sabato 27 dicembre 2014

Elementi critici della ideologia religiosa corrente sul matrimonio (1)

Elementi critici della ideologia religiosa corrente sul matrimonio (1)



Proseguo alcune riflessioni sul matrimonio, sulla base degli spunti emersi durante l’ultimo incontro del MEIC romano.
 La rappresentazione corrente del dibattito sul matrimonio in corso in religione, in realtà più scontro ideologico che dialogo, ci presenta il clero e un piccolo resto  di fedeli impegnati a resistere a un gregge dissoluto che non vuole saperne di farsi ricondurre nell’ovile e, addirittura, entrandovi e uscendovi liberamente pretende anche di imporvi la propria legge. Con queste pecore riottose vengono utilizzate ora la dolcezza ora la sferza: in certi momenti viene scaraventata loro addosso addirittura l’accusa di eresia e scisma. E in certe nostre collettività esse, qualche volta, sono con sollievo accompagnate alla porta e, una volta uscite, poi difficilmente tornano. Ma, anche quando si accostano nuovamente alle sacre soglie, non di rado ci trovano nel ruolo di minacciosi angeli cherubini, con spade ideologiche fiammeggianti, a sbarrare loro la via. Poi però, a volte, ci guardiamo intorno e ci accorgiamo che siamo sempre meno e sempre più anziani. Le nostre collettività sembrano stare trasformandosi, lo dico con un’espressione che riprendo dal titolo di un fortunato libro dello psicoanalista statunitense Bruno Bettelheim, in  fortezze vuote.
  Per una serie di circostanze favorevoli, io ho avuto in dono di poter vivere un’unione coniugale conforme alla corrente ideologia religiosa, sia quanto a stabilità sia quanto a dinamiche di coppia. Ma per professione mi occupo delle cose della società e, da pratico del diritto, raccolgo le narrazioni di tante vite che si sono dovute confrontare con altre condizioni. Capisco allora che la mia vita matrimoniale è stata un singolare privilegio di cui devo rendere grazie. E non ho cuore di chiudere la porta in faccia a tutti coloro che non l’hanno avuto. Così, le nuove idee che sento correre anche in religione su questi temi, in particolare ora anche tra i nostri capi religiosi, mi coinvolgono molto.
 Molti dei problemi che in religione, in materia di matrimonio, osserviamo, e non di rado subiamo con dolore,  derivano da una teologia normativa che è stata ideata da maschi celibi, da persone che, quindi, parlano e scrivono di matrimonio per sentito dire e da un’ottica piuttosto sessista. Per la prima volta quest’anno, ho sentito dire nella cerchia dei nostri più autorevoli capi religiosi che le teologhe, che nelle nostre collettività di fede sono state ammesse alla formazione specialistica a partire dagli scorsi anni ’70, potranno fare gran bene in questo campo. Ne convengo.
 Un primo elemento critico dell’ideologia religiosa corrente sul matrimonio è infatti la posizione della donna nell’unione coniugale.
 Dopo che, nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporanea Gaudium et spes (=la gioia e la speranza), nel capitolo dedicato  alla dignità del matrimonio e sua valorizzazione (n.47-52), si è  stabilita la norma che, in religione,  il matrimonio è una alleanza basata sull’amore e sulla uguale dignità dell’uomo e della donna:
L’intima comunità di vita e d’amore coniugale fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie,  è stabilita dall’alleanza dei coniugi, vale a dire dall'irrevocabile consenso personale [n.48].
[…]
E così l’uomo e la donna, che per l’alleanza coniugale “non sono più due, ma una sola carne” (Mt 19,6), prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l’intima unione delle persona e delle attività, sperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono [n.48].
[…]
Anche molti nostri contemporanei annettono un grande valore al vero amore tra marito e moglie, che si manifesta in espressioni diverse a seconda dei sani costumi dei popoli e dei tempi. Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà, quell’amore abbraccia il bene di tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale [n.49].
[…]
L’unità del matrimonio confermata dal Signore, appare in maniera lampante anche dalla uguale dignità personale che bisogna riconoscere sia all’uomo che alla donna nel mutuo e pieno amore [n.49].
gli studiosi si sono impegnati in un lavoro di rivisitazione ideologica della storia del nostro pensiero religioso, in particolare di quello scaturito dai nostri capi religiosi, suggerendo l’idea che l’attuale disciplina del matrimonio religioso corrisponda a quella di tutti i tempi della nostra fede. Per quanto certamente i fondamenti teologici delle norme oggi vigenti possano essere rintracciati anche nel pensiero più antico, bisognerebbe però riconoscere che quella dell’ultimo concilio ecumenico è un’ideologia fortemente innovativa rispetto al passato, anche piuttosto recente, e mi riferisco, ad esempio, alla disciplina del matrimonio religioso del 1917 che rimase vigente nel diritto canonico, il diritto della nostra collettività di fede, fino alla riforma del 1983, in cui la posizione del marito era uguale a quella della donna, ma solo  se non diversamente stabilito, del resto in linea con gran parte delle legislazioni vigenti all’epoca della promulgazione del codice di diritto canonico del 1917 le quali prevedevano, nel matrimonio, una potestà maritale  sulla donna. In quel codice era del tutto assente l’idea del matrimonio come patto ordinato al bene dei coniugi, quindi come alleanza d’amore. Si vedeva l’unione coniugale come finalizzata essenzialmente alla procreazione e secondariamente alla reciproca assistenza, una forma della quale consisteva nell’attività sessuale, vista prevalentemente, secondo l’ideologia all’epoca prevalente, in senso negativo come cedimento alla concupiscenza. Una volta dato il proprio consenso matrimoniale, la donna ne subiva irrevocabilmente tutti gli effetti, divenendo fattrice e oggetto sessuale. Le veniva garantita una posizione sociale, quella del marito. In questo la regola dell’indissolubilità matrimoniale la tutelava.  Del resto fino alla metà dell’Ottocento la maggior parte delle donne accettava questo ruolo. Successivamente le cose sono molto cambiate. Il risultato del processo di emancipazione femminile è piuttosto sensibile nell’ideologia religiosa sul matrimonio del Concilio Vaticano 2°. Ma si tratta di un fenomeno che non è ancora concluso. Quindi è prevedibile che la linea conciliare sul matrimonio sia suscettibile di ulteriori sviluppi, come del resto è naturale per ciò che riguarda norme inserite in una Costituzione pastorale che si proponeva un aggiornamento in relazione agli sviluppi sociali del mondo contemporaneo (la società degli anni Sessanta). La società è ulteriormente mutata, dagli scorsi anni Sessanta e si sente la necessità di ulteriori riforme, essendo l’aggiornamento, per sua natura,  necessariamente un processo e mai un punto di arrivo.
 Ma nelle nostre collettività religiose si assiste talvolta a un processo in controtendenza, a moti reazionari. E ciò in particolare per ciò che riguarda la posizione delle donne. E questo meraviglia, tenendo conto del processo di marcata  femminilizzazione delle nostre collettività religiose che si è prodotto dall’Ottocento, in particolare in corrispondenza della nuova teologia mariana fondata su apparizioni soprannaturali. In passato un gregge in maggioranza femminile appariva più docile, più mansueto, a un ceto di pastori interamente maschile, ed effettivamente lo era. La situazione potrebbe cambiare se alla componente femminile delle nostre collettività religiose venisse riconosciuta, in religione, la posizione che si è conquistata nella società civile. Dobbiamo però aspettarci che un risultato simile possa prodursi solo a seguito di un moto di rivendicazione, analogo a quello manifestatosi nella società civile. Lo sviluppo di una teologia al femminile potrà senz’altro cooperare per rendere meno traumatico il cambiamento di mentalità, che fatica a imporsi in una società religiosa ancora in fondo dominata dai maschi, e in prevalenza da maschi celibi. Tutto questo finirà inevitabilmente per riflettersi nell’ideologia religiosa concernente il matrimonio. I laici coniugati potranno contribuire alla riflessione comune portando un contributo di esperienza, di pratica dell’unione coniugale, fino ad oggi piuttosto sottovalutato in teologia. Alcune affermazioni teologiche riguardanti il matrimonio appaiono piuttosto staccate dall’esperienza coniugale effettiva, praticata,  sul campo,  e tanto protese verso supposte altezze ideali da apparire a volte un po’, come si dice,  campate in aria.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli