Fede
religiosa come processo o irruzione del soprannaturale?
“La via
verso la fede è la via della fede. Sembra una tautologia, ma non lo è.
Non possiamo cercare Dio per altre vie
che non siano la stessa via con cui cerca noi
[…]
Questa via della fede, come unica via
per arrivare a Dio, è l’unica ancora adesso aperta all’uomo; anche per l’uomo
moderno non c’è altra via per arrivare a Dio che la via della fede, la stessa
via di Dio.
La fede non può essere un atto semplicemente
umano e tanto meno un processo, cioè uno sviluppo di atti umani.
[…]
La fede
quindi non si iscrive in una successione, sia pure generosa e incessante, di
atti umani, ma irrompe repentinamente come puro dono di Dio, senza rapporto di
causalità rispetto a quelli. Al dono deve certo corrispondere un ruolo da parte
dell’uomo, un ruolo prevalentemente di predisposizione di alcune condizioni, e
che è di risposta, di accoglienza, di abbandono totale. Ma la fede è irruzione,
è un salto qualitativo, di abbandono totale.
[…]
Ogni volta che noi ascoltiamo la voce
di Dio – e questo succede ogni volta che viene proclamato l’evangelo – la voce
di Dio che risuona eternamente entra nel tempo, assume in sé il tempo, la
nostra storicità, e ci immerge nell’eternità, spezza lo sviluppo dei nostri
singoli atti storici e li traspone nell’eternità della sua Parola,
plasmandoli a sua immagine.
[…]
Noi favoleggiamo – perdonatemi se lo
dico con slancio così appassionato – quando parliamo di un cristiano che ha
raggiunto l’età adulta: ma quale età adulta? Psicologicamente adulta? Posso
concedervelo. Sociologicamente adulta? Non avrò difficoltà ad ammetterlo, per
quanto anche su questo ci sarebbe da dire. Noi però in questo modo facciamo una
ricostruzione della storia a modo nostro: non si tratta di età adulta psicologica
o sociologica, o comunque storica, in proporzione di un certo sviluppo
culturale, ma si tratta di età adulta secondo la fede, che è tutt’altra cosa.
Non è affatto dimostrato che l’età adulta secondo la fede sia in coincidenza
con un’età adulta psicologica o sociologica o storica. L’età è adulta secondo
la fede quando essa è il lampo che illumina non più in maniera intermittente ma
in maniera quasi continua; quando l’irruzione di Dio e la voce che parla
eternamente viene ascoltata dall’uomo giunto alla pienezza della statura di Dio
in Cristo con minore discontinuità di quello che abitualmente non sia per la
maggioranza degli uomini anche battezzati.
[da:
Giuseppe Dossetti, Un solo Signore –
esercizi spirituali, EDB, 2000]
Il pensiero di Giuseppe Dossetti [1913-1996,
capo della Resistenza emiliana, politico democristiano di primo piano, prete,
figura importante nel Concilio Vaticano 2°, monaco] è stato molto importante
per me, perché mi sono formato alla fede in
contesto familiare fortemente improntato ad esso.
Gli è stato rimproverato di non essere stato
un teologo, ma di aver scritto di argomenti teologici. In effetti nella sua
prima vita fu professore universitario di diritto canonico, disciplina in cui
si utilizza molta teologia ma che non è considerata teologica bensì giuridica.
Indubbiamente però egli espresse anche una teologia della politica e poi della
Chiesa e poi ancora di tutte e due insieme, nell’ultima parte della sua vita.
Benché per capire il suo pensiero sia necessario una iniziazione teologica, non
consigliava ai laici lo studio della teologia come via per la spiritualità
personale: teneva sempre ben distinte le due cose. E i brani che ho sopra citato sono tratti da
un suo corso di esercizi spirituali tenuto a Camaldoli nel settembre 1969,
quindi non voglio essere teologia, pensiero sistematico sulla fede comune,
benché la contengano.
L’argomento trattato nei passi sopra
trascritti è di attualità. Infatti la fede viene spesso presentata come un
processo, o un cammino, o un metodo,
per cui si cresce nella fede, e si può anche arretrare. Per
Dossetti, che si ispira anche ad alcune teologie dell’ebraismo, da Maimonide
(12 secolo della nostra era) ad Abraham Heshel (1907/1972), non è così. Per lui
la nostra fede religiosa è caratterizzata dall’irruzione del
soprannaturale, al modo di una illuminazione,
e la scelta dell’essere umano è aderirvi o non. Quello che Dossetti insegna per ciò che
riguarda la fede personale, lo pensava anche per il dispiegarsi nella storia
del disegno provvidenziale (leggete, su questo blog, il post del 22-10-12: Micro-macro e la ricerca della felicità).
Per lui la nuova Gerusalemme, la
città manifestazione della realtà soprannaturale dell’universo e dell’umanità
non conseguirà a un processo storico che è nelle nostre mani. Anche lì, secondo
Dossetti, ci sarà l’irruzione nella storia umana, dall’alto di una nuova
realtà.
Eppure, non è vero che la fede è anche
qualcosa che si apprende, quindi un fatto culturale? L’apprendiamo
innanzi tutto dai nostri genitori, poi dal resto dell’ambiente familiare, poi
nella società, in cerchie via via più vaste, mano a mano che le nostre
relazioni si estendono. Nella società troviamo anche gli argomenti contro la fede religiosa, gli ostacoli. La fede
personale è sempre profondamente segnata dall’epoca in cui si vive. Non esiste
una fede personale atemporale. Questa è la mia esperienza.
La fede è anche qualcosa che si costruisce e
si trasmette, di generazione in generazione, e in questo processo ognuno mette qualcosa di originale.
C’è però effettivamente qualcosa che è al di
fuori del contesto culturale in cui
origina la fede, qualcosa che viene dall’alto?
Ogni persona di fede sa che effettivamente c’è. C’entra la nostra emotività, c’entra
il nostro intelletto, c’entriamo noi nella nostra particolare individualità,
per cui, alla fine, dobbiamo riconoscere che in ciò che definiamo nostra fede personale c’è più di ciò che
abbiamo ricevuto dall’ambiente familiare e, in genere, sociale che ci ha plasmati.
Qualche volta mi pare che i cammini di spiritualità che ci vengono
proposti siano un po’ come una sorta di gioco dell’oca: un percorso ben
definito, delle tappe chiare, segnate sulla carta, un punto di arrivo che nel
gioco è ben fissato mentre in quei percorsi
tende ad allontanarsi indefinitamente. Si buttano i dadi e si avanza, ma si può
anche arretrare. L’altra metafora che è utilizzata è quella della salita di un
monte: si sale, ma si può anche cadere; allora ci si rialza e si riprende a
salire. Chi è più avanti tira su chi è più sotto o più indietro. Dov'è in tutto questo l’irruzione del soprannaturale?
Nella mia esperienza, la fede è invece un po’
un’esperienza come quella degli scout-esploratori
del vecchio West, che se ne andavano
oltre le frontiere, vivendo in nuovi
mondi, e poi tornavano indietro e facevano da guida alle carovane dei coloni e
alle colonne militari. Nel loro vagabondare nella
frontiera a volte sposavano donne indiane e vivevano nelle loro tribù. Nel
loro viaggio non c’erano strade, erano loro stessi a tracciarle. La fede religiosa, insomma,
nella mia esperienza, è sempre esposta a
delle novità. Tutto alla fine sarà fatto nuovo, così è scritto. E
tuttavia, effettivamente, questa novità sarà una sorpresa, una scoperta,
non è distintamente prevedibile con nel gioco dell’oca, perché non dipende solo
da noi, non è un nostro prodotto,
esula dalle nostre programmazioni e dai nostri metodi o tirocini iniziatici.
E’ più facile, raggiunto un risultato,
ripercorrere idealmente la serie delle cause da cui è scaturito: di solito da
questo esame a ritroso le cose appaiono più chiare e lo sviluppo storico,
quello personale e quello collettivo, più coerente, comprensibile come processo. L’apertura della fede mi pare
riguardi essenzialmente il futuro. E i segni
dei tempi mantengono sempre, visti dall'oggi, una qualche indecifrabilità.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli