lunedì 29 dicembre 2014

Obbedienza

Obbedienza 

Don Lorenzo Milani


A dar retta ai teorici dell'obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell'assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore.
 C'è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole. Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto. A questo patto l'umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico.
[da: Lorenzo Milani, Lettera ai giudici,  18 ottobre 1965]

 Suonano ciclicamente appelli religiosi all’obbedienza e alla docilità. Essi non riguardano i rapporti con le autorità civili, nei quali invece è raccomandata l’obiezione di coscienza, ma specificamente quelli con l’autorità religiosa. Si parla in merito di cristiana obbedienza. Ne troviamo menzione nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium  (=luce per le genti), del Concilio Vaticano 2°, al n.37:
I laici, come tutti i fedeli, con cristiana obbedienza prontamente abbraccino ciò che i pastori, quali rappresentati di Cristo, stabiliscono in nome del loro magistero e della loro autorità nella Chiesa, seguendo in ciò l’esempio di Cristo, il quale con la sua obbedienza fino alla morte ha aperto a tutti gli uomini la via beata dei figli di Dio.
 Talvolta l’appello all’obbedienza è rafforzato menzionando la docilità. Leggiamo ad esempio, quanto ai principi per la condotta di vita dei coniugi, nella  Costituzione pastorale Gaudium et spes (=la gioia e la speranza) sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, approvata durante il medesimo concilio ecumenico,  al n.50:
I coniugi sappiano di essere cooperatori dell'amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla; ciò deve essere considerato come missione loro propria.
 E perciò adempiranno il loro dovere con umana e cristiana responsabilità e, con docile riverenza verso Dio, di comune accordo e con sforzo comune, si formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa. Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi. Però nella loro linea di condotta i coniugi cristiani siano consapevoli che non possono procedere a loro arbitrio, ma devono sempre essere retti da una coscienza che sia con forme alla legge divina stessa; e siano docili al magistero della Chiesa, che interpreta in modo autentico quella legge alla luce del Vangelo.
  Eppure, bisogna riconoscere che se, nella lunga storia della nostra confessione religiosa, si fosse stati meno obbedienti e docili alle nostre autorità religiose forse si sarebbero potute evitare molte efferate violenze e coercizioni delle quali, per altro dopo molte resistenze e con molti dubbi, siamo arrivati a pentirci nel corso del Grande Giubileo dell’Anno 2000, sotto la guida del santo Karol Wojtyla, all’epoca regnante come papa Giovanni Paolo 2°.
  Insomma, anche all’interno delle nostre collettività religiose è ancora attuale l’appello di Lorenzo Milani, lui stesso sottoposto a gravi prove morali per questioni di obbedienza e docilità verso i suoi superiori. Oggi vediamo chiaramente quale errore sia stato l’esiliare quella grande anima in una delle più remote parrocchie toscane, quale gravissimo danno abbia comportato per la nostra gente, quali potenzialità di bene siano andate irragionevolmente sprecate. E tuttavia qualcosa, nella vicenda del Milani, differì da altre analoghe che colpirono spiriti liberi delle nostre collettività religiose, anche con crudeli violenze e la morte nei secoli passati e, una volta strappata dalle mani dei nostri capi religiosi la scure del boia, con la totale emarginazione. Egli poté infatti continuare ad esprimersi. I tempi, infatti, erano cambiati. Egli svolse il suo ministero sacerdotale negli anni dell’incubazione del Concilio Vaticano 2°, in quelli di quella grande assise di saggi della nostra fede e in quelli dell’attuazione dei principi conciliari. In questi anni cambiò il modo in cui si concepisce l’esercizio dell’autorità religiosa e, in particolare, fu recepito il principio umanitario della libertà di coscienza, trovandovi i fondamenti religiosi.
 L’idea fondamentale è che, anche in religione, l’esercizio dell’autorità debba essere rispettosa della dignità umana.
 S legge, ad esempio, nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium, al n.37:
I pastori, da parte loro, riconoscano e promuovano  la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa e si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli uffici in servizio della Chiesa e lascino loro libertà e margine di azione, anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa. Considerino attentamente e con paterno affetto in Cristo le iniziative, le richieste e i desideri proposti dai laici e, infine, rispettino e riconoscano quella giusta libertà, che a tutti compete nella città terrestre.
  Si tratta di un principio, che definisce spazi di libertà dovuti al rispetto della dignità umana, che è applicato, con riferimento al matrimonio, anche nel brano che ho sopra citato, tratto dalla  Costituzione Gaudium et spes (n.50), e in cui si menziona pure la docilità:
I coniugi sappiano di essere cooperatori dell'amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla; ciò deve essere considerato come missione loro propria.
 E perciò adempiranno il loro dovere con umana e cristiana responsabilità e, con docile riverenza verso Dio, di comune accordo e con sforzo comune, si formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa.
Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi. 
  In materia, la novità portata dal Concilio Vaticano 2°, rispetto alle prevalenti concezioni precedenti, è la presa di coscienza, non parlerei di scoperta perché la cosa è da sempre conosciuta in religione, che questo stile di esercizio dell’autorità corrisponde al modello incarnato nel nostro primo Maestro e Signore. Trascrivo di seguito un passo della dichiarazione Dignitatis Humanae (=sulla dignità degli esseri umani), del Concilio Vaticano 2°, al quale si attribuisce di soliti grandissima rilevanza (n.11)
Dio chiama gli esseri umani al suo servizio in spirito e verità; per cui essi sono vincolati in coscienza a rispondere alla loro vocazione, ma non coartati. Egli, infatti, ha riguardo alla dignità della persona umana da lui creata, che deve godere di libertà e agire con responsabilità. Ciò è apparso in grado sommo in Cristo Gesù, nel quale Dio ha manifestato se stesso e le sue vie in modo perfetto. Infatti Cristo, che è Maestro e Signore nostro, mite e umile di cuore, ha invitato e attratto i discepoli pazientemente. Certo, ha sostenuto e confermato la sua predicazione con i miracoli per suscitare e confortare la fede negli uditori, ma senza esercitare su di essi alcuna coercizione. Ha pure rimproverato l’incredulità degli uditori, lasciando però la punizione a Dio nel giorno dei giudizio.
  Mi pare di aver capito, allora, che trattando di obbedienza in religione, è sull’attributo   di cristiana che si dovrebbe sviluppare la riflessione. L’autorità in religione non è mai tirannia, perché quest’ultima non può dirsi cristiana, vale a dire improntata all’insegnamento e all’esempio del Maestro. E il fedele, per quanto rispettoso verso l’autorità sacra, non è autorizzato a farsi da essa tiranneggiare, perché in merito vale sempre il principio, ricordato anche dal Milani, che si deve obbedire prima alla legge soprannaturale che agli uomini (At 5,29). La dignità umana non è infatti solo un diritto, ma anche un dovere. E questo perché, subendo passivamente un ordine tirannico, se ne diventa complici, come ricordava il Milani.
 Tutt’altro discorso  è poi quello dei rapporti con gente che pretenda di esercitare su di noi un’autorità religiosa al di fuori di ciò che compete all’Ordine Sacro. Qui è del tutto fuori luogo tirare in ballo l’obbedienza canonica e la docilità. E purtroppo, a fronte della saggezza e moderazione con cui l’autorità religiosa viene in genere esercitata da coloro ai quali, secondo le leggi della nostra collettività religiosa, essa compete, talvolta ci si imbatte in leader di gruppi religiosi che, a vari livelli, pretendono obbedienza e, non di rado, obbedienza cieca, senza avere altra legittimazione che il loro carisma personale o il mandato ricevuto dalla fazione alla quale appartengono. Francamente in questo caso non ho alcuno scrupolo di coscienza nel respingere le loro pretese, in particolare quando, come accade, essi mi scaraventino addosso una obsoleta ideologia reazionaria. Sono cose che accadono, di questi tempi in cui nella nostra collettività religiosa è in atto un marcato aggiustamento di rotta, con risvolti potenzialmente drammatici per la reazione di coloro che sostenevano il precedente corso e che, ora, talvolta, mentre reclamano obbedienza  verso il basso, sembrano volersi sottrarre disinvoltamente all’obbedienza verso l’alto. Personalmente sono piuttosto insofferente verso queste dinamiche conflittuali e preferirei recuperare quella dimensione di amicizia e cordialità che è spesso evocata nei documenti dell’ultimo concilio ecumenico, come in questo passo  del Decreto conciliare Apostolicam Actuositatem (= sull’apostolato [dei laici]):
Infatti, per promuovere lo spirito di unione, affinché in tutto l’apostolato della Chiesa splenda la carità fraterna, si raggiungano le comuni finalità e siano evitate dannose rivalità, si richiede una stima vicendevole fra tutte le forme di apostolato nella Chiesa e un conveniente coordinamento, nel rispetto della natura propria di ciascuna. (n.23)

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli