L’istituzione
e la comunità
Nella
sociologia moderna è diventato un luogo comune contrapporre due tipi di
relazioni sociali: il tipo di «società» formalmente e
rigidamente organizzata e il tipo della «comunità» fondata sui legami spontanei,
informali. La distinzione risale al sociologo Tedesco Ferdinand Tönnies che l’ha
formulata nel modo seguente: “E’ una «comunità» tutto ciò che nelle creazioni del
pensiero o della rappresentazione sociale degli uomini è naturale e spontaneo; «società», tutto ciò che è l’effetto
dell’arte (nel senso di tecnica sociale organizzata) [ …]. Come, per esempio,
la differenza tra il baratto e il commercio, l’ospitalità amichevole e l’industria
alberghiera, la produzione esercitata per i bisogni del produrre e la
prodizione capitalista”.
Questa distinzione è stata assunta dai teologi
per designare due diversi modelli ecclesiologici: quello detto appunto
societario e quello comunitario. Il primo definisce la chiesa come società
perfetta [=una
società come quella civile, con un popolo, un ordinamento di leggi, un’autorità
costituita e strutturata gerarchicamente],
il secondo definisce la chiesa come comunione di vita divina.
“Semplificando
un po’, possiamo affermare che la concezione della chiesa come «comunità di carità» è stata l’idea
principe della teologia dei primi dieci secoli, senza per questo ispirare ad
essa un trattato «de
ecclesia» [=latino: “sulla chiesa”] sistematico [=non ci si è costruita sopra una
corrispondente teologico/giuridica sull’organizzazione dell’istituzione come
tale]. Lo studio sistematico delle
strutture giuridiche non prende il suo pieno avvio che all’inizio del medioevo,
e soprattutto in occidente” [da C. Philips, La chiesa e il suo mistero nel Concilio Vaticano 2°, 1967]. Solo dopo il concilio di Trento la
concezione giuridico-istituzionale-societaria prevale definitivamente e
continuerà a dominare fino alla prima guerra mondiale”.
[da:
Battista Mondin, Le nuove ecclesiologie, pag.69, Edizioni Paoline, 1980]
Spesso si ha l’idea che la struttura
istituzionale della nostra collettività religiosa risalga alle origini e
quindi, appartenendo alla tradizione più antica e originaria della fede, debba
considerarsi immodificabile, faccia parte del deposito di fede che deve
essere tramandato intatto. In realtà, come scrive Mondin nel brano che ho
citato sopra, non è così. L’organizzazione della nostra collettività religiosa
come noi oggi la vediamo cominciò a prodursi nel secondo millennio dell’era
della nostra fede, in epoca dominata dal feudalesimo, ma fu anacronisticamente
consolidata solo in epoca successiva, nell’Europa del Cinquecento, quando ormai le strutture feudali
erano recessive sul continente, e solo verso la metà del Novecento cominciò a
essere messa in questione. Il Concilio Vaticano 2° (1962-1963) rappresentò un
tentativo di modificarne l’assetto, ma esso riuscì solo in parte,
fondamentalmente perché non si riuscì a immaginare che in ambito religioso
potesse prodursi un fenomeno di passaggio dal feudalesimo ad un ordinamento
democratico analogo a quello che si era manifestato nelle società civili.
Quindi rimasero sostanzialmente intatte
le strutture feudali della nostra gerarchia del clero, accentuandone ideologicamente
l’aspetto paterno, per cui si cercò di far assomigliare i nostri gerarchi
religiosi più a padri di famiglia che a signori medievali. L’intera umanità
venne assimilata a una famiglia, in
cui c’erano dei padri che esercitavano l’autorità come ancora negli anni
sessanta del secolo scorso la esercitavano appunto i padri. L’abbandono dell’ideologia
della signoria medievale fu manifestato in modo molto eclatante dall’abbandono,
da Giovanni Battista Montini in avanti, dell’uso del triregno, la pesante corona papale, rappresentante un’autorità
imperiale sul mondo intero e su ogni potere della Terra, esercitata dai papi in
nome di Cristo, quali suoi vicari,
vale a dire luogotenenti. Ne potete ammirare una fotografia sul WEB all’indirizzo
In sostituzione dell’idea di democrazia come
struttura nel quadro della quale legittimare, esercitare e subire l’autorità,
dal Concilio Vaticano 2° in avanti si è cercato di affermare l’ideologia comunionale.
Scrive Mondin nel libro sopra menzionato
(pag.27), citando il teologo G. Dejaifve:
Secondo Dejaifve i tratti più originali dell’ecclesiologia
del Vaticano 2° sono: «distinzione tra
regno di Dio e chiesa»; la chiesa è soltanto l’inizio, il «germe» e non ancora la piena
realizzazione del regno; «comunionalità»:
c’è parità essenziale tra tutti i membri della chiesa, in quanto godono tutti
delle stesse grazie fondamentali e degli stessi doveri; in tal modo «non è
temerarietà parlare qui d’una autentica ‘democrazia’ soprannaturale, di cui lo
Spirito Santo, in ognuno, è garante, nonstante la diversità dei compiti»; «sacramentalità»: il mistero della
chiesa è caratterizzato come il sacramento dell’unione con Dio e dell’unità
dell’intero genere umano: «Tale aspetto sacramentale caratterizzerà tutti gli
elementi di questa comunione ecclesiale e le conferirà la sua struttura
ontologica, prima di ogni considerazione giuridica ivi predominante» [da
G.Dejaifve, «L’ecclesiologia del Concilio Vaticano 2°», 1973]; «cattolicità»:
intesa non tanto in senso quantitativo bensì qualitativo, ossia come attitudine
ad abbracciare il molteplice e a far spazio al diverso: «per essere veramente
il segno di salvezza nell’universo, il popolo di Dio deve essere insieme uno e
diverso, secondo la diversità dei popoli» [G.Dejaifve, opera citata]; «politicità» ossia attenzione per i
problemi socio-politici che interessano l’umanità: «la chiesa prende coscienza
della propria missione temporale nel mondo come condizione della salvezza
totale e della unità del genere umano» G.Dejaifve, opera citata].
Dopo il Concilio Vaticano 2° ci fu un
effettivo trasferimento di autorità dal clero ai laici, anche se la struttura
gerarchica formale della nostra confessione religiosa continuò ad essere
monopolizzata dal clero secondo la piramide preti-vescovi-papa. Questo tipo di
autorità laicale venne esercitata nei movimenti e associazioni che si
produssero assai numerosi dagli anni Sessanta in poi, venendo a caratterizzare
fortemente la stagione post-conciliare. Essa fu esercitata secondo due modelli,
quello del paternalismo autoritario basato fondamentalmente sulla cooptazione,
per cui i padri di un gruppo sceglievano tra i loro sottoposti
i loro successori, e quello democratico, che caratterizza la nostra Azione
Cattolica, in cui chi esercita un ministero nel gruppo viene eletto dalla base e deve seguire gli indirizzi della maggioranza (non è, in questo senso, padre). In entrambi i casi si cerca in genere di risolvere le frizioni all’interno
dei gruppi e con la gerarchia formale del clero richiamando gli aspetti di mondo vitale dell’associarsi per ragioni di fede, vale a
dire una unità affettiva originaria al modo di quello delle famiglie. In questo
quadro l’autorità paterna della gerarchia del clero ha modo di
intervenire senza essere posta in discussione, almeno dal punto di vista
formale. In qualche caso questa che possiamo considerare una nuova
organizzazione gerarchica è addirittura riuscita a sovrapporsi a quella formale
del clero. E si è assistito anche ad attività dei gruppi laicali, o
laico/clericali, per influenzare l’elezione del massimo nostro
sovrano religioso, sponsorizzando propri candidati.
Di fatto il modello di autorità paternalistico/autoritario
è recessivo, non va bene per la società contemporanea. Dovrà essere modificato,
insieme alle vestigia del modello feudale. La ragione per cui questi modi di
esercitare l’autorità devono essere cambiati è che sono infecondi, sono sempre
meno efficaci nel generare la fede. Rendono le nostre collettività religiose
delle esperienze residuali, ad esaurimento, destinate a un pubblico anziano o a comunità-fortezza-rifugio
di fondamentalisti religiosi. Come sostituirli, senza provocare l’esplosione
delle nostre collettività religiose, è un problema assai serio, che negli anni ’70
si manifestò chiaramente, angosciando gli ultimi anni di Giovanni Battista
Mondini, ma che non fu risolto. Se ne rimandò la soluzione congelandolo. Esso oggi si intreccia con analoghi problemi che si
manifestano nelle società civili, dove le grandi democrazie di popolo europee
sembrano in difficoltà a vantaggio di modelli statali autoritari che stanno
affermandosi nell’universo russo e in Oriente.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli