sabato 1 novembre 2014

Farsi produttori di beni spirituali


Farsi produttori di beni spirituali

 

“…se si nega la specificità irriducibile del laicato, i preti non sono altro che imprenditori religiosi, i laici non sono altro che i consumatori religiosi, e i religiosi non sono altro che individui strani, magari capaci di incuriosire, ma alla fine innocui. E il cristianesimo, quali siano i suoi numeri, anche molto, molto, grandi si riduce ad essere una realtà senza rilevanza extrareligiosa e continuamente in cerca di «bastioni» magari un po’ più sofisticati di quelli di un tempo: denaro, immagine, dipendenze psicologiche, alleanze mondane, e chissà cos’altro.”
 [da: Luca Diotallevi, I laici e la Chiesa – caduti i bastioni, pag.45, editrice Morcelliana, 2013, €16,00]


 

 La cultura religiosa della nostra fede, intesa in senso sociologico come insieme di concezioni, costumi, tradizioni, linguaggi, è piuttosto invecchiata. E’ diventato sempre più difficile inserirvi forze nuove. Lo constatiamo nel nostro gruppo parrocchiale di AC.
  Ci viene indicata, allora, l’apparente vitalità dell’altra esperienza collettiva laicale che caratterizza fortemente la nostra parrocchia, alimentata non solo da forze del nostro quartiere, ma addirittura da immigrati da altre parti della nostra città. Essa però, a me che la guardo da fuori, appare come una città dietro quel tipo di bastioni  di cui ha scritto Diotallevi nel libro che ho sopra citato. Ci si va per rinchiudervisi dentro e per trovare un simulacro di pace a sfondo religioso. La sua separazione dalla civiltà che la circonda è il suo grave limite. E ciò anche se indubbiamente vi si può crescere nella fede e nell’amicizia reciproca.
 L’ascesa sul trono religioso di papa Francesco sembra aver innescato un moto di rinnovamento. Esso più che altro è subìto come una dura necessità. Anche il clero ha infatti ormai capito che l’alternativa è cambiare o perire. Ma, per la sua struttura feudale, che limita pesantemente anche il pensiero da esso espresso, non ha la forza per progettare  un reale cambiamento. Quest’ultimo non basta infatti volerlo, deliberarlo, e anche questo riesce difficile nell’ambiente del clero. Bisogna inculturarlo nella società, il che significa anche imparare qualcosa dalla società in cui si vive, dopo averla in genere tanto disprezzata e criticata. E’ un lavoro che spetta innanzi tutto a noi laici.
 Diotallevi, nel libro di cui ho parlato, critica molto i laici italiani.
 
  “Se la dignità dei laici è quella di cui s’è detto e se tale è la dignità del loro apostolato, semplicemente non è più possibile affermare che la colpa principale della situazione presente ricada su qualcun altro se non sui laici stessi.
 Se l’apostolato dei laici è una cosa tanto importante e se tanto gravi sono le conseguenze di un mancato esercizio da parte dei laici della loro responsabilità in ogni settore della «ecclesia» e della «civitas», ciò che si rivela essere in gioco è né più nè meno che la qualità del modo in cui i laici hanno saputo corrispondere alla loro vocazione cristiana”.
 
 Francamente io sarei meno severo. In particolare il contesto in cui i laici sono vissuti dagli anni ’80 è stato veramente poco propizio allo sviluppo del loro ruolo. E’ stata tolta loro la voce. La teologia normativa imposta dalla gerarchia del clero l’ha fatta da padrona. Tutti le esperienze dove i laici manifestavano più liberamente la loro voce sono state osteggiate, e come minimo scoraggiate. Ne ha fatto le spese anche la nostra Azione Cattolica. Ma certamente una parte di responsabilità l’abbiamo anche noi laici. Certe libertà bisogna conquistarsele. Abbiamo invece generalmente preferito il quieto vivere da semplici consumatori di beni religiosi, che comunque ci necessitano e che vengono dispensati dal clero. Del resto questo sembrava corrispondere all’immagine evangelica di una collettività in cui c’erano pastori  e gregge. Doveva essere il gregge a decidere dove andare? Ma noi, tutti, clero e laici, dovevamo farci gregge  dinanzi a un pastore soprannaturale, questo era un obiettivo onorevole, mentre in realtà ci siamo distinti, qui sulla terra e al nostro interno,  in pastori -  clero e in  gregge  - laici, e i primi si sono voluti assumere ogni responsabilità di conduzione di coloro che consideravano solo  gregge. Con le conseguenze che ci sono davanti agli occhi.
 Così noi laici abbiamo, in genere, studiato e pensato poco, abbiamo accettato di farci silenziare, abbiamo anche accettato di farci umiliare in molti aspetti della vita, ad esempio nelle questioni matrimoniali e riproduttive.  Abbiamo accettato che l’espressione  cristiano adulto  suonasse come una offesa nel lessico clericale.  Abbiamo, da ultimo, accettato di non essere adeguatamente rappresentanti nell’ultima assemblea del Sinodo sulla famiglia, un tema centrale nella nostra vita.
 E’ possibile cambiare? Forse sì. Ma bisognerebbe cambiare mentalità e costumi. E occorrerebbero forze nuove, quelle che, nel nostro quartiere, rimangono ancora lontane, nonostante che i tempi stiano cambiando.
 
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli