboratori dei pastori stessi. Ciò detto, però, neppure operando in
questo ambito i laici perdono qualcosa della loro dignità e della loro libertà.
Essi sono infatti chiamati a doveri altissimi e difficili, a volte anche
scomodi, di franchezza nei confronti dei propri pastori (si confronti “Lumen
Gentium” n.37). Anzi, ai pastori è chiesto non solo di “sostenere e promuovere”
la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa, ma anche di farlo “volentieri”.
Addirittura ai pastori è fatto obbligo di sostenere e promuovere la Azione
Cattolica (si confronti “Christus Dominus” [Decreto conciliare sull’Ufficio pastorale dei vescovi]
n.17; anche “Ad Gentes” [Decreto conciliare
sull’attività missionaria della Chiesa] n.15) come la forma più impegnativa di apostolato dei laici attraverso la
quale questi, in modo particolarmente responsabile (si confronti “Apostolicam
Actuositatem” n.20b), assumono “anche” forme di partecipazione all’apostolato
gerarchico (si confronti “Apostolicam Actuositatem n.20), ovvero alla “pastorale”. In tale ultimo campo
la dignità di questi battezzati è manifestata e corroborata tanto dalla forma
associata quanto dal mutuo arricchirsi della partecipazione alla pastorale
delle esperienze derivate dal militante servizio apostolico reso dal laico
trattando ed ordinando a Dio in Cristo le realtà temporali nei vari ambiti.
[citazioni
varie tratte da: Luca Diotallevi, I laici
e la Chiesa – Caduti i bastioni, Morcelliana, pag.163-171, 2013, €16,00,
attualmente reperibile in commercio]
La condizione del gruppo parrocchiale di
Azione Cattolica, ridotto a un piccolo nucleo di resistenti, segnala un problema nella vita della nostra
fede nel quartiere: esso riguarda la ricezione dei principi conciliari
riguardanti l’azione dei laici di fede nella società in cui sono immersi. Si
sono fatti passi indietro e, in questo senso, possiamo francamente riconoscere
che in passato sembrano essere prevalse
concezioni reazionarie, che appunto guardano all’indietro. E ciò non solo nei
rapporti tra clero e laici, ma all’interno dello stesso spazio dominato dall’autonomia
laicale, dove il metodo democratico appare recessivo a favore di forme
paternalistiche, dove l’accesso all’autorità avviene non per elezione ma per
cooptazione, per scelta dall’alto, e dove chi costituisce la base si trova nella
condizione di semplice sottoposto all’autorità altrui. Una condizione che è già scomoda se subita ad
opera del clero, ma ancor più disagevole quando imposta da altri laici e posta
come requisito essenziale per essere accettati in società.
L’apparente disaffezione della gente del
quartiere verso la parrocchia può essere spiegata anche con il fatto che,
vedendo che non sono ammesse forme di partecipazione che facciano meglio
risaltare il ruolo dei laici di fede in società secondo lo spirito del
concilio, le persone si chiamano fuori, non sentendosela di farsi coinvolgere
da esperienze con carattere di forte esclusività. Eppure l’Azione Cattolica
ancora vive nel nostro quartiere, l’embrione per un
impegno laicale diverso ancora c’è, esiste vitale. Far intendere in che cosa
esso consiste è una delle principali finalità di questo blog.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli