Obbedienza
A dar retta ai teorici dell'obbedienza e a certi tribunali
tedeschi, dell'assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma
Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto
perché non ha autore.
C'è un modo solo per
uscire da questo macabro gioco di parole. Avere il coraggio di dire ai giovani
che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma
la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né
davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l'unico
responsabile di tutto. A questo patto l'umanità potrà dire di aver avuto in
questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso
tecnico.
[da: Lorenzo Milani, Lettera ai giudici, 18 ottobre 1965]
Suonano ciclicamente appelli religiosi all’obbedienza
e alla docilità. Essi non riguardano i rapporti con le autorità civili, nei quali invece è raccomandata l’obiezione di coscienza, ma specificamente quelli con l’autorità
religiosa. Si parla in merito di cristiana
obbedienza. Ne troviamo menzione nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium (=luce per le genti), del Concilio Vaticano
2°, al n.37:
I laici, come tutti i fedeli, con cristiana obbedienza prontamente abbraccino ciò che i pastori,
quali rappresentati di Cristo, stabiliscono in nome del loro magistero e della
loro autorità nella Chiesa, seguendo in ciò l’esempio di Cristo, il quale con
la sua obbedienza fino alla morte ha aperto a tutti gli uomini la via beata dei
figli di Dio.
Talvolta l’appello all’obbedienza è rafforzato
menzionando la docilità. Leggiamo ad
esempio, quanto ai principi per la condotta di vita dei coniugi, nella Costituzione pastorale Gaudium et spes (=la gioia e la speranza) sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, approvata durante il medesimo concilio ecumenico, al n.50:
I coniugi sappiano di essere cooperatori dell'amore di Dio
Creatore e quasi suoi interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di
educarla; ciò deve essere considerato come missione loro propria.
E perciò adempiranno il loro dovere con umana
e cristiana responsabilità e, con docile
riverenza verso Dio, di comune accordo e con sforzo comune, si formeranno
un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello
dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno;
valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del
loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare,
della società temporale e della Chiesa stessa. Questo giudizio in ultima
analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi. Però nella loro
linea di condotta i coniugi cristiani siano consapevoli che non possono
procedere a loro arbitrio, ma devono sempre essere retti da una coscienza che
sia con forme alla legge divina stessa; e siano
docili al magistero della Chiesa, che interpreta in modo autentico quella
legge alla luce del Vangelo.
Eppure, bisogna riconoscere che se, nella
lunga storia della nostra confessione religiosa, si fosse stati meno obbedienti
e docili alle nostre autorità religiose forse si sarebbero potute evitare molte
efferate violenze e coercizioni delle quali, per altro dopo molte resistenze e
con molti dubbi, siamo arrivati a pentirci nel corso del Grande Giubileo dell’Anno
2000, sotto la guida del santo Karol Wojtyla, all’epoca regnante come papa
Giovanni Paolo 2°.
Insomma, anche all’interno delle nostre
collettività religiose è ancora attuale l’appello di Lorenzo Milani, lui stesso
sottoposto a gravi prove morali per questioni di obbedienza e docilità verso i
suoi superiori. Oggi vediamo chiaramente quale errore sia stato l’esiliare
quella grande anima in una delle più remote parrocchie toscane, quale
gravissimo danno abbia comportato per la nostra gente, quali potenzialità di
bene siano andate irragionevolmente sprecate. E tuttavia qualcosa, nella vicenda
del Milani, differì da altre analoghe che colpirono spiriti liberi delle nostre
collettività religiose, anche con crudeli violenze e la morte nei secoli
passati e, una volta strappata dalle mani dei nostri capi religiosi la scure
del boia, con la totale emarginazione. Egli poté infatti continuare ad esprimersi.
I tempi, infatti, erano cambiati. Egli svolse il suo ministero sacerdotale
negli anni dell’incubazione del Concilio Vaticano 2°, in quelli di quella
grande assise di saggi della nostra fede e in quelli dell’attuazione dei
principi conciliari. In questi anni cambiò il modo in cui si concepisce l’esercizio
dell’autorità religiosa e, in particolare, fu recepito il principio umanitario
della libertà di coscienza, trovandovi i fondamenti religiosi.
L’idea fondamentale è che, anche in religione,
l’esercizio dell’autorità debba essere rispettosa della dignità umana.
S legge, ad esempio, nella Costituzione
dogmatica Lumen Gentium, al n.37:
I pastori, da parte loro,
riconoscano e promuovano la dignità e la
responsabilità dei laici nella Chiesa e si servano volentieri del loro prudente
consiglio, con fiducia affidino loro degli uffici in servizio della Chiesa e
lascino loro libertà e margine di azione, anzi li incoraggino perché
intraprendano delle opere anche di propria iniziativa. Considerino attentamente
e con paterno affetto in Cristo le iniziative, le richieste e i desideri proposti
dai laici e, infine, rispettino e riconoscano quella giusta libertà, che a
tutti compete nella città terrestre.
Si tratta di un principio, che definisce spazi
di libertà dovuti al rispetto della dignità umana, che è applicato, con
riferimento al matrimonio, anche nel brano che ho sopra citato, tratto dalla Costituzione Gaudium et spes (n.50), e in cui si menziona pure la docilità:
I coniugi sappiano di essere cooperatori dell'amore di Dio
Creatore e quasi suoi interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di
educarla; ciò deve essere considerato come missione loro propria.
E perciò adempiranno
il loro dovere con umana e cristiana responsabilità e, con docile riverenza
verso Dio, di comune accordo e con
sforzo comune, si formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli,
tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le
condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di
vita; e, infine, tenendo conto del bene
della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa.
Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi.
Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi.
In materia, la novità portata dal Concilio
Vaticano 2°, rispetto alle prevalenti concezioni precedenti, è la presa di
coscienza, non parlerei di scoperta perché
la cosa è da sempre conosciuta in religione, che questo stile di esercizio dell’autorità corrisponde al modello incarnato
nel nostro primo Maestro e Signore. Trascrivo di seguito un passo della
dichiarazione Dignitatis Humanae (=sulla
dignità degli esseri umani), del Concilio Vaticano 2°, al quale si attribuisce
di soliti grandissima rilevanza (n.11)
Dio chiama gli esseri umani al suo
servizio in spirito e verità; per cui essi sono vincolati in coscienza a
rispondere alla loro vocazione, ma non coartati. Egli, infatti, ha riguardo
alla dignità della persona umana da lui creata, che deve godere di libertà e agire
con responsabilità. Ciò è apparso in grado sommo in Cristo Gesù, nel quale Dio
ha manifestato se stesso e le sue vie in modo perfetto. Infatti Cristo, che è
Maestro e Signore nostro, mite e umile di cuore, ha invitato e attratto i discepoli
pazientemente. Certo, ha sostenuto e confermato la sua predicazione con i
miracoli per suscitare e confortare la fede negli uditori, ma senza esercitare
su di essi alcuna coercizione. Ha pure rimproverato l’incredulità degli
uditori, lasciando però la punizione a Dio nel giorno dei giudizio.
Mi pare di aver capito, allora, che trattando
di obbedienza in religione, è sull’attributo di cristiana
che si dovrebbe sviluppare la riflessione. L’autorità in religione non è mai
tirannia, perché quest’ultima non può dirsi cristiana,
vale a dire improntata all’insegnamento e all’esempio del Maestro. E il fedele,
per quanto rispettoso verso l’autorità sacra, non è autorizzato a farsi da essa
tiranneggiare, perché in merito vale sempre il principio, ricordato anche dal
Milani, che si deve obbedire prima alla legge soprannaturale che agli uomini
(At 5,29). La dignità umana non è infatti solo un diritto, ma anche un dovere. E questo perché, subendo
passivamente un ordine tirannico, se ne diventa complici, come ricordava il
Milani.
Tutt’altro discorso è poi quello dei rapporti con gente che
pretenda di esercitare su di noi un’autorità religiosa al di fuori di ciò che
compete all’Ordine Sacro. Qui è del tutto fuori luogo tirare in ballo l’obbedienza
canonica e la docilità. E purtroppo, a fronte della saggezza e moderazione con
cui l’autorità religiosa viene in genere esercitata da coloro ai quali, secondo
le leggi della nostra collettività religiosa, essa compete, talvolta ci si
imbatte in leader di gruppi religiosi che, a vari livelli, pretendono
obbedienza e, non di rado, obbedienza cieca, senza avere altra legittimazione
che il loro carisma personale o il mandato ricevuto dalla fazione alla quale
appartengono. Francamente in questo caso non ho alcuno scrupolo di coscienza
nel respingere le loro pretese, in particolare quando, come accade, essi mi
scaraventino addosso una obsoleta ideologia reazionaria. Sono cose che
accadono, di questi tempi in cui nella nostra collettività religiosa è in atto
un marcato aggiustamento di rotta, con risvolti potenzialmente drammatici per
la reazione di coloro che sostenevano il precedente corso e che, ora, talvolta,
mentre reclamano obbedienza verso il basso, sembrano volersi sottrarre
disinvoltamente all’obbedienza verso l’alto. Personalmente sono piuttosto
insofferente verso queste dinamiche conflittuali e preferirei recuperare quella
dimensione di amicizia e cordialità che è spesso evocata nei documenti dell’ultimo
concilio ecumenico, come in questo passo
del Decreto conciliare Apostolicam
Actuositatem (= sull’apostolato [dei laici]):
Infatti, per promuovere lo spirito
di unione, affinché in tutto l’apostolato della Chiesa splenda la carità
fraterna, si raggiungano le comuni finalità e siano evitate dannose rivalità,
si richiede una stima vicendevole fra tutte le forme di apostolato nella Chiesa
e un conveniente coordinamento, nel rispetto della natura propria di ciascuna. (n.23)
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
