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Blog al servizio dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia San Clemente papa, in Roma, Monte Sacro, Valli
mercoledì 31 dicembre 2014
Felice Anno Nuovo a tutti i lettori dal gruppo parrocchiale AC San Clemente papa - Roma
Elementi critici della ideologia religiosa corrente sul matrimonio (2)
Elementi
critici della ideologia religiosa corrente sul matrimonio (2)
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria
moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione
illegittima, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette
adulterio [Mt
5,31-32].
Allora gli si avvicinarono alcuni
farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “E’ lecito a un uomo ripudiare
la propria moglie per qualsiasi motivo?”. Egli rispose: “Non avete letto che il
Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo
lascerà il padre le la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una
sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida
quello che Dio ha congiunto”. Gli domandarono: “Perché allora Mosè ha ordinato
di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?”. Ripose loro: “Per la durezza del
vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli: all’inizio però
non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso
di unione illegittima, e ne sposa un’altra commette adulterio.
Gli dissero i suoi discepoli: “Se questa è la
situazione dell’uomo rispetto alla
donna, non conviene sposarsi”. Egli rispose loro: “Non tutti capiscono questa
parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che
sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi
tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno
dei cieli. Chi può capire, capisca. [Mt 19,3-12]
Alcuni farisei si avvicinarono e, per
metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la
propria moglie. Ma egli rispose loro: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. Dissero:
“Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”. Gesù disse
loro: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse pe vi questa norma. Ma
dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina, per questo l’uomo
lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una
carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida
quello che Dio ha congiunto”.
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo
su questo argomento. E disse loro: “Chi ripudia la moglie e ne sposa un’altra,
commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un
altro, commette adulterio”. [Mc 10, 2-12]
Chiunque ripudia la propria moglie e ne
sposa un’altra, commette adulterio; chi sposa una donna ripudiata al marito,
commette adulterio. [Lc
16,18]
[Citazioni
dai Vangeli secondo Matteo, secondo Marco e secondo Luca, dalla traduzione
ufficiale della Bibbia della CEI del 2008]
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L’intima comunità di vita e d’amore
coniugale, fondata al Creatore e strutturata con leggi proprie è stabilita
dall’alleanza dei coniugi, vale a dire dall’irrevocabile consenso personale. E
così, è dall’atto umano col quale i coniugi si danno e si ricevono, che nasce,
davanti alla società, l’istituzione del matrimonio, che ha stabilità per ordine
divino. In vista del bene dei coniugi, della prole e anche della società,
questo legame sacro non dipende dall’arbitrio dell’uomo.
[…]
Questa intima unione, in quanto mutua
donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà
dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità.
[…]
L’autentico amore coniugale è assunto
dall’amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo
e dalla azione salvifica della Chiesa, perché i coniugi in maniera efficace
siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nello svolgimento della
sublime missione di padre e di madre Per questo motivo i coniugi cristiani sono
fortificati e quasi consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la
dignità del loro stato.
[n.48]
[…]
Quest’amore, ratificato da un impegno
mutuo e soprattutto consacrato da un sacramento di Cristo, resta
indissolubilmente fedele nella prospera e cattiva sorte, sul piano del corpo e
dello spirito, di conseguenza esclude ogni adulterio e ogni divorzio [n.49]
[dalla
Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes (=la gioia e la
speranza), del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)]
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L'uomo immagine di Dio
Amore
11. Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza (cfr. Gen 1,26s):
chiamandolo all'esistenza per amore, l'ha chiamato nello stesso tempo
all'amore.
Dio è amore (1Gv 4,8) e vive in se stesso un mistero di comunione personale
d'amore. Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell'essere,
Dio iscrive nell'umanità dell'uomo e della donna la vocazione, e quindi la
capacità e la responsabilità dell'amore e della comunione (cfr. «Gaudium et
Spes», 12). L'amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni
essere umano.
In quanto spirito incarnato, cioè anima che si esprime nel corpo e corpo
informato da uno spirito immortale, l'uomo è chiamato all'amore in questa sua
totalità unificata. L'amore abbraccia anche il corpo umano e il corpo è reso
partecipe dell'amore spirituale.
La Rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la
vocazione della persona umana, nella sua interezza, all'amore: il Matrimonio e
la Verginità. Sia l'uno che l'altra nella forma loro propria, sono una
concretizzazione della verità più profonda dell'uomo, del suo «essere ad
immagine di Dio».
Di conseguenza la sessualità, mediante la quale l'uomo e la donna si donano
l'uno all'altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto
qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l'intimo nucleo della persona
umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano, solo se è parte
integrale dell'amore con cui l'uomo e la donna si impegnano totalmente l'uno
verso l'altra fino alla morte. La donazione fisica totale sarebbe menzogna se
non fosse segno e frutto della donazione personale totale, nella quale tutta la
persona, anche nella sua dimensione temporale, è presente: se la persona si
riservasse qualcosa o la possibilità di decidere altrimenti per il futuro, già
per questo essa non si donerebbe totalmente.
Questa totalità, richiesta dall'amore coniugale, corrisponde anche alle
esigenze di una fecondità responsabile, la quale, volta come è a generare un
essere umano, supera per sua natura l'ordine puramente biologico, ed investe un
insieme di valori personali, per la cui armoniosa crescita è necessario il
perdurante e concorde contributo di entrambi i genitori.
Il «luogo» unico, che rende possibile questa donazione secondo l'intera sua
verità, è il matrimonio, ossia il patto di amore coniugale o scelta cosciente e
libera, con la quale l'uomo e la donna accolgono l'intima comunità di vita e
d'amore, voluta da Dio stesso (cfr. «Gaudium et Spes», 48), che solo in questa
luce manifesta il suo vero significato. L'istituzione matrimoniale non è una
indebita ingerenza della società o dell'autorità, ne l'imposizione estrinseca
di una forma, ma esigenza interiore del patto d'amore coniugale che
pubblicamente si afferma come unico ed esclusivo perché sia vissuta così la
piena fedeltà al disegno di Dio Creatore. Questa fedeltà, lungi dal mortificare
la libertà della persona, la pone al sicuro da ogni soggettivismo e
relativismo, la fa partecipe della Sapienza creatrice.
[Dall’esortazione
apostolica Familiaris consortio (=la
famiglia), del papa Giovanni Paolo 2°, diffusa il 22-11-81
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Can. 1055 - §1. Il patto matrimoniale con cui l'uomo e la
donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura
ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole, tra
i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento.
§2. Pertanto tra i battezzati non può sussistere un valido
contratto matrimoniale, che non sia per ciò stesso sacramento.
Can. 1056 - Le proprietà essenziali del matrimonio sono
l'unità e l'indissolubilità, che nel matrimonio cristiano conseguono una
peculiare stabilità in ragione del sacramento.
Can. 1057 - §1. L'atto che costituisce il matrimonio è il
consenso delle parti manifestato legittimamente tra persone giuridicamente
abili; esso non può essere supplito da nessuna potestà umana.
§2. Il consenso matrimoniale è l'atto della volontà con cui
l'uomo e la donna, con patto irrevocabile, dànno e accettano reciprocamente se
stessi per costituire il matrimonio.
[dal Codice di diritto
canonico promulgato il 25-1-83 dal papa Giovanni Paolo 2°, con la Costituzione
apostolica Sacrae Disciplinae Leges (=le
leggi della sacra disciplina]
1.Matrimonio-atto e matrimonio-rapporto
L’insegnamento
costante dei nostri capi religiosi
sull’indissolubilità del matrimonio religioso è molto chiaro, risalente alle
nostre collettività religiose delle origini, quindi ad una tradizione molto
antica, ed ha fondamenta bibliche, e in
particolari neotestamentarie. Ho sopra trascritto i brani evangelici, con detti
del Maestro, che vengono di solito citati sul tema dell’indissolubilità
matrimoniale. Ho anche riportato brani della Costituzione pastorale sulla
Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et
spes (=la gioia e la speranza), dell’esortazione apostolica Familiaris consortio (=la famiglia) e
del Codice diritto canonico che ne trattano e ne forniscono la spiegazione
religiosa.
Rilevo che la disciplina giuridica del
matrimonio di impronta religiosa, come contratto consensuale indissolubile dal
quale discendono determinati effetti, in particolare doveri irrevocabili,
risale al Sesto Secolo, mentre il riconoscimento del matrimonio come sacramento
risale al Concilio di Firenze del 1439. Ciò ha determinato una particolare
concentrazione della teologia sacramentale sul momento costitutivo del
sacramento del matrimonio, quindi sul matrimonio-atto, secondo la più antica
impostazione giuridica (per altro certamente influenzata a sua volta dal
pensiero religioso). Infatti, in religione, si ritiene che, una volta espresso
validamente il consenso reciproco sul patto matrimoniale nell’atto-contratto
formale di matrimonio, la successiva volontà dei coniugi, anche consensuale, sia del
tutto ininfluente sul permanere del vincolo insieme sacramentale e giuridico.
L’attività del complesso apparato giurisdizionale, che nelle nostre
collettività religiose è stato organizzato sul modello di quello degli stati
fruendo degli spazi di autonomia garantiti dall’ordinamento costituzionale
italiano, ha contribuito a rafforzare e dettagliare questo orientamento facendo
riferimento, secondo le consuetudini giudiziarie, a un gran numero di casi
concreti, ma anche, come sempre accade nell’attività di interpretazione
giudiziaria, a venire incontro, nei limiti del possibile, a esigenze di
giustizia emergenti dalle parti in causa. Ciò è avvenuto, però, senza farsi lecito di
uscire dall’ideologia giuridica di impronta religiosa tutta concentrata
sull’atto costitutivo del vincolo sacramentale e giuridico, quindi sul
matrimonio-atto. Accade quindi che venga dichiarata la nullità di matrimoni
religiosi nonostante una prolungata convivenza dopo il matrimonio-atto,
addirittura oltre i dieci anni ed anche in presenza di figli, come era accaduto
nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione nella sentenza più avanti citata.
Va ricordato che, prima della riforma del diritto di famiglia del 1975, la
dichiarazione di nullità del matrimonio non comportava, per il coniuge alla
quale la nullità fosse imputabile, l’obbligo di versare periodicamente delle
somme all’altro coniuge a titoli di alimenti,
per aiutarlo nel caso non disponesse di
mezzi di sostentamento. Ciò rendeva il regime della nullità matrimoniale più
favorevole economicamente per il coniuge che disponeva di maggiori mezzi
economici, in genere il marito, rispetto a quello della separazione, che
prevedeva l’obbligo di versare un assegno di mantenimento, per consentire al
coniuge più debole, in genere la moglie, di mantenere
la condizione economica di cui
godeva in famiglia a seguito del matrimonio.
Nel diritto civile della Repubblica italiana
si è data invece sempre più importanza al matrimonio-rapporto (inteso come vincolo rafforzato da un periodo di esperienza matrimoniale,
in cui sia perdurante la volontà di vivere insieme in un nucleo caratterizzato
da diritti e doveri),
e, in particolare, alle concrete dinamiche della convivenza matrimoniale (concetto più esteso della
semplice coabitazione). Si è ritenuto in particolare, con la sentenza delle
Sezioni Unite della Corte di Cassazione
(il più importante collegio di giudici Repubblica) numero 16.379 del 17-7-14,
che la rilevanza del matrimonio-rapporto sia talmente grande nel nostro
ordinamento civile da costituire principio di ordine pubblico, quindi caratteristica essenziale dell’istituto
matrimoniale secondo la Costituzione e le leggi fondamentali della Repubblica,
tanto da affermare il principio di diritto che debba essere negata la
dichiarazione di efficacia nella Repubblica di dichiarazione di nullità matrimoniale
pronunciate da tribunale ecclesiastici nonostante che dopo la celebrazione del
matrimonio i coniugi abbiano convissuto al
modo di coniugi per oltre tre anni. Infatti, il particolare rilievo dato al
momento costitutivo del vincolo matrimoniale/sacramentale, porta il pensiero
giuridico ecclesiastico a negare la rilevanza della volontà dei coniugi
espressa in corso di rapporto sia in senso negativo, per sciogliere i vincolo,
sia in senso positivo, per sanare un iniziale vizio del consenso confermando
nei fatti, con la convivenza al modo di coniugi, la volontà di vivere da
coniugi cristiani. La disciplina
dell’ordinamento matrimoniale della Repubblica italiana è diversa e prevede
che, dopo un certo periodo di convivenza al modo di coniugi non possa più essere chiesta la dichiarazione
di nullità del matrimonio. Per questa via, già prima della riforma del diritto
di famiglia realizzata nel 1975 si dava rilevanza al matrimonio- rapporto, pur
non giungendo ad affermare che un’unione coniugale potesse costituirsi per via
di fatto, a prescindere da un atto formale di celebrazione di matrimonio.
Questo orientamento è stato poi determinante nell’introduzione in Italia dell’istituto
del divorzio, che per quanto riguarda il matrimonio religioso con effetti
civili si presenta come cessazione degli effetti civili del matrimonio
religioso, nel 1970, disciplina che ha superato, nel 1974, il vaglio di un
referendum, nel quale la posizione contraria all’abrogazione della legge sul
divorzio riportò il 59% dei consensi popolari (deve ritenersi comprendenti
anche in larga misura voti dell’elettorato cattolico). Il divorzio si presenta
infatti come soluzioni per problemi insorti nel corso del matrimonio rapporto.
Il medesimo orientamento poi ha inciso in diverse disposizioni della legge di
riforma del diritto di famiglia del 1975 e, in particolare, in quelle che hanno
allungato il tempo di convivenza richiesto perché non sia più proponibile una
domanda di annullamento del matrimonio. E, in epoca più recente, ha portato i
giudici italiani, in particolare la Corte Costituzionale, il giudice delle
leggi, e la Corte di Cassazione, il giudice che vaglia la corretta
interpretazione delle norme giuridiche da parte degli altri giudici, a
distinguere anche nella norma costituzionale dedicata al matrimonio e alla
famiglia
Art.29. La Repubblica riconosce i
diritti della famiglia come società
naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è
ordinata sulla eguaglianza morale e
giuridica dei coniugi, con i limiti stabili dalla legge a garanzia dell’unità
familiare.
un
distinto riferimento al matrimonio-atto (in relazione al matrimonio come atto
fondante della famiglia) e al matrimonio-rapporto (in relazione alla famiglia
come società naturale e all’ordinamento egualitario tra i coniugi), con analoga rilevanza.
Questo distinto rilievo del matrimonio
rapporto è ritenuto di grande importanza, in quanto lo si collega a
disposizioni costituzionali che hanno natura di principi costituzionali supremi,
come tali inderogabili anche dallo stesso legislatore costituzionale, e, in
particolare al principio personalistico (di
derivazione dal pensiero sociale cristiano) di cui si tratta nell’art.2 della
Costituzione, dove vengono riconosciuti come inviolabili
i diritti degli esseri umani nelle formazioni
sociali in cui si svolge la loro personalità: la famiglia è considerata
appunto una delle principali di tali formazioni sociali. Come insegnato dalla Corte Costituzionale in una sentenza del
2008:
La Costituzione
non giustifica una concezione della famiglia nemica delle persone e dei loro
diritti (...). E proprio da tale ultima disposizione l'art. 2 della
Costituzione, appunto, conformemente a quello che è stato definito il principio
personalistico che essa proclama, risulta che il valore delle "formazioni
sociali", tra le quali eminentemente la famiglia, è nel fine a esse
assegnato, di permettere e anzi promuovere lo svolgimento della personalità
degli esseri umani" [citazione dalla
sentenza della Corte costituzionale n. 494 del 2002].
Ma la medesima grande rilevanza viene data al
matrimonio-rapporto anche in documenti normativi di carattere internazionale
che applicano i principi umanitari espressi dalla Dichiarazione universale dei
diritti umani approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1948, e
precisamente nell’art. 8, paragrafo 1, della Convenzione Europea dei diritti
dell'uomo e delle libertà fondamentali e nell’art. 7 della Carta dei diritti
fondamentali dell'Unione Europea, norme che hanno vigore nel nostro ordinamento
e vincolano la Repubblica Italiana alla loro osservanza.
Questo, della rilevanza del
matrimonio-rapporto, è attualmente uno degli elementi critici della ideologia
religiosa corrente sul matrimonio, in quanto le concezioni di quest’ultima, in
particolare quelle espresse dai giudici ecclesiastici, contrastano con principi
ritenuti supremi e inviolabili nel diritto della Repubblica Italiana, tanto che
i giudici di quest’ultima ritengono di non poterle recepire. Ma non si tratta
solo di questo, di una questione di contrasti giudiziari tra giudici operanti
in diversi ordinamenti. La scarsa rilevanza data al matrimonio-rapporto nelle
concezioni religiose riguardanti la stabilità del vincolo matrimoniale
contrasta ormai con un sentire comune diffuso anche nella gente di fede, che,
essendo espressione di principi umanitari definiti come supremi da importanti
norme di diritto internazionale e dalla nostra Costituzione, non può essere
sbrigativamente liquidato come peccaminoso in tutti i casi in cui si manifesta. E, infatti, come tale non è più considerato nemmeno dal magistero dei nostri
capi religiosi, che in merito si interrogano, come è avvenuto durante l’ultima
sessione, di quest’anno, del sinodo dei vescovi, convocato per discutere sulla vocazione e la missione della famiglia nella
Chiesa e nel mondo contemporano. Trascrivo, come esempio di questo
atteggiamento, alcuni passi della Lettera
ai vescovi della Chiesa cattolica circa la ricezione della Comunione
eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, diffusa nel 1994 dalla
Congregazione per la dottrina della fede:
2 […] una speciale attenzione meritano le
difficoltà e le sofferenze di quei fedeli che si trovano in situazioni
matrimoniali irregolari. I pastori
sono chiamati a far sentire la carità di Cristo e la materna vicinanza della
Chiesa; li accolgano con amore, esortandoli a confidare nella misericordia di
Dio, e suggerendo loro con prudenza e rispetto concreti cammini di
conversione e di partecipazione alla vita della comunità eccesiale.
[…]
6. Il fedele che convive abitualmente «more uxorio» con una persona che non
è la legittima moglie o il legittimo marito, non può accedere alla Comunione
eucaristica. Qualora egli lo giudicasse possibile, i pastori e i confessori,
date la gravità della materia e le esigenze del bene spirituale della
persona(10) e del bene comune della Chiesa, hanno il grave dovere di ammonirlo
che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della
Chiesa. Devono anche ricordare questa dottrina nell'insegnamento a tutti i
fedeli loro affidati.
Ciò non significa che la Chiesa non abbia a cuore la situazione di questi
fedeli, che, del resto, non sono affatto
esclusi dalla comunione ecclesiale. Essa si preoccupa di accompagnarli
pastoralmente e di invitarli a partecipare alla vita ecclesiale nella misura in
cui ciò è compatibile con le disposizioni del diritto divino, sulle quali la
Chiesa non possiede alcun potere di dispensa. D'altra parte, è necessario
illuminare i fedeli interessati affinché non ritengano che la loro
partecipazione alla vita della Chiesa sia esclusivamente ridotta alla questione
della recezione dell'Eucaristia. I fedeli devono essere aiutati ad approfondire
la loro comprensione del valore della partecipazione al sacrificio di Cristo nella
Messa, della comunione spirituale(13), della preghiera, della meditazione della
Parola di Dio, delle opere di carità e di giustizia.
Trascrivo di seguito anche alcuni passi del
documento di sintesi (denominato con parola latina Lineamenta) del risultato
delle riflessioni svolte nell’ultima sessione del sinodo dei vescovi, tenutasi nell’ottobre di quest’anno:
23. Con intima gioia e
profonda consolazione, la Chiesa guarda alle famiglie che restano fedeli agli
insegnamenti del Vangelo, ringraziandole e incoraggiandole per la testimonianza
che offrono. Grazie ad esse, infatti, è resa credibile la bellezza del
matrimonio indissolubile e fedele per sempre. Nella famiglia,«che si potrebbe
chiamare Chiesa domestica» (Lumen
Gentium, 11), matura la prima esperienza ecclesiale della comunione tra
persone, in cui si riflette, per grazia, il mistero della Santa Trinità.
«È qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il
perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la
preghiera e l’offerta della propria vita» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1657). La Santa Famiglia di
Nazaret ne è il modello mirabile, alla cui scuola noi «comprendiamo perché
dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del
Vangelo e diventare discepoli del Cristo» (Paolo VI, Discorso a Nazaret, 5 gennaio 1964). Il Vangelo della famiglia,
nutre pure quei semi che ancora attendono di maturare, e deve curare quegli
alberi che si sono inariditi e necessitano di non essere trascurati.
24. La Chiesa, in quanto
maestra sicura e madre premurosa, pur riconoscendo che per i battezzati non vi
è altro vincolo nuziale che quello sacramentale, e che ogni rottura di esso è
contro la volontà di Dio, è anche consapevole della fragilità di molti suoi
figli che faticano nel cammino della fede. «Pertanto, senza sminuire il valore
dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le
possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per
giorno. […] Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere
più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi
giorni senza fronteggiare importanti difficoltà. A tutti deve giungere la
consolazione e lo stimolo dell’amore salvifico di Dio, che opera
misteriosamente in ogni persona, al di là dei suoi difetti e delle sue cadute»
(Evangelii Gaudium, 44).
Gli orientamenti verso chi versa in
situazioni irregolari dal punto di vista della disciplina religiosa sul
matrimonio, improntati alla misericordia e alla non esclusione, divergono
marcatamente da quelli seguiti non molti decenni addietro, più o meno fino agli
scorsi anni Sessanta, quando, in un ambiente sociale che però a differenza di
oggi colpiva i divorziati con un giudizio negativo, i divorziati risposati
erano considerati pubblici peccatori
e duramente emarginati dalle nostre
collettività, quasi nella condizione di scomunicati.
2.La prassi nelle nostre collettività religiose
Per ciò che ho potuto constatare nelle
collettività religiose a cui partecipo e ho partecipate, in particolare nelle
parrocchie che ho avuto modo di frequentare, l’atteggiamento di misericordia
consigliato nella citata lettera della Congregazione per la dottrina della fede
è quello prevalente.
Devo rilevare tuttavia che persistono vari
pregiudizi sfavorevoli verso le persone che si trovano a vivere in situazioni
familiari che divergono da quella ritenuta ideale nella nostra dottrina
religiosa, che sono sentiti come umiliati da quelle persone. Ne sono vittime le
persone che vivono in famiglie basate su unioni di tipo coniugale non fondate
su un matrimonio religioso, che può mancare del tutto o essersi concluso come
effettiva convivenza, siano esse persone che vivono al modo di coniugi o i
figli nati da tali unioni. In particolare si dà per scontato, senza verificare
nei fatti se ciò corrisponda a realtà che in tali famiglie si vivano rapporti
di amore imperfetti, nel senso di meno intensi e generosi di quelli che
caratterizzano le famiglie basate su matrimoni religiosi. C’è anche il
pregiudizio, vale a dire la convinzione a prescindere da ogni valutazione delle
concrete dinamiche familiari, che le famiglie con un solo genitori, per morte
dell’altro genitore, separazione dei coniugi o dei genitori che vivevano come
coniugi pur non essendo legati da matrimonio, divorzio o dichiarazione di
nullità di un matrimonio, siano meno valide a crescere i figli di quelle fondata
su matrimoni religiosi in cui i coniugi abbiano persistito nella convivenza. La
dottrina religiosa sull’indissolubilità matrimoniale non ci impone di seguire
questi pregiudizi.
La discussione in collettività religiose su
questi temi presenta dei rischi specifici. Infatti l’esprimersi a favore di una
maggiore rilevanza del tema del matrimonio-rapporto può essere considerato
addirittura come un indizio della esclusione
della indissolubilità del vincolo matrimoniale ed essere posta a base di una
domanda di dichiarazione di nullità del matrimonio religioso davanti al giudice
ecclesiastico.
La scarsa rilevanza
delle concrete dinamiche dei rapporti coniugali nelle concezioni religiose sul
matrimonio è difficile da spiegare nella
formazione religiosa. Rimane l’idea che, in sede soprannaturale, sia stabilito
una sorta di ufficio dello stato civile in cui vengono registrati i matrimoni
religiosi e che tale ufficio sia del tutto insensibile, per partito preso, alla volontà dei coniugi, anche consensuale,
dopo la celebrazione dell’atto di matrimonio. Non è facile spiegare perché,
dopo aver definito la famiglia come società
naturale, si tenga così poco conto della naturalità del rapporto
coniugale, quindi delle concrete dinamiche dell’amore, che nei casi specifici
possono superare la possibilità di dominio delle persone. Di fatto, anche i
matrimoni religiosi falliscono e in sede religiosa se ne prende atto,
ammettendo l’istituto della separazione personale dei coniugi. Pretendere che
una persona, pur osservando gli obblighi di assistenza familiari previsti dalle
leggi civili, rinunci all’esperienza coniugale con altre persone è sentito ai
tempi nostri come una concezione della
famiglia nemica delle persone e dei loro diritti, nel senso inteso dalla
Corte Costituzionale nella sentenza che ho sopra citato.
Lasciando ai teologi
la riflessione se e come dare maggiore rilevanza al matrimonio-rapporto nel
matrimonio religioso e ai nostri capi religiosi le conseguenti decisioni, penso
che noi laici di fede possiamo contribuire a lenire gli aspetti critici della
nostra ideologia religiosa sul matrimonio che ho sopra ricordato evitando di
emarginare e umiliare chi si è trovato a vivere il fallimento del proprio
matrimonio e coloro che si trovano a vivere in famiglie basate su unioni al modo coniugale che
divergono dal modello previsto dalle leggi canoniche. E, innanzi tutto, non
lasciandoci trascinare da pregiudizi e partiti presi sulle loro famiglie e
accettando si ascoltarli in spirito di dialogo, per conoscere meglio loro e le
loro famiglie. Concludo scrivendo che noi laici, che non siamo pastori nel senso in cui ciò viene inteso nelle nostre collettività religiose, vale a dire titolari di una formale autorità religiosa sugli altri, dovremmo evitare di riferire tale atteggiamento a una nostra pretesa misericordia verso persone considerate come peccatrici, ciò che viene sentito come fortemente umiliante dai supposti beneficiari di tale sentimento, ma fare quello che va fatto semplicemente nello spirito del grande ideale dell'agàpe, il sentimento di amicizia analogo a quello che ci lega a coloro con i quali stiamo bene a tavola e che speriamo di vivere nella pienezza in ciò che chiamiamo banchetto celeste; atteggiamento amorevole che caratterizza fortemente le nostre convinzioni religiose e che è la cosa che più attira gli altri verso di noi, quando, nei nostri momenti migliori, riusciamo a metterlo in pratica.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma,
Monte Sacro, Valli
lunedì 29 dicembre 2014
Obbedienza
Obbedienza
A dar retta ai teorici dell'obbedienza e a certi tribunali
tedeschi, dell'assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma
Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto
perché non ha autore.
C'è un modo solo per
uscire da questo macabro gioco di parole. Avere il coraggio di dire ai giovani
che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma
la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né
davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l'unico
responsabile di tutto. A questo patto l'umanità potrà dire di aver avuto in
questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso
tecnico.
[da: Lorenzo Milani, Lettera ai giudici, 18 ottobre 1965]
Suonano ciclicamente appelli religiosi all’obbedienza
e alla docilità. Essi non riguardano i rapporti con le autorità civili, nei quali invece è raccomandata l’obiezione di coscienza, ma specificamente quelli con l’autorità
religiosa. Si parla in merito di cristiana
obbedienza. Ne troviamo menzione nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium (=luce per le genti), del Concilio Vaticano
2°, al n.37:
I laici, come tutti i fedeli, con cristiana obbedienza prontamente abbraccino ciò che i pastori,
quali rappresentati di Cristo, stabiliscono in nome del loro magistero e della
loro autorità nella Chiesa, seguendo in ciò l’esempio di Cristo, il quale con
la sua obbedienza fino alla morte ha aperto a tutti gli uomini la via beata dei
figli di Dio.
Talvolta l’appello all’obbedienza è rafforzato
menzionando la docilità. Leggiamo ad
esempio, quanto ai principi per la condotta di vita dei coniugi, nella Costituzione pastorale Gaudium et spes (=la gioia e la speranza) sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, approvata durante il medesimo concilio ecumenico, al n.50:
I coniugi sappiano di essere cooperatori dell'amore di Dio
Creatore e quasi suoi interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di
educarla; ciò deve essere considerato come missione loro propria.
E perciò adempiranno il loro dovere con umana
e cristiana responsabilità e, con docile
riverenza verso Dio, di comune accordo e con sforzo comune, si formeranno
un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello
dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno;
valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del
loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare,
della società temporale e della Chiesa stessa. Questo giudizio in ultima
analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi. Però nella loro
linea di condotta i coniugi cristiani siano consapevoli che non possono
procedere a loro arbitrio, ma devono sempre essere retti da una coscienza che
sia con forme alla legge divina stessa; e siano
docili al magistero della Chiesa, che interpreta in modo autentico quella
legge alla luce del Vangelo.
Eppure, bisogna riconoscere che se, nella
lunga storia della nostra confessione religiosa, si fosse stati meno obbedienti
e docili alle nostre autorità religiose forse si sarebbero potute evitare molte
efferate violenze e coercizioni delle quali, per altro dopo molte resistenze e
con molti dubbi, siamo arrivati a pentirci nel corso del Grande Giubileo dell’Anno
2000, sotto la guida del santo Karol Wojtyla, all’epoca regnante come papa
Giovanni Paolo 2°.
Insomma, anche all’interno delle nostre
collettività religiose è ancora attuale l’appello di Lorenzo Milani, lui stesso
sottoposto a gravi prove morali per questioni di obbedienza e docilità verso i
suoi superiori. Oggi vediamo chiaramente quale errore sia stato l’esiliare
quella grande anima in una delle più remote parrocchie toscane, quale
gravissimo danno abbia comportato per la nostra gente, quali potenzialità di
bene siano andate irragionevolmente sprecate. E tuttavia qualcosa, nella vicenda
del Milani, differì da altre analoghe che colpirono spiriti liberi delle nostre
collettività religiose, anche con crudeli violenze e la morte nei secoli
passati e, una volta strappata dalle mani dei nostri capi religiosi la scure
del boia, con la totale emarginazione. Egli poté infatti continuare ad esprimersi.
I tempi, infatti, erano cambiati. Egli svolse il suo ministero sacerdotale
negli anni dell’incubazione del Concilio Vaticano 2°, in quelli di quella
grande assise di saggi della nostra fede e in quelli dell’attuazione dei
principi conciliari. In questi anni cambiò il modo in cui si concepisce l’esercizio
dell’autorità religiosa e, in particolare, fu recepito il principio umanitario
della libertà di coscienza, trovandovi i fondamenti religiosi.
L’idea fondamentale è che, anche in religione,
l’esercizio dell’autorità debba essere rispettosa della dignità umana.
S legge, ad esempio, nella Costituzione
dogmatica Lumen Gentium, al n.37:
I pastori, da parte loro,
riconoscano e promuovano la dignità e la
responsabilità dei laici nella Chiesa e si servano volentieri del loro prudente
consiglio, con fiducia affidino loro degli uffici in servizio della Chiesa e
lascino loro libertà e margine di azione, anzi li incoraggino perché
intraprendano delle opere anche di propria iniziativa. Considerino attentamente
e con paterno affetto in Cristo le iniziative, le richieste e i desideri proposti
dai laici e, infine, rispettino e riconoscano quella giusta libertà, che a
tutti compete nella città terrestre.
Si tratta di un principio, che definisce spazi
di libertà dovuti al rispetto della dignità umana, che è applicato, con
riferimento al matrimonio, anche nel brano che ho sopra citato, tratto dalla Costituzione Gaudium et spes (n.50), e in cui si menziona pure la docilità:
I coniugi sappiano di essere cooperatori dell'amore di Dio
Creatore e quasi suoi interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di
educarla; ciò deve essere considerato come missione loro propria.
E perciò adempiranno
il loro dovere con umana e cristiana responsabilità e, con docile riverenza
verso Dio, di comune accordo e con
sforzo comune, si formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli,
tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le
condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di
vita; e, infine, tenendo conto del bene
della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa.
Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi.
Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi.
In materia, la novità portata dal Concilio
Vaticano 2°, rispetto alle prevalenti concezioni precedenti, è la presa di
coscienza, non parlerei di scoperta perché
la cosa è da sempre conosciuta in religione, che questo stile di esercizio dell’autorità corrisponde al modello incarnato
nel nostro primo Maestro e Signore. Trascrivo di seguito un passo della
dichiarazione Dignitatis Humanae (=sulla
dignità degli esseri umani), del Concilio Vaticano 2°, al quale si attribuisce
di soliti grandissima rilevanza (n.11)
Dio chiama gli esseri umani al suo
servizio in spirito e verità; per cui essi sono vincolati in coscienza a
rispondere alla loro vocazione, ma non coartati. Egli, infatti, ha riguardo
alla dignità della persona umana da lui creata, che deve godere di libertà e agire
con responsabilità. Ciò è apparso in grado sommo in Cristo Gesù, nel quale Dio
ha manifestato se stesso e le sue vie in modo perfetto. Infatti Cristo, che è
Maestro e Signore nostro, mite e umile di cuore, ha invitato e attratto i discepoli
pazientemente. Certo, ha sostenuto e confermato la sua predicazione con i
miracoli per suscitare e confortare la fede negli uditori, ma senza esercitare
su di essi alcuna coercizione. Ha pure rimproverato l’incredulità degli
uditori, lasciando però la punizione a Dio nel giorno dei giudizio.
Mi pare di aver capito, allora, che trattando
di obbedienza in religione, è sull’attributo di cristiana
che si dovrebbe sviluppare la riflessione. L’autorità in religione non è mai
tirannia, perché quest’ultima non può dirsi cristiana,
vale a dire improntata all’insegnamento e all’esempio del Maestro. E il fedele,
per quanto rispettoso verso l’autorità sacra, non è autorizzato a farsi da essa
tiranneggiare, perché in merito vale sempre il principio, ricordato anche dal
Milani, che si deve obbedire prima alla legge soprannaturale che agli uomini
(At 5,29). La dignità umana non è infatti solo un diritto, ma anche un dovere. E questo perché, subendo
passivamente un ordine tirannico, se ne diventa complici, come ricordava il
Milani.
Tutt’altro discorso è poi quello dei rapporti con gente che
pretenda di esercitare su di noi un’autorità religiosa al di fuori di ciò che
compete all’Ordine Sacro. Qui è del tutto fuori luogo tirare in ballo l’obbedienza
canonica e la docilità. E purtroppo, a fronte della saggezza e moderazione con
cui l’autorità religiosa viene in genere esercitata da coloro ai quali, secondo
le leggi della nostra collettività religiosa, essa compete, talvolta ci si
imbatte in leader di gruppi religiosi che, a vari livelli, pretendono
obbedienza e, non di rado, obbedienza cieca, senza avere altra legittimazione
che il loro carisma personale o il mandato ricevuto dalla fazione alla quale
appartengono. Francamente in questo caso non ho alcuno scrupolo di coscienza
nel respingere le loro pretese, in particolare quando, come accade, essi mi
scaraventino addosso una obsoleta ideologia reazionaria. Sono cose che
accadono, di questi tempi in cui nella nostra collettività religiosa è in atto
un marcato aggiustamento di rotta, con risvolti potenzialmente drammatici per
la reazione di coloro che sostenevano il precedente corso e che, ora, talvolta,
mentre reclamano obbedienza verso il basso, sembrano volersi sottrarre
disinvoltamente all’obbedienza verso l’alto. Personalmente sono piuttosto
insofferente verso queste dinamiche conflittuali e preferirei recuperare quella
dimensione di amicizia e cordialità che è spesso evocata nei documenti dell’ultimo
concilio ecumenico, come in questo passo
del Decreto conciliare Apostolicam
Actuositatem (= sull’apostolato [dei laici]):
Infatti, per promuovere lo spirito
di unione, affinché in tutto l’apostolato della Chiesa splenda la carità
fraterna, si raggiungano le comuni finalità e siano evitate dannose rivalità,
si richiede una stima vicendevole fra tutte le forme di apostolato nella Chiesa
e un conveniente coordinamento, nel rispetto della natura propria di ciascuna. (n.23)
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
domenica 28 dicembre 2014
Famiglie
Famiglie
1. Famiglia/famiglie
Nell’ultimo incontro del MEIC romano è stato
osservato che la famiglia è divenuta da isola arcipelago. La famiglia può
essere considerata isola nella sua
funzione di protezione dei suoi membri dal grande oceano sociale in cui
sono immersi. Se diviene arcipelago è perché diventano correnti diversi modelli
di famiglia. In religione questa metamorfosi è vista in genere come negativa
perché si ritiene che il modello familiare debba essere uno solo, quello che
troviamo tratteggiato, ad esempio, nei nostri catechismi e che rimanda al
magistero dei nostri capi religiosi. In realtà anche questo modello religioso
in concreto si articola in diverse interpretazioni, che tutte pretendono di
essere riconosciute come valide ed efficaci. Tra di esse può esserci una certa
tensione, quando si pensa che una o alcune siano da preferirsi ad altre. La
tensione è più marcata rispetto ad altri modelli correnti nella società, che
non si richiamano a principi religiosi.
2. Cellula originaria della società
L’antica tradizione del diritto romano
considerava la famiglia come la base della società e vivaio della politica.
Dalla famiglia uscivano i cittadini e in essa i giovani si formavano alla
partecipazione attiva al governo dello stato. Questa concezione è stata
recepita anche dalla nostra dottrina religiosa.
Il tema è trattato in moltissimi documenti del magistero e testi
teologici, ma possiamo fare riferimento, per tutti, alla formulazione che
troviamo nel Catechismo della Chiesa
Cattolica (1992-1997), al n. 2207,
inserito nel paragrafo 2° La famiglia e
la società, a sua volta compreso nell’articolo 4 Il Quarto Comandamento, del capitolo 2° “Amerai il prossimo come te stesso”, della Sezione 2° I Dieci Comandamenti, della
parte 3° La vita in Cristo (il
catechismo è stato costruito come un’opera sistematica, al modo di un codice
giuridico, per poter più facilmente rintracciare i principi di dottrina
specifici per ciascun caso della vita):
“La famiglia è la cellula originaria della società. E’ la società naturale in cui l’uomo e la
donna sono chiamati al dono di sé nell’amore e nel dono della vita. L’autorità,
la stabilità e la vita di relazione in seno alla famiglia costituiscono i
fondamenti della libertà, della sicurezza, della fraternità nell’ambito della
società. La famiglia è la comunità nella quale, fin dall’infanzia, si possono
apprendere i valori morali, si può incominciare ad onorare Dio e a fare buon
uso della libertà. La vita di famiglia è un’iniziazione alla vita nella
società”.
3. Concezioni religiose sulla famiglia
Nella concezione religiosa la famiglia ha anche significati specificamente
teologici, in quanto le relazioni del popolo dei fedeli con il soprannaturale
vengono presentate, su base biblica, come un’alleanza nuziale. E ciò con
particolare riferimento all’amore che lega il Maestro alla collettività che a
lui si richiama. Leggiamo ancora nel Catechismo della Chiesa cattolica,
nell’articolo 7 Il sacramento del
matrimonio, inserito nella Parte 2°La celebrazione del mistero cristiano:
n.1612: L’Alleanza nuziale tra Dio e il suo popolo Israele aveva preparato
l’Alleanza nuova ed eterna nella quale
il Figlio di Dio, incarnandosi e offrendo la propria vita, in certo modo ha
unito a sé tutta l’umanità da lui salvata, preparando così «le
nozze dell’Agnello».
[…]
n.1617: Tutta la vita cristiana porta il segno dell’amore sponsale di Cristo e
della Chiesa. Già il Battesimo, che introduce nel popolo di Dio, è mistero
nuziale: è per così dire, il lavacro di nozze, che precede il banchetto di
nozze, l’Eucaristia. Il Matrimonio cristiano diventa, a sua volta, segno
efficace, sacramento dell’Alleanza di Cristo e della Chiesa. Poiché ne
significa e ne comunica la grazia, il Matrimonio fra battezzati è un vero
sacramento della nuova alleanza [viene qui citato un deliberato del
Concilio di Trento, svoltosi nel Cinquecento, alla quale risale l’attuale
disciplina religiosa relativa al
matrimonio].
E fare di tutti i popoli della terra un’unica
famiglia viene presentato come un ideale anche religioso. Possiamo considerare,
ad esempio, questo testo della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo Gaudium et spes (=la
gioia e la speranza), approvato nel corso del Concilio Vaticano 2°:
Per questo il Concilio, testimoniando e proponendo la fede di tutto
intero il popolo di Dio riunito dal Cristo, non potrebbe dare una dimostrazione
più eloquente di solidarietà, di rispetto e d'amore verso l'intera famiglia
umana, dentro la quale è inserito, che instaurando con questa un dialogo sui
vari problemi sopra accennati, arrecando la luce che viene dal Vangelo, e
mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa,
sotto la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore. Si tratta di
salvare l'uomo, si tratta di edificare l'umana società. [dal n.3 del
Proemio]
O quest’altro testo, tratto dal medesimo
documento:
Iddio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che tutti gli uomini
formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli. Tutti,
infatti, creati ad immagine di Dio « che da un solo uomo ha prodotto l'intero
genere umano affinché popolasse tutta la terra » (At17,26), sono chiamati al
medesimo fine, che è Dio stesso. Perciò l'amor di Dio e del prossimo è il primo
e più grande comandamento. La sacra Scrittura, da parte sua, insegna che l'amor
di Dio non può essere disgiunto dall'amor del prossimo, «e tutti gli altri
precetti sono compendiati in questa frase: amerai il prossimo tuo come te
stesso. La pienezza perciò della legge è l'amore » (Rm13,9); (1Gv4,20).[dal
n.24 L’indole comunitaria dell’umana
vocazione nel piano di Dio, inserito nel capitolo 2° La comunità degli uomini].
La famiglia fondata sul matrimonio
sacramentale è anche considerata come primo nucleo della Chiesa:
E infine i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio,
col quale significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che
intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32), si aiutano a vicenda per
raggiungere la santità nella vita coniugale; accettando ed educando la prole
essi hanno così, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono
in mezzo al popolo di Dio. Da questa
missione, infatti, procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini
della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo diventano col
battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo popolo. In
questa che si potrebbe chiamare Chiesa
domestica, i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della
fede e secondare la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale.
[dalla Costituzione dogmatica
sulla Chiesa Lumen Gentium (=luce per
le genti), del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)].
In teologia è ritenuta particolarmente
significativa la Santa Famiglia di Gesù, Maria, e Giuseppe:
Cristo ha voluto nascere in seno alla santa Famiglia di Giuseppe e di
Maria. La Chiesa non è altro che la “famiglia di Dio”.
[dal Catechismo della Chiesa
cattolica, n.1655]
4. Famiglia e natura
Caricate di tutte queste attese, spesso le famiglie si ritengono
inadeguate e come tali vengono anche considerate. Insomma, la realtà finisce
con il deludere. Da un lato ci si sforza
di migliorarsi e dall’altro ci si sente oggetto di varie pressioni per
modificare i propri stili di vita secondo quello che in società di ritiene
preferibile. E’ difficile che, vivendo la famiglia, ci si limiti semplicemente
a lasciarsi andare, come accade quando
ci si abbandona ai moventi naturali,
come quando si respira, si mangia e si beve e ci si muove.
In effetto poi, quando in religione si parla
della famiglia come società naturale lo si fa in modo diverso
dalla filosofia e dall’antropologia. Semplificando, in teologia naturale significa secondo il disegno soprannaturale della
creazione. In altri ambiti invece il riferimento alla natura viene inteso nel
senso di una struttura biologica e di corrispondenti funzioni ed azioni che non
sono il prodotto dell’ingegno umano o delle dinamiche sociali, ma derivano
dalla lunghissima storia evolutiva degli organismi viventi e, come tali, sono
più difficilmente modificabili.
In genere, in società e anche in religione,
non si accetta di abbandonarsi in tutto ai moti naturali. Si pensa infatti che la civiltà abbia elevato gli esseri umani dalla loro condizione
semplicemente naturale, che li
accomuna agli altri esseri animati che vivono sulla terra, quelli che chiamiamo
animali per distinguerli dagli umani. Nelle nostre concezioni religiose
quest’idea assume un particolare aspetto, nel senso che in teologia riteniamo
che la natura sia decaduta e non risponda all’originario
disegno creatore. Questo pensiero è sintetizzato molto efficacemente, con
specifico riferimento al matrimonio, nel Catechismo della Chiesa cattolica:
n.1606. Ogni uomo fa l’esperienza del male, attorno a sé e in se stesso. Questa
esperienza si fa sentire anche nelle relazioni fra l’uomo e la donna. Da sempre
la loro unione è stata minacciata dalla discordia, dallo spirito di dominio,
dall’infedeltà, alla gelosia e dai conflitti che possono arrivare fino all’odio
e alla rottura. Questo disordine può manifestarsi in modo più o meno acuto, e
può essere più o meno superato, secondo le culture, le epoche, gli individui,
ma sembra proprio avere un carattere universale.
n.1607. Secondo la fede questo disordine che noi constatiamo con dolore, non
deriva dalla natura dell’uomo e
della donna, né dalla natura delle loro relazioni, ma dal peccato. Rottura con Dio, il primo peccato, ha come prima
conseguenza la relazione originale dell’uomo e della donna. […]
Quindi, mentre nelle scienze umane, in particolare nell’antropologia, si
vede la civilizzazione come un processo in progredire che ha portato l’umanità
da una condizione simile a quella degli animali a quella che si ritiene propria
degli esseri umani, in religione il progresso viene visto come un ritorno a una originaria condizione ideale, infranta
dalla violazione della legge soprannaturale, quindi come un rialzarsi dopo una caduta.
In ambito non religioso, in particolare a partire dagli scorsi anni ’60, il richiamo alla natura è stato anche concepito in funzione di liberazione dalle
costrizioni sociali, religiose e non, che
riguardano il matrimonio e la famiglia. La naturalità
delle unioni a carattere sessuale,
intesa come lasciarsi condurre in quelle relazioni dalle affinità psicologiche
e fisiologiche tra individui, preesistenti
alle norme sociali e indipendenti dagli influssi sociali, è stata vista come un
fattore di liberazione dall’oppressione sociale, in polemica in
particolare con le costrizioni a carattere religioso. Il libero amore viene contrapposto allora all’ordinamento sociale
riguardante la famiglia.
In qualche modo affine a questa concezione è
quella che, in religione, vede come base dell’unione coniugale il consenso libero
basato sull’amore e non, ad esempio, l’intesa tra le rispettive famiglie, come
storicamente accadeva nei matrimoni
combinati.
5. Influssi sociali sulla famiglia
La famiglia è stata sempre
molto importante nelle società umane e, specialmente in quelle del passato, ha
avuto anche una rilevanza politica. L’organizzazione tribale, basta su rapporti
di famiglia, è
stata infatti la prima organizzazione politica delle civiltà umane. Ancora oggi
le monarchie ereditarie si basano su rapporti di famiglia. E i costumi morali
di una società sono in larga misura riferiti alla famiglia. In conclusione, la
cultura di una società, come insieme dei costumi e delle concezioni in essa
correnti, sono in buona parte riferiti alla famiglia. Così, è considerato ancora molto importante, nel
giudizio che si dà su una persona, sapere come si comporta in famiglia. E le
norme sociali, quella morali e quelli propriamente giuridiche, si occupano
molto della famiglia. L’ordinamento della famiglia è stato sempre considerato
molto importante per la stabilità di una società e i gruppi sociali che hanno
storicamente dominato le società umane hanno cercato sempre di influire su di
esso. Questa influenza è stata particolarmente significativa in religione. In
Italia, il regime totalitario fascista, che ha dominato la nostra società dal
primo dopoguerra fino alla metà degli scorsi anni ’40 ha espresso una propria
marcata ideologia sulla famiglia, che ha limitato e, in parte, anche deformato
quella religiosa. In quell’epoca, infatti, le nostre collettività religiose
giunsero a un compromesso con quel regime, che ha lasciato tracce profonde
nella nostra cultura, in particolare nel campo della famiglia. E questo
nonostante che l’organizzazione dei nostri capi religiosi abbia chiaramente
avvertito il rischio dell’influenza totalitaria sull’ideologia riguardante la
famiglia e abbiano sempre cercato di mantenere uno spazio di autonomia.
Come è stato ricordato nell’ultimo incontro
del MEIC, l’ideologia fascista sulla famiglia era di tipo paternalistico e
autoritario: nella figura del marito/padre vedeva rappresentata l’autorità
dello stato. La moglie e i figli obbedivano al marito/padre e quest’ultimo
obbediva all'autorità, a sua volta accentrata, dello stato. La famiglia veniva
ad essere una articolazione dello stato e ad essere subordinata ai suoi
fini. Nel codice civile promulgato nel
1942, nell’ultima fase del regime fascista, e tuttora vigente, benché
modificato in molte norme per renderlo conforme ai nuovi principi
costituzionali repubblicani, era prevista una potestà maritale sulla moglie, analoga a quella patria sui figli. Il marito era definito come il capo della famiglia e la moglie
seguiva la sua condizione civile ed era obbligata a seguirla ovunque egli
ritenesse opportuno fissare la propria dimora. Il diritto di famiglia contenuto
in quel codice fu modificato solo nel 1975, all’esito di un processo in cui fu
fondamentale il progredire dell’emancipazione femminile nella società italiana
e a cui partecipò anche il pensiero sociale della nostra fede. Voglio dire che,
rispetto a quel processo, la posizione delle nostre collettività di fede non fu
solo reazionaria, anche se la componente reazionaria è stata sempre molto
sensibile. I testi che ho sopra citato, tratti da documenti normativi del
Concilio Vaticano 2° risalenti quindi alla metà degli scorsi anni Sessanta, lo
dimostrano chiaramente.
Nella Costituzione della Repubblica Italiana, all’art.29, 1°
comma, si legge:
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Con questa norma si volle
impedire un influsso sulla famiglia analogo a quello che il regime totalitario
fascista aveva preteso di esercitare e di fatto esercitato.
In esso si sente il richiamo alla concezione religiosa della nostra fede, della famiglia come società naturale.
Nondimeno l’espressione è priva di valenza religiosa e vuole solo
definire uno spazio di libertà da ingerenze esterne per ciò che riguarda le
questioni della famiglia. Quest’ultima, come ricordato nell’ultimo incontro del
MEIC viene considerata nella nostra Costituzione una delle principali formazioni sociali, nella quali si svolge (vale a dire si plasma e si
esprime) la personalità degli esseri umani, che sono protette da ingerenze esterne
pubbliche e private mediante l’attribuzione di diritti inviolabili. La norma costituzionale non riguarda solo la
protezione della famiglia da indebite ingerenze delle autorità della
Repubblica: essa riguarda ogni tipo di autorità che si voglia esercitare in
società sulla famiglia. Di ciò non
sempre si è ben consapevoli, specialmente in religione. Questo è un tema che
riguarda specificamente la libertà
religiosa, che la Costituzione della Repubblica prevede all’art.19. In
religione si tende a inquadrarlo prevalentemente come libertà delle nostre collettività religiose, ma in realtà i
principali problemi che si pongono oggi in Italia riguardano in questa materia sia il tema
della libertà nelle nostre collettività religiose, sia quello
della libertà dalla religione.
Problemi molto seri possono sorgere, e in
effetti talvolta sono sorti, per l’influsso sociale che le nostre autorità
religiose, organizzate secondo principi non solo non democratici ma
esplicitamente antidemocratici, pretendono ancora di avere in Italia, e non
sono sulle nostre collettività di fede. La Costituzione della Repubblica,
all’art.7, riconosce loro ampi spazi di autonomia. In particolare la Repubblica
si è negata ogni potere di ingerenza nell’organizzazione interna delle nostre
collettività di fede. Ma ha voluto anche respingere ogni analoga ingerenza
delle nostre autorità religiose sulla sua organizzazione politica e civile.
Questo significa l’espressione che “ Lo
Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e
sovrani”. In pratica le nostre autorità religiose hanno in
genere improntato la loro azione a criteri di saggezza e moderazione che hanno evitato conflitti ideologici duri come quelli che si
ebbero dopo l’Unità d’Italia e fino al compromesso con il regime fascista,
attuato nel 1920 con i Patti Lateranensi. In questo ha avuto un positivo influsso
l’azione politica e sociale del cattolicesimo democratico italiano, che dal
secondo dopoguerra è stato una componente fondamentale del nuovo regime
democratico repubblicano.
6. Il processo di trasformazione dei modelli di famiglia
Come ho ricordato, nell’ultimo incontro del
MEIC è stato osservato che è in atto un processo sociale di trasformazione dei
modelli di famiglia, che non si sa dove porterà. Accanto a modelli tradizionali di famiglia, tra i quali vi
è quello di tipo religioso basato sull’idea di un’alleanza stabile tra coniugi
fondata sulla fedeltà reciproca, ne vengono attuati diversi altri, alcuni
dei quali non prevedono più il requisito della diversità sessuale. In Europa,
il principio supremo di non
discriminazione lascia ampi spazi di
libertà sociale in questa materia.
I nostri capi religiosi considerano in genere
in modo negativo questa dinamica, ritenendo preferibile che vi sia nella
società un unico modello normativo di famiglia, quanto più possibile improntato
ai principi che vengono ritenuti fondamentali in religione. Ma, oltre a queste
resistenze, si colgono anche, in alcune componenti delle nostre collettività
religiose, delle tendenze reazionarie, che spingono per attuare, almeno tra le
persone di fede, modelli familiari improntati a principi superati nel corso del
Concilio Vaticano 2°.
Talvolta si sente dire, ad esempio, che
l’autorità in famiglia dovrebbe essere una prerogativa maschile, così come
l’attività lavorativa esterna. La donna nella famiglia dovrebbe essere il cuore
e, in definitiva, dedicarsi alla cura degli altri componenti, in particolare
della prole. E’ in definitiva il modello paternalistico, dove il fattore
decisivo dell’unità familiare è visto nell’obbedienza
all’autorità maritale/paterna. Ciò sarebbe conforme alla legge soprannaturale:
l’obbedienza al marito/padre sarebbe quindi anche manifestazione
dell’obbedienza al padre
soprannaturale.
Quest’ultima concezione mi pare diverga
marcatamente dalle norme che la nostra collettività religiosa si è data e
quindi, come persona di fede, non mi sento obbligato in coscienza a seguirla.
E’ ciò ho insegnato anche alle mie figlie. Non debbono sentirsi obbligate in
coscienza, per questioni religiose, a seguire una concezione
paternalistico/autoritaria della famiglia, particolarmente umiliante per le
donne.
In coscienza, posso dire che certe metamorfosi
dei modelli di famiglia non sono state negative. Sono state, anzi, un progresso
che ha beneficamente influito anche sulle concezioni religiose delle nostre
collettività di fede.
Del processo di trasformazione della famiglia
fa parte anche quello di emancipazione della donna. Ma in esso è coinvolta
anche una nuova concezione della dignità dei figli. Queste idee hanno trovato
eco anche in religione, come si può notare, ad esempio, nel Catechismo della Chiesa
cattolica, dove, al n. 2203, si legge,
del resto su base neotestamentaria, che i
membri della famiglia umana sono uguali
in dignità. In questa
concezione religiosa, le responsabilità, i diritti e i doveri dei membri della
famiglia trovano fondamento nel bene comune, così come deve accadere nella
società secondo la dottrina sociale.
Quello dello sviluppo della dignità umana
nella famiglia, in particolare di quella della donna, è una dinamica ancora in
atto. Di fatto, il modello di famiglia
consigliato in religione non è più, se ho ben capito, quello
paternalistico/autoritario che aveva avuto corso, ad esempio, in epoca
fascista, ma anche successivamente. I coniugi di fede ora condividono anche
l’esercizio dell’autorità familiare sui figli e tale autorità si cerca di
esercitare in modo da rispettare la dignità dei figli: non si trova in ciò
alcun impedimento da parte di precetti religiosi. E il matrimonio concepito
come alleanza tra i coniugi non
comporta la sottomissione di uno di loro all’autorità dell’altro, per cui, ad
esempio, si possa, ai tempi nostri (!),
dire che il marito è il capo della
moglie, espressione di un testo di San Paolo (Ef 5,22) che faceva
riferimento ai costumi del suo tempo, che oggi viene in genere intesa nel senso che l’esercizio
dell’autorità in famiglia deve essere improntato all’amore soprannaturale.
In alcune spiritualità il modello paternalistico/autoritario di famiglia
viene liberamente scelto come sostegno alla fede dei membri della famiglia. Io
non ho obiezioni in merito fino a quando non mi si chieda di aderirvi o si
ritenga la mia famiglia, basata su un diverso modello, nella specie sul modello
conciliare, inadatta a svolgere alcune funzioni proprie della famiglia, come
quella della collaborazione alla prima formazione religiosa della prole.
Ricordo che, dopo la liturgia della Cresima di
una delle mie figlie, ai genitori fu detto che la formazione religiosa
post-Cresima sarebbe stata attuata inserendo i ragazzi in incontri presso le
famiglie dei formatori, la cui spiritualità mi parve piuttosto propensa a
modelli di famiglia più autoritaria di quello praticato nella mia. Si parlò
anche della necessità di raddrizzare
i ragazzi del post-Cresima. Ribattei che non avrei in alcun modo fatto
pressione sulle mie figlie per partecipare a tali incontri, se esse si fossero
trovate a disagio, e che, comunque, le mie figlie avevano già una famiglia.
Inoltre dissi che l’idea di raddrizzare
le mie figlie mediante una famiglia
diversa dalla loro mi trovava assolutamente dissenziente. Temevo infatti una
reazione di rigetto da parte dei ragazzi, che mi pare di aver capito che poi c’è
stata, salvo che per le mie figlie, che non frequentarono quegli incontri, e,
in genere, per i figli cresciuti e formati in famiglie che avevano adottato
quel modello più autoritario e che quindi vi si erano assuefatti. In quell’occasione
invocai il rispetto per i diritti della famiglia naturale, che è innanzi tutto quella da cui una persona è
biologicamente derivata, che sono riconosciuti come inviolabili sia nella Repubblica sia dalle norme religiose.
Penso che questioni simili siano
particolarmente critiche in particolare nella formazione religiosa
prematrimoniale, che in molti casi è l’ultima occasione per recuperare un
contatto con persone le quali, per le varie vicende delle loro vite, si sono allontanate dalle nostra collettività
di fede. Va segnalato, in specie, che le donne sono diventate (giustamente)
particolarmente insofferenti verso concezioni che le vorrebbero sottoporre
nuovamente a umilianti forme di autoritarismo maschile in famiglia, da cui con
molta difficoltà sono riuscite finalmente ad affrancarsi. E che in religione
non si è obbligati a condividere.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
Domenica 28 dicembre 2014 – Ottava di Natale – festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove
Domenica 28 dicembre 2014 – Ottava di Natale – festa della Santa
Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – Lezionario dell’anno B per le domeniche e
le solennità –colore liturgico: bianco –
salterio: proprio del tempo - Letture e sintesi dell’omelia della Messa
delle nove
Osservazioni ambientali: temperatura 9° C; cielo: coperto, piovoso. Canti:
ingresso, Venite fedeli; offertorio, Tu scendi dalle stelle; Comunione, Astro del ciel; canto finale, In notte placida.
Il gruppo di AC era nei
banchi a sinistra dell'altare, guardando l'abside.
Buona domenica e buon Tempo di Natale
a tutti i lettori!
| Presepe nella chiesa parrocchiale (gen. 2014) |
Pillole di Concilio:
L’intima comunità di vita e d’amore
coniugale fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dall’alleanza dei coniugi,
vale a dire dall’irrevocabile consenso personale [n.48].
[…]
E
così l’uomo e la donna, che per l’alleanza
coniugale “non sono più due, ma una sola carne” (Mt 19,6), prestandosi un
mutuo aiuto e servizio con l’intima unione delle persona e delle attività,
sperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono
[n.48].
[…]
Anche
molti nostri contemporanei annettono un grande
valore al vero amore tra marito e moglie, che si manifesta in espressioni
diverse a seconda dei sani costumi dei popoli e dei tempi. Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a
persona con un sentimento che nasce dalla volontà, quell’amore abbraccia il
bene di tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare
dignità le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come
elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale [n.49].
[…]
L’unità
del matrimonio confermata dal Signore, appare in maniera lampante anche dalla uguale dignità personale che bisogna
riconoscere sia all’uomo che alla donna nel mutuo e pieno amore [n.49].
[Dalla Costituzione pastorale sulla
Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et
spes (=la gioia e la speranza), approvata durante il Concilio Vaticano 2°
(1962-1965)].
E infine i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio,
col quale significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che
intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32), si aiutano a vicenda per
raggiungere la santità nella vita coniugale; accettando ed educando la prole
essi hanno così, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono
in mezzo al popolo di Dio [21]. Da questa
missione, infatti, procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini
della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo diventano col
battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo popolo. In
questa che si potrebbe chiamare Chiesa
domestica, i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della
fede e secondare la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale.
[dalla Costituzione dogmatica
sulla Chiesa Lumen Gentium (=luce per
le genti), del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), n.11]
Prima lettura
Dal libro della Genesi (Gen 15,1-6;
21,1-3)
In quei giorni, fu rivolta ad Abram,
in visione, questa parola del Signore: “Non temere, Abram. Io sono il tuo
scudo: la tua ricompensa sarà molto grande”. Rispose Abram: “Signore Dio, che
cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia case è Eliezer di
Damasco”. Soggiunse Abram: “Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio
domestico sarà mio erede”. Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore:
“Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede”. Poi lo
condusse fuori e gli disse: “Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a
contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. Egli credette al
Signore, che glielo accreditò come giustizia. Il Signore visitò Sara, come
aveva detto, e fece come Sara aveva promesso. Sara concepì e partorì ad Abramo
un figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato. Abramo chiamò
Isacco il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito.
Salmo responsoriale (88 (89))
Ritornello:
Il Signore è fedele al suo patto
Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,
proclamate fra i popoli le sue opere.
A lui cantate, a lui inneggiate,
meditate tutte le sue meraviglie.
Gloriatevi del suo santo nome:
gioisca il cuore di chi cerca il Signore.
Cercate il Signore e la sua potenza,
ricercate sempre il suo volto.
Ricordate le meraviglie che ha compiuto,
i suoi prodigi e i giudizi della sua bocca,
voi, stirpe di Abramo, suo servo,
figli di Giacobbe, suo eletto.
Si è sempre ricordato della sua alleanza,
parola data per mille generazioni,
dell’alleanza stabilita con Abramo
e del suo giuramento a Isacco.
Seconda lettura
Dalla lettera agli Ebrei (Eb 11,8-12.17-19)
Fratelli, per fede, Abramo, chiamato
da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì
senza sapere dove andava. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età,
ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui
che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato
dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la
sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare. Per fede,
Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le
promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: “Mediante
Isacco avrai una tua discendenza” Egli pensava infatti che Dio è capace di far
risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.
Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2,22-40)
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale,
secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino Gesù a
Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del
Signore: “Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore” e per offrire in
sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge
del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e
pio, che aspettava la consolazione di Israele, e lo Spirito Santo era su di
lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte
senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al
tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la
legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e
benedisse Dio, dicendo: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in
pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e
gloria del tuo popolo, Israele”. Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle
cose che si dicevano su di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre,
disse: “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e
come segno di contraddizione –e anche a te una spada trafiggerà l’anima-,
affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”. C’era anche una profetessa,
Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva
vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova
e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo
Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si
mise anche lei a lodare dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la
redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge
del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino
cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.
Sintesi dell'omelia della Messa delle nove
Oggi, nell’Ottava di Natale, si celebra la
festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe e siamo portati a
considerare l’importanza della famiglia come via di santità e anche come via
per conseguire la felicità. La famiglia
è la cellula fondamentale della società. Essa si fonda sulla fede in Dio e sull’obbedienza
alla sua legge. La prima lettura ci presenta Abram che crede alle promesse di
Dio. Egli non aveva terra e discendenza. Dio gli promette entrambe e comincia a
realizzare le sue promesse concedendogli un
figlio. Nel Vangelo ci viene presentata l’obbedienza della Santa
Famiglia alla legge del Signore. Maria e Giuseppe condussero il bambino Gesù a
Gerusalemme, per riscattarlo, secondo la prescrizione della Legge ebraica del
tempo, offrendo in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi.
Oggi la famiglia è attaccata e non solo la
famiglia religiosa, ma la famiglia semplicemente. C’è molta confusione. I padri
sfuggono all’esercizio dell’autorità e le madri sono distolte dall’impegno di
essere il cuore della famiglia, in particolare per i carichi di lavoro. Non c’è
chiara consapevolezza dei ruoli paterni e materni. E anche i figli si
sottraggono all’autorità dei genitori. Non riusciamo a morire a
noi stessi, come richiede la fede in Dio. Nella fede in Dio e nell’obbedienza alla sua
legge possiamo realizzare famiglie fondate sull’amore, secondo la volontà di
Dio, scoprendo anche il giusto modo di esercitare l’autorità, sull’esempio
della Santa Famiglia. Questo sarà un bene anche per la società in cui viviamo,
secondo le promesse di Dio.
Sintesi di Mario Ardigò, per come ha
inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa– Roma,
Monte Sacro Valli
Avvisi parrocchiali:
-al termine della Messa vespertina del 31 dicembre, verrà
celebrato il Te Deum, per
ringraziare di quanto abbiamo ricevuto
nell’anno che finisce;
-il 1 gennaio le Messe avranno orario festivo, come nella
domenica: saranno celebrate alle ore 8, 9, 10, 11, 12 e 18. Sarà anche il primo
giovedì del mese e il Santissimo rimarrà esposto nella chiesa parrocchiale
dalle 17 alle 18;
-il 2 gennaio sarà il primo venerdì del mese: verrà portata la
Comunione agli ammalati e alle 17 sarà recitato il Rosario in forma solenne.
-si segnala il sito WEB della parrocchia:
Avvisi di A.C.:
- le riunioni infrasettimanali del gruppo parrocchiale di AC riprenderanno
martedì 13-1-15, alle ore 17, nell'aula con accesso dal corridoio dell'ufficio
parrocchiale. I membri del gruppo sono invitati a preparare una breve
riflessione sulle letture della Messa di domenica 18-1-15, 2° del Tempo
Ordinario: 1Sam 3,3b-10.19; Sal 39 (40); 1Cor 6,13c-15a.17-10; Gv 1,35-42.
- si segnala il sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB www.parolealtre.it , il
portale di Azione Cattolica sulla formazione;


