Buonasera
“Fratelli
e sorelle buonasera. Voi sapete che il dovere del Conclave è di dare un Vescovo
a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla
fine del mondo. Ma siamo qui... Vi ringrazio dell'accoglienza, alla comunità
diocesana di Roma, al suo Vescovo, grazie. E prima di tutto vorrei fare una
preghiera per il nostro Vescovo emerito Benedetto 16°. Preghiamo tutti insieme
per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca”
[Recita il Padre nostro, l'Ave Maria e il Gloria al Padre].
“E
adesso - ha proseguito - incominciamo questo cammino, Vescovo e popolo, questo cammino
della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità a tutte le chiese.
Un cammino di fratellanza, di amore e di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per
noi, l'uno per l'altro, preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande
fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo (mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente)
sia fruttuoso per la evangelizzazione di questa sempre bella città.
Adesso vorrei
dare la benedizione, ma prima vi chiedo un favore. Prima che il Vescovo
benedica il popolo io vi chiedo che voi pregate il Signore perché mi benedica:
la preghiera del popolo chiedendo la benedizione per il suo Vescovo. Facciamo
in silenzio questa preghiera di voi su di me”.
[in silenzio e a capo chino attende la benedizione della
folla convenuta in piazza San Pietro]
“Adesso
darò la benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e donne di
buona volontà”.
[benedice la folla, usando la lingua latina, e concede l’indulgenza
plenaria]
“Grazie
tante dell'accoglienza. Pregate per me e a presto, ci vediamo presto. Domani
voglio andare a pregare la Madonna perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon
riposo”.
[parole pronunciate da papa Francesco, il 13 marzo 2013,
la sera in cui, dopo la sua elezione al pontificato, si presentò alla folla dei
fedeli raccolta in piazza San Pietro]
Ieri sera, con alcuni vecchi amici della FUCI,
abbiamo ragionato sulle novità portate dall’anno scorso dal nostro nuovo
vescovo e padre universale, che oggi compie gli anni.
Innanzi tutto il linguaggio. Usa un linguaggio
comune con il quale intende esprimere la massima apertura. “Buonasera”, ha detto presentandosi, e non, come forse i suoi
predecessori avrebbero fatto “Sia lodato
Gesù Cristo”. Il linguaggio
esplicitamente religioso segna spesso una divisione tra la gente di fede e l’altra.
Usare il linguaggio comune, della vita di tutti i giorni, significa voler andare verso quest’ultima, volere farsi
intendere anche da essa.
Ha ripreso l’espressione del teologo Karl
Rahner “Chiesa in uscita”, per
intendere che bisogna andare fuori delle nostre chiese per cercare la gente, e
non stare nell’ovile a pettinare le pecore che vi sono rimaste. Di solito siamo
portati a pensare che, secondo la parabola evangelica, novantanove pecore siano
rimaste nell’ovile e ce ne sia una fuori, persa, ma, in realtà, possiamo
pensare che stia accadendo l’esatto contrario.
Riferendosi a certe abitudini ha detto che gli fanno schifo. Anche questo è
linguaggio comune, con il quale si può essere intesi fuori, dalla gente che non ha dimestichezza con l’ecclesialese il sofisticato gergo che
usiamo quando ci si incontra tra addetti ai lavori nelle nostre collettività di
fede.
Sta sconcertando i teologi, che si sentono un
po’ messi da parte, perché si chiedono loro cambiamenti di mentalità e di
impostazione che faticano a recepire. Non c’è tempo per i loro finissimi
ragionamenti, quando là fuori c’è il macello e allora bisogna organizzarsi
come un ospedale da campo. Per quest’ultima
espressione è stato aspramente ripreso su un giornale italiano da uno di coloro
che definiamo atei devoti, persone
che si definiscono non credenti ma che si dicono affascinati dal sistema di
potere, dall’ideologia e dalle spettacolari liturgie della nostra confessione
religiosa. Ma non vuole cambiare questo stile, che ha costruito in Sud America,
molto lontano dalla nostra cultura di europei occidentali, a contatto con la
gente di laggiù. Ha ribattuto che, giunto alla sua età, non cambierà stile.
Il nostro nuovo vescovo ha innescato un moto
di riforma, spiazzando molti. Parallelamente ha iniziato una pressante,
quotidiana, catechesi anche qui innovando molto, in particolare insegnando a
pregare in modo semplice, col cuore, senza limitarsi a memorizzare e ripetere
formule, in un modo che è alla portata di tutti e che scaturisce dalla vita
personale di ciascuno.
Ha reso visibile le novità della sua
impostazioni rimanendo a vivere in albergo, invece che nel principesco
appartamento dove avevano vissuto i suoi predecessori, nella piccola città
fortezza, arroccata dietro formidabili bastioni che storicamente hanno
resistito a tanti assedi militari e non, dove egli è giuridicamente monarca
assoluto.
Incontra molte e accanite resistenze nel suo
ministero e si dice che c’è chi non gli augura lunga vita. Improntando la sua
azione alla dimensione dell’apertura
ha rimesso in moto forze che era da lungo tempo come congelate. Sta cercando di
superare problemi della pratica delle nostre collettività che sembravano
insolubili. Ma si propone di farlo senza cambiare la dottrina comune. Ritiene
che si possa farlo. Ad esempio nell’accogliere veramente nelle nostre
collettività coloro che hanno avuto problemi nelle loro vicende matrimoniali e
ora, nonostante si proclami di non volerli escludere, vivono come da
scomunicati, per i tanti divieti che subiscono.
Tanti auguri, papa Francesco!
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San
Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli