Farsi
produttori di beni spirituali
“…se si nega la specificità
irriducibile del laicato, i preti non sono altro che imprenditori religiosi, i
laici non sono altro che i consumatori religiosi, e i religiosi non sono altro
che individui strani, magari capaci di incuriosire, ma alla fine innocui. E il
cristianesimo, quali siano i suoi numeri, anche molto, molto, grandi si riduce
ad essere una realtà senza rilevanza extrareligiosa e continuamente in cerca di
«bastioni» magari un
po’ più sofisticati di quelli di un tempo: denaro, immagine, dipendenze
psicologiche, alleanze mondane, e chissà cos’altro.”
[da: Luca Diotallevi, I laici e la Chiesa – caduti i bastioni, pag.45, editrice
Morcelliana, 2013, €16,00]
La cultura religiosa della nostra fede, intesa
in senso sociologico come insieme di concezioni, costumi, tradizioni, linguaggi,
è piuttosto invecchiata. E’ diventato sempre più difficile inserirvi forze
nuove. Lo constatiamo nel nostro gruppo parrocchiale di AC.
Ci viene indicata, allora, l’apparente vitalità dell’altra esperienza
collettiva laicale che caratterizza fortemente la nostra parrocchia, alimentata
non solo da forze del nostro quartiere, ma addirittura da immigrati da altre parti della nostra città. Essa però, a me che la
guardo da fuori, appare come una città dietro quel tipo di bastioni di cui ha scritto
Diotallevi nel libro che ho sopra citato. Ci si va per rinchiudervisi dentro e
per trovare un simulacro di pace a sfondo religioso. La sua separazione dalla civiltà che la
circonda è il suo grave limite. E ciò anche se indubbiamente vi si può crescere
nella fede e nell’amicizia reciproca.
L’ascesa
sul trono religioso di papa Francesco sembra aver innescato un moto di
rinnovamento. Esso più che altro è subìto come una dura necessità. Anche il
clero ha infatti ormai capito che l’alternativa è cambiare o perire. Ma, per la
sua struttura feudale, che limita pesantemente anche il pensiero da esso
espresso, non ha la forza per progettare
un reale cambiamento. Quest’ultimo non basta infatti volerlo,
deliberarlo, e anche questo riesce difficile nell’ambiente del clero. Bisogna
inculturarlo nella società, il che significa anche imparare qualcosa dalla
società in cui si vive, dopo averla in genere tanto disprezzata e criticata. E’
un lavoro che spetta innanzi tutto a noi laici.
Diotallevi, nel libro di cui ho parlato,
critica molto i laici italiani.
“Se la dignità dei laici è quella di cui s’è detto e se tale è la
dignità del loro apostolato, semplicemente non è più possibile affermare che la
colpa principale della situazione presente ricada su qualcun altro se non sui
laici stessi.
Se l’apostolato dei laici è una cosa tanto
importante e se tanto gravi sono le conseguenze di un mancato esercizio da
parte dei laici della loro responsabilità in ogni settore della «ecclesia» e della «civitas», ciò che si rivela
essere in gioco è né più nè meno che la qualità del modo in cui i laici hanno
saputo corrispondere alla loro vocazione cristiana”.
Francamente io sarei meno severo. In
particolare il contesto in cui i laici sono vissuti dagli anni ’80 è stato
veramente poco propizio allo sviluppo del loro ruolo. E’ stata tolta loro la
voce. La teologia normativa imposta dalla gerarchia del clero l’ha fatta da
padrona. Tutti le esperienze dove i laici manifestavano più liberamente la loro
voce sono state osteggiate, e come minimo scoraggiate. Ne ha fatto le spese
anche la nostra Azione Cattolica. Ma certamente una parte di responsabilità l’abbiamo
anche noi laici. Certe libertà bisogna conquistarsele. Abbiamo invece
generalmente preferito il quieto vivere da semplici consumatori di beni
religiosi, che comunque ci necessitano e che vengono dispensati dal clero. Del resto
questo sembrava corrispondere all’immagine evangelica di una collettività in cui
c’erano pastori e gregge.
Doveva essere il gregge a decidere
dove andare? Ma noi, tutti, clero e laici, dovevamo farci gregge dinanzi a un
pastore soprannaturale, questo era un obiettivo onorevole, mentre in realtà ci
siamo distinti, qui sulla terra e al nostro interno, in pastori
- clero e in gregge - laici, e i primi si sono voluti assumere
ogni responsabilità di conduzione di coloro che consideravano solo gregge. Con le conseguenze che ci sono
davanti agli occhi.
Così noi laici abbiamo, in genere, studiato e
pensato poco, abbiamo accettato di farci silenziare, abbiamo anche accettato di
farci umiliare in molti aspetti della vita, ad esempio nelle questioni
matrimoniali e riproduttive. Abbiamo
accettato che l’espressione cristiano adulto suonasse come una offesa nel lessico
clericale. Abbiamo, da ultimo, accettato
di non essere adeguatamente rappresentanti nell’ultima assemblea del Sinodo
sulla famiglia, un tema centrale nella nostra vita.
E’ possibile cambiare? Forse sì. Ma
bisognerebbe cambiare mentalità e costumi. E occorrerebbero forze nuove, quelle
che, nel nostro quartiere, rimangono ancora lontane, nonostante che i tempi
stiano cambiando.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli