MEDITAZIONE DI PAOLO 6°
PENSIERO ALLA MORTE*
Dal sito :
http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/speeches/1978/august/document/hf_p-vi_spe_19780806_meditazione-morte_it.html
Tempus resolutionis meae
instat. E' giunto il tempo di sciogliere le vele (2 Tim. 4,6).
« Certus quod velox
est depositio tabernaculi mei ». Sono certo che presto dovrò Lasciare
questa mia tenda (2 Petr. 1,14). « Finis venit, venit finis ». La fine!
Giunge la fine (Ez. 2,7).
Questa ovvia
considerazione sulla precarietà della vita temporale e sull'avvicinarsi
inevitabile e sempre più prossimo della sua fine si impone: Non è saggia la
cecità davanti a tale immancabile sorte, davanti alla disastrosa rovina che
porta con sé, davanti alla misteriosa metamorfosi che sta per compiersi
nell'essere mio, davanti a ciò che si prepara.
Vedo che la
considerazione prevalente si fa estremamente personale: io, chi sono? che cosa
resta di me? dove vado? e perciò estremamente morale: che cosa devo fare? quali
sono le mie responsabilità? e vedo anche che rispetto alla vita presente è vano
avere speranze; rispetto ad essa si hanno dei doveri e delle aspettative funzionali
e momentanee; le speranze sono per l'al di là.
E vedo che questa
suprema considerazione non può svolgersi in un monologo soggettivo, nel solito
dramma umano che al crescere della luce fa crescere l'oscurità del destino
umano; deve svolgersi a dialogo con la Realtà divina, donde vengo e dove
certamente vado; secondo la lucerna che Cristo ci pone in mano per il grande
passaggio. Credo, o Signore.
L'ora viene. Da qualche
tempo ne ho il presentimento. Più ancora che la stanchezza fisica, pronta a
cedere ad ogni momento, il dramma delle mie responsabilità sembra suggerire
come soluzione provvidenziale il mio esodo da questo mondo, affinché la
Provvidenza possa manifestarsi e trarre la Chiesa a migliori fortune. La
Provvidenza ha, sì, tanti modi d'intervenire nel gioco formidabile delle
circostanze, che stringono la mia pochezza; ma quello della mia chiamata
all'altra vita pare ovvio, perché altri subentri più valido e non vincolato
dalle presenti difficoltà. « Servus inutilis sum ». Sono un servo
inutile.
« Ambulate dum lucem
habetis ». Camminate finché avete la luce (Jo. 12,35).
Ecco: mi piacerebbe,
terminando, d'essere nella luce. Di solito la fine della vita temporale, se non
è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così
belle, così attraenti, così nostalgiche, e così chiare ormai per denunciare il
loro passato irricuperabile e per irridere al loro disperato richiamo. Vi è la
luce che svela la delusione d'una vita fondata su beni effimeri e su speranze
fallaci. Vi è quella di oscuri e ormai inefficaci rimorsi. Vi e quella della
saggezza che finalmente intravede la vanità delle cose e il valore delle virtù
che dovevano caratterizzare il corso della vita: « vanitas vanitatum ».
Vanità della vanità. Quanto a me vorrei avere finalmente una nozione
riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla vita: penso che tale nozione dovrebbe
esprimersi in riconoscenza: tutto era dono, tutto era grazia; e com'era bello
il panorama attraverso il quale si è passati; troppo bello, tanto che ci si è
lasciati attrarre e incantare, mentre doveva apparire segno e invito. Ma, in
ogni modo, sembra che il congedo debba esprimersi in un grande e semplice atto
di riconoscenza, anzi di gratitudine: questa vita mortale è, nonostante i suoi
travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un
fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente; un avvenimento
degno d'essere cantato in gaudio, e in gloria: la vita, la vita dell'uomo! Né
meno degno d'esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita
dell'uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle
mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità.
E' un panorama incantevole. Pare prodigalità senza misura. Assale, a questo
sguardo quasi retrospettivo, il rammarico di non averlo ammirato abbastanza
questo quadro, dì non aver osservato quanto meritavano le meraviglie della
natura, le ricchezze sorprendenti del macrocosmo e del microcosmo. Perché non
ho studiato abbastanza, esplorato, ammirato la stanza nella quale la vita si
svolge? Quale imperdonabile distrazione, quale riprovevole superficialità!
Tuttavia, almeno in extremis, si deve riconoscere che quel mondo, « qui per
Ipsum factus est », che è stato fatto per mezzo di Lui, è stupendo. Ti
saluto e ti celebro all'ultimo istante, sì, con immensa ammirazione; e, come si
diceva, con gratitudine: tutto è dono; dietro la vita, dietro la natura,
l'universo, sta la Sapienza; e poi, lo dirò in questo commiato luminoso, (Tu ce
lo hai rivelato, o Cristo Signore) sta l'Amore!La scena del mondo è un disegno,
oggi tuttora incomprensibile per la sua maggior parte, d'un Dio Creatore, che
si chiama il Padre nostro che sta nei cieli! Grazie, o Dio, grazie e gloria a
Te, o Padre! In questo ultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante
e misteriosa è un riverbero, è un riflesso della prima ed unica Luce; è una
rivelazione naturale d'una straordinaria ricchezza e bellezza, la quale doveva
essere una iniziazione, un preludio, un anticipo, un invito alla visione
dell'invisibile Sole, « quem nemo vidit unquam », che nessuno ha mai visto
(cfr. Jo. 1,18): « unigenitus Filius, qui est in sinu Patris, Ipse enarravit
», il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato. Così sia,
così sia.
Ma ora, in questo
tramonto rivelatore un altro pensiero, oltre quello dell'ultima luce
vespertina, presagio dell'eterna aurora, occupa il mio spirito: ed è l'ansia di
profittare dell'undicesima ora, la fretta di fare qualche cosa di importante
prima che sia troppo tardi. Come riparare le azioni mal fatte, come ricuperare
il tempo perduto, come afferrare in quest'ultima possibilità di scelta « l'unum
necessarium? », la sola cosa necessaria?
Alla gratitudine succede
il pentimento. Al grido di gloria verso Dio Creatore e Padre succede il grido
che invoca misericordia e perdono. Che almeno questo io sappia fare: invocare
la Tua bontà, e confessare con la mia colpa la Tua infinita capacità di
salvare. « Kyrie eleison; Christe eleison; Kyrie eleison». Signore
pietà; Cristo pietà; Signore pietà.
Qui affiora alla memoria
la povera storia della mia vita, intessuta, per un verso, dall'ordito di
singolari e innumerevoli benefici, derivanti da un'ineffabile bontà (è questa
che spero potrò un giorno vedere ed « in eterno cantare »); e, per l'altro,
attraversata da una trama di misere azioni, che si preferirebbe non ricordare,
tanto sono manchevoli, imperfette, sbagliate, insipienti, ridicole. « Tu
scis insipientiam meam »: Dio, Tu conosci la mia stoltezza (Ps. 68,6).
Povera vita stentata, gretta, meschina, tanto tanto bisognosa di pazienza, di
riparazione, d'infinita misericordia. Sempre mi pare suprema la sintesi di S.
Agostino: miseria et misericordia. Miseria mia, misericordia di Dio.
Ch'io possa almeno ora onorare Chi Tu sei, il Dio d'infinita bontà, invocando,
accettando, celebrando la Tua dolcissima misericordia.
E poi un atto,
finalmente, di buona volontà: non più guardare indietro, ma fare volentieri,
semplicemente, umilmente, fortemente il dovere risultante dalle circostanze in
cui mi trovo, come Tua volontà.
Fare presto. Fare tutto.
Fare bene. Fare lietamente: ciò che ora Tu vuoi da me, anche se supera
immensamente le mie forze e se mi chiede la vita. Finalmente, a quest'ultima
ora.
Curvo il capo ed alzo lo
spirito. Umilio me stesso ed esalto Te, Dio, « la cui natura è bontà » (S.
Leone). Lascia che in questa ultima veglia io renda omaggio, a Te, Dio vivo e
vero, che domani sarai mio giudice, e che dia a Te la lode che più ambisci, il
nome che preferisci: sei Padre. Poi io penso, qui davanti alla morte, maestra
della filosofia della vita, che l'avvenimento fra tutti più grande fu per me,
come lo è per quanti hanno pari fortuna, l'incontro con Cristo, la Vita. Tutto
qui sarebbe da rimeditare con la chiarezza rivelatrice, che la lampada della
morte dà a tale incontro. «Nihil enim nobis nasci profuit, nisi redimi
profuisset ». A nulla infatti ci sarebbe valso il nascere se non ci avesse
servito ad essere redenti. Questa è la scoperta del preconio pasquale, e
questo è il criterio di valutazione d'ogni cosa riguardante l'umana esistenza
ed il suo vero ed unico destino, che non si determina se non in ordine a
Cristo: « o mira circa nós tuae pietatis dignatio! », o meravigliosa
pietà del tuo amore per noi! Meraviglia delle meraviglie, il mistero della
nostra vita in Cristo. Qui la fede, qui la speranza, qui l'amore cantano la
nascita e celebrano le esequie dell'uomo. Io credo, io spero, io amo, nel nome
Tuo, o Signore.
E poi ancora mi domando:
perchè hai chiamato me, perché mi hai scelto? così inetto, così renitente, così
povero di mente e di cuore? Lo so: « quae stulta sunt mundi elegit Deus... ut
non glorietur omnis caro in conspectu eius ». Dio ha scelto ciò che nel mondo è
debole perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio (1 Cor 1, 27-28). La
mia elezione indica due cose: la mia pochezza; la Tua libertà, misericordiosa e
potente. La quale non si è fermata nemmeno davanti alle mie infedeltà, alla mia
miseria, alla mia capacità di tradirTi: «Deus meus, Deus meus, audebo
dicere... in quodam aestasis tripudio de Te praesumendo dicam: nisi quia Deus
es, iniustus esser, quia peccavimus graviter... et Tu placatus es. Nos Te
provocamus ad iram, Tu autem conducis nos ad misericordiam ». Mio Dio, mio
Dio, oserò dire... in un estatico tripudio di Te dirò con presunzione: se non
fossi Dio, saresti ingiusto, poiché abbiamo peccato gravemente... e Tu Ti
plachi. Noi Ti provochiamo all'ira, e Tu invece ci conduci alla misericordia!
(PL. 40, 1150).
Ed eccomi al Tuo servizio,
eccomi al Tuo amore. Eccomi in uno stato di sublimazione, che non mi consente
più di ricadere nella mia psicologia istintiva di pover uomo, se non per
ricordarmi la realtà del mio essere, e per reagire nella più sconfinata fiducia
con la risposta, che da me è dovuta: « amen; fiat; Tu scis quia amo Te
», così sia, così sia. Tu lo sai che ti voglio bene. Uno stato di tensione
subentra, e fissa in un atto permanente di assoluta fedeltà la mia volontà di
servizio per amore: « in finem dilexit », amò fino alla fine. « Ne
permittas me separari a Te ». Non permettere che io mi separi da Te. Il
tramonto della vita presente, che sognerebbe d'essere riposato e sereno, deve
essere invece uno sforzo crescente di vigilia, di dedizione, di attesa. E'
difficile; ma è così che la morte sigilla la meta del pellegrinaggio terreno, e
fa ponte per il grande incontro con Cristo nella vita eterna. Raccolgo le
ultime forze, e non recedo dal dono totale compiuto, pensando al Tuo: «
consummatum est », tutto è compiuto... .
Ricordo il preannuncio
fatto dal Signore a Pietro sulla morte dell'apostolo: « amen, amen dico
tibi... cum... senueris, extendes manus tuas, et alius et cinget, et ducet quo
tu non vis ». Hoc autem (Jesus) dixit significans qua morte (Petrus) clarificaturus esset
Deum. Et, cum hoc dixisset, dicit et: « sequere me ». In verità, in
verità ti dico... quando sarai vecchio, tenderai le tue mani, e un'altro ti
cingerà e ti porterà dove tu non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale
morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: « Seguimi » (Jo.
21, 18-19).
Ti seguo; ed avverto che
io non posso uscire nascostamente dalla scena di questo mondo; mille fili mi
legano alla famiglia umana, mille alla comunità, ch'è la Chiesa. Questi fili si
romperanno da sé; ma io non posso dimenticare che essi richiedono da me qualche
supremo dovere. « Discessus pius », morte pia. Avrò davanti allo spirito
la memoria del come Gesù si congedò dalla scena temporale di questo mondo. Da
ricordare come Egli ebbe continua previsione e frequente annuncio della sua
passione, come misurò il tempo in attesa della « sua ora », come la coscienza
dei destini escatologici riempì il suo animo ed il suo insegnamento, e come
dell'imminente sua morte parlò ai discepoli nei discorsi dell'ultima cena; e
finalmente come volle che la sua morte fosse perennemente commemorata mediante
l'istituzione del sacrificio eucaristico: « mortem Domini annuntiabitis
donec veniat ». Annunzierete la morte del Signore finché Egli venga.
Un aspetto su tutti gli
altri principale: « tradidit semetipsum », ha dato se stesso per me; la
sua morte fu sacrificio; morì per gli altri, morì per noi. La solitudine della
morte fu ripiena della presenza nostra, fu pervasa d'amore: « dilexit
Ecclesiam », amò la Chiesa (ricordare « le mystère de Jésus », di Pascal).
La sua morte fu rivelazione del suo amore per i suoi: « in finem dilexit »,
amò fino alla fine. E dell'amore umile e sconfinato diede al termine della vita
temporale esempio impressionante (cfr. la lavanda dei piedi), e del suo amore
fece termine di paragone e precetto finale. La sua morte fu testamento d'amore.
Occorre ricordarlo.
Prego pertanto il
Signore che mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono, d'amore alla
Chiesa. Potrei dire che sempre l'ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori
dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa,
non per altro, mi pare d'aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e
che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo
all'estremo momento della vita si ha il coraggio di fare. Vorrei finalmente
comprenderla tutta nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino
finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e
imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle
debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici,
e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità. Corpo
mistico di Cristo. Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che
la compone, in ogni Vescovo e sacerdote che l'assiste e la guida, in ogni anima
che la vive e la illustra; benedirla. Anche perché non la lascio, non esco da
lei, ma più e meglio, con essa mi unisco e mi confondo: la morte è un progresso
nella comunione dei Santi.
Qui è da ricordare la
preghiera finale di Gesù (Jo. 17). Il Padre e i miei; questi sono tutti uno;
nel confronto col male ch'è sulla terra e nella possibilità della loro
salvezza; nella coscienza suprema che era mia missione chiamarli, rivelare loro
la verità, farli figli di Dio e fratelli fra loro: amarli con l'Amore, ch'è in
Dio, e che da Dio, mediante Cristo, è venuto nell'umanità e dal ministero della
Chiesa, a me affidato è ad essa comunicato.
Uomini, comprendetemi;
tutti vi amo nell'effusione dello Spirito Santo, ch'io, ministro, dovevo a voi
partecipare. Così vi guardo, così vi saluto, così vi benedico. Tutti. E voi, a
me più vicini, più cordialmente. La pace sia con voi. E alla Chiesa, a cui tutto
devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi
coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri
e profondi dell'umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso
Cristo.
Amen. Il Signore viene.
Amen.
* L'Osservatore Romano,
edizione settimanale settimanale in lingua italiana n. 32-33, 9 agosto 1979.