Elementi
critici della ideologia religiosa corrente sul matrimonio (1)
Proseguo
alcune riflessioni sul matrimonio, sulla base degli spunti emersi durante l’ultimo
incontro del MEIC romano.
La rappresentazione corrente del dibattito sul
matrimonio in corso in religione, in realtà più scontro ideologico che dialogo,
ci presenta il clero e un piccolo resto di fedeli impegnati a resistere a un gregge
dissoluto che non vuole saperne di farsi ricondurre nell’ovile e, addirittura,
entrandovi e uscendovi liberamente pretende anche di imporvi la propria legge.
Con queste pecore riottose vengono
utilizzate ora la dolcezza ora la sferza: in certi momenti viene scaraventata loro
addosso addirittura l’accusa di eresia e scisma. E in certe nostre collettività
esse, qualche volta, sono con sollievo accompagnate alla porta e, una volta uscite, poi
difficilmente tornano. Ma, anche quando si accostano nuovamente alle sacre
soglie, non di rado ci trovano nel ruolo di minacciosi angeli cherubini, con
spade ideologiche fiammeggianti, a sbarrare loro la via. Poi però, a volte, ci
guardiamo intorno e ci accorgiamo che siamo sempre meno e sempre più anziani.
Le nostre collettività sembrano stare trasformandosi, lo dico con un’espressione
che riprendo dal titolo di un fortunato libro dello psicoanalista statunitense
Bruno Bettelheim, in fortezze vuote.
Per una serie di circostanze favorevoli, io
ho avuto in dono di poter vivere un’unione coniugale conforme alla corrente
ideologia religiosa, sia quanto a stabilità sia quanto a dinamiche di coppia. Ma
per professione mi occupo delle cose della società e, da pratico del diritto,
raccolgo le narrazioni di tante vite che si sono dovute confrontare con altre condizioni.
Capisco allora che la mia vita matrimoniale è stata un singolare privilegio di
cui devo rendere grazie. E non ho cuore di chiudere la porta in faccia a tutti
coloro che non l’hanno avuto. Così, le nuove idee che sento correre anche in
religione su questi temi, in particolare ora anche tra i nostri capi religiosi,
mi coinvolgono molto.
Molti dei problemi che in religione, in materia di matrimonio, osserviamo, e non di
rado subiamo con dolore, derivano da una teologia normativa che è stata ideata da maschi celibi, da persone che, quindi, parlano e scrivono di matrimonio per sentito dire e da un’ottica
piuttosto sessista. Per la prima volta quest’anno, ho sentito dire nella
cerchia dei nostri più autorevoli capi religiosi che le teologhe, che nelle
nostre collettività di fede sono state ammesse alla formazione specialistica a
partire dagli scorsi anni ’70, potranno fare gran bene in questo campo. Ne
convengo.
Un primo elemento critico dell’ideologia
religiosa corrente sul matrimonio è infatti la posizione della donna nell’unione
coniugale.
Dopo che, nella Costituzione pastorale sulla
Chiesa nel mondo contemporanea Gaudium et
spes (=la gioia e la speranza), nel capitolo dedicato alla dignità del matrimonio e sua valorizzazione
(n.47-52), si è stabilita la norma che, in religione, il
matrimonio è una alleanza basata sull’amore e sulla uguale dignità dell’uomo e
della donna:
L’intima
comunità di vita e d’amore coniugale fondata dal Creatore e strutturata con
leggi proprie, è stabilita dall’alleanza
dei coniugi, vale a dire dall'irrevocabile consenso personale [n.48].
[…]
E
così l’uomo e la donna, che per l’alleanza coniugale “non sono più due, ma una
sola carne” (Mt 19,6), prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l’intima
unione delle persona e delle attività, sperimentano il senso della propria
unità e sempre più pienamente la conseguono [n.48].
[…]
Anche
molti nostri contemporanei annettono un grande valore al vero amore tra marito
e moglie, che si manifesta in espressioni diverse a seconda dei sani costumi
dei popoli e dei tempi. Proprio perché atto eminentemente umano, essendo
diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà, quell’amore
abbraccia il bene di tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire
di particolare dignità le espressioni del corpo e della vita psichica e di
nobilitarle come elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale [n.49].
[…]
L’unità
del matrimonio confermata dal Signore, appare in maniera lampante anche dalla
uguale dignità personale che bisogna riconoscere sia all’uomo che alla donna
nel mutuo e pieno amore [n.49].
gli
studiosi si sono impegnati in un lavoro di rivisitazione ideologica della
storia del nostro pensiero religioso, in particolare di quello scaturito dai
nostri capi religiosi, suggerendo l’idea che l’attuale disciplina del
matrimonio religioso corrisponda a quella di tutti i tempi della nostra fede.
Per quanto certamente i fondamenti teologici delle norme oggi vigenti possano
essere rintracciati anche nel pensiero più antico, bisognerebbe però
riconoscere che quella dell’ultimo concilio ecumenico è un’ideologia fortemente
innovativa rispetto al passato, anche piuttosto recente, e mi riferisco, ad
esempio, alla disciplina del matrimonio religioso del 1917 che rimase vigente
nel diritto canonico, il diritto della nostra collettività di fede, fino alla
riforma del 1983, in cui la posizione del marito era uguale a quella della
donna, ma solo se non diversamente stabilito, del resto
in linea con gran parte delle legislazioni vigenti all’epoca della
promulgazione del codice di diritto canonico del 1917 le quali prevedevano, nel
matrimonio, una potestà maritale sulla donna. In quel codice era del tutto
assente l’idea del matrimonio come patto
ordinato al bene dei coniugi, quindi come alleanza d’amore. Si vedeva l’unione
coniugale come finalizzata essenzialmente alla procreazione e secondariamente
alla reciproca assistenza, una forma della quale consisteva nell’attività
sessuale, vista prevalentemente, secondo l’ideologia all’epoca prevalente, in senso negativo come cedimento alla concupiscenza. Una volta dato il proprio consenso matrimoniale, la donna ne subiva irrevocabilmente tutti gli effetti, divenendo fattrice e oggetto
sessuale. Le veniva garantita una posizione sociale, quella del marito. In
questo la regola dell’indissolubilità matrimoniale la tutelava. Del resto fino alla metà dell’Ottocento la
maggior parte delle donne accettava questo ruolo. Successivamente le cose sono
molto cambiate. Il risultato del processo di emancipazione femminile è
piuttosto sensibile nell’ideologia religiosa sul matrimonio del Concilio
Vaticano 2°. Ma si tratta di un fenomeno che non è ancora concluso. Quindi è
prevedibile che la linea conciliare sul matrimonio sia suscettibile di
ulteriori sviluppi, come del resto è naturale per ciò che riguarda norme
inserite in una Costituzione pastorale
che si proponeva un aggiornamento in
relazione agli sviluppi sociali del mondo
contemporaneo (la società degli anni Sessanta). La società è ulteriormente mutata,
dagli scorsi anni Sessanta e si sente la necessità di ulteriori riforme,
essendo l’aggiornamento, per sua
natura, necessariamente un processo e mai un punto di arrivo.
Ma nelle nostre collettività religiose si
assiste talvolta a un processo in controtendenza, a moti reazionari. E ciò in
particolare per ciò che riguarda la posizione delle donne. E questo meraviglia,
tenendo conto del processo di marcata femminilizzazione delle nostre
collettività religiose che si è prodotto dall’Ottocento, in particolare in
corrispondenza della nuova teologia mariana fondata su apparizioni
soprannaturali. In passato un gregge in maggioranza femminile appariva più
docile, più mansueto, a un ceto di pastori interamente maschile, ed
effettivamente lo era. La situazione potrebbe cambiare se alla componente
femminile delle nostre collettività religiose venisse riconosciuta, in
religione, la posizione che si è conquistata nella società civile. Dobbiamo
però aspettarci che un risultato simile possa prodursi solo a seguito di un
moto di rivendicazione, analogo a quello manifestatosi nella società civile. Lo
sviluppo di una teologia al femminile potrà senz’altro cooperare per rendere
meno traumatico il cambiamento di mentalità, che fatica a imporsi in una
società religiosa ancora in fondo dominata dai maschi, e in prevalenza da
maschi celibi. Tutto questo finirà inevitabilmente per riflettersi nell’ideologia
religiosa concernente il matrimonio. I laici coniugati potranno contribuire
alla riflessione comune portando un contributo di esperienza, di pratica dell’unione coniugale, fino ad
oggi piuttosto sottovalutato in teologia. Alcune affermazioni teologiche
riguardanti il matrimonio appaiono piuttosto staccate dall’esperienza coniugale
effettiva, praticata, sul
campo, e tanto protese verso
supposte altezze ideali da apparire a volte un po’, come si dice, campate in aria.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli