E’ necessaria, in
religione, un’autorità “professionale”?
Davvero meriterebbe che
divenissimo assai più coscienti della straordinaria eredità – già solo in
termini meramente sociali – che il Novecento cattolico italiano ha lasciato.
Esso consegna un tipo di clero cattolico che, probabilmente, è l’unico caso in
cui si siano conservati con quel grado di intensità e di effettività tutti i
caratteri di una professione, avendo invece più o meno tutte le altre
professioni rinunciato alla propria autonomia a favore vuoi dello Stato, vuoi
della domanda dei mercati di riferimento. Il clero cattolico è nella società
italiana, tra le altre cose, un valore civile, un presidio di poliarchia,
costituisce una delle non molte istituzioni sopravvissute al secolo del suo “statalismo”
tardivo, breve, ma intenso – e prossimo al tramonto -. In Italia, quella del
prete è oggi per certi versi l’unica professione che conserva alcuni “standard”
originari o quelli che caratterizzano le professioni nelle “stateless societies”
[società non rette da autorità statali], non da ultimo anche a causa di alcune soluzioni adottate nelle riforma
concordataria del 1984 […].
Un secondo elemento. In Italia,
non solo, ma soprattutto nelle parrocchie è presente una cospicua area di
laicato cattolico che non assume la forma sub-professionale di “paraclero”, che
non si riduce a mero consumatore abituale di prodotti religiosi, che non è
assimilabile al tipo del componente di una setta ma che condivide ed esprime
una coscienza matura dell’apostolato proprio dei laici ed eventualmente anche
quella di una corresponsabilità laicale all’apostolato gerarchico.
Evidentemente nella tipologia rientra innanzitutto la Azione cattolica e in
certa parte almeno tanto altro “associazionismo” quale forma specifica e
massimamente ecclesiale di aggregazione. Nelle parrocchie italiane vi sono
molti laici che per sentirsi Chiesa non hanno bisogno di avere una mansione
intraecclesiastica, di essere amici del prete, o di essere lasciati liberi di
identificarsi con una versione ridotta della prassi e del credo della Chiesa. Non
a caso alla vita dell’associazionismo ecclesiale ed in particolare di quello di
Azione cattolica è strettamente legato quell’altro ruolo tipicamente e
limpidamente ecclesiale del prete che è l’ “assistente” ecclesiastico, alla
specificità e al valore del quale oggi troppo poco si presta cura (Tutt’altra
cosa è infatti l’ “assistente ecclesiastico” rispetto al “direttore di un
ufficio di curia” o al “leader” o al mero componente di un gruppo religioso: il
primo è un ruolo che molto diversamente dai
secondi configura la funzione propria del pastore ed il suo rapporto con i
laici e i religiosi).
[da Luca Diotallevi, I laici e la Chiesa – caduti i bastioni,
pag.73-74, Morcelliana, 2013, €16,00, attualmente disponibile in commercio]
Ai tempi nostri capiamo meglio, perché ce n’è
sempre di meno, la grande ricchezza che ha portato nella società italiana il
clero italiano come si è venuto caratterizzando nel Novecento. Il clero
italiano ha avuto un ruolo sociale molto importante nel secolo scorso. Basti
pensare alla figura di un Luigi Sturzo, il prete che ha costruito le basi culturali,
ideologiche e politiche per far uscire la gente italiana della nostra fede
dalla condizione di minorità ed emarginazione politica in cui l’aveva ristretta
l’autoritarismo legittimista del papato, tutto centrato sul recupero della
perduta sovranità temporale.
Forse con meno intensità si sente invece la
nostalgia dell’impegno dell’Azione Cattolica novecentesca, nel tempo della sua
apparente progressiva eclisse in molte collettività italiane. Da un lato
infatti il fenomeno presenta aspetti meno gravi di quello del rarefarsi del
clero italiano sul modello novecentesco, poiché l’Azione Cattolica si presenta
pur sempre, complessivamente, come un’esperienza di rilievo nelle nostre
collettività di fede, dall’altro si sente il peso di un clima generale ad essa
sfavorevole che ha caratterizzato gli ultimi trent’anni e che, in qualche modo,
ha proseguito, aggravandolo, lo storico atteggiamento ambivalente della
gerarchia italiana del clero verso qualsiasi esperienza laicale che volesse
caratterizzarsi con maggiore autonomia.
Entrambe le esperienze, quella del prete e
quella nell’Azione Cattolica, si sono caratterizzate, nel Novecento, per l’acquisizione
di un elevato grado di autonomia, fondato su un patrimonio culturale personale,
tanto da denotare il complesso delle parrocchie italiane come quello che il Diotallevi,
nel libro che ho citato, definisce un sistema
poliarchico, in cui in cui
valori, norme, conoscenze decisive non sono determinati esclusivamente dalla
domanda o da altri poteri sociali, a cominciare dallo Stato.
Per molti versi al centro dei problemi di oggi
delle nostre collettività di fede sta il problema dell’esercizio dell’autorità.
Per le caratteristiche specifiche che è venuta assumendo la nostra fede un’autorità
sarà sempre necessaria, ci sarà sempre bisogno di qualcuno che ci
spieghi le cose di fede, e in primo luogo le scritture sacre. Un accesso
intuitivo, emotivo, alla fede è infatti insufficiente e le scritture sacre,
senza un particolare impegno per intenderle, sono come un forziere chiuso a
chiave. Non dobbiamo farci illusioni su questo. E sarà sempre necessario, per
mantenere la riconoscibilità nei secoli di certi tratti comuni della nostra
fede, sottrarla alla indiscriminata manipolazione da parte delle collettività
che la vivono. Insomma, se si vuole mantenere la nostra fede comune, non si
potrà mai ammettere che se ne possa fare, nelle sue esperienze storiche, proprio
tutto ciò che ciascuna singola collettività vuole, secondo le sue particolari esigenze
del momento. Sarà sempre necessari quella particolare figura del capo/pastore con cui si cerca di rendere
un’idea di come l’autorità dovrebbe essere esercitata in religione.
L’esercizio dell’autorità è un aspetto critico sia tra il clero che tra
i laici. Qualche volta, facendo l’esperienza di certo autoritarismo laicale si
rimpiange francamente quello del clero.
L’esercizio dell’autorità in religione non
potrà mai dipendere solo da una investitura burocratica, da un ufficio
superiore, ma nemmeno dalla sola investitura democratica, dal basso. Sarà
sempre necessario, insomma, valutare il profilo per così dire professionale dei candidati, i quali non
potranno essere solo degli esecutori di ordini altrui o di rappresentanti dei
voleri di determinate collettività. In qualche modo sarà sempre necessaria
qualcosa come una abilitazione, come
quella che c’è oggi per professioni come quelle del medico o dell’avvocato. Questa
è appunto ancora la prassi attuale nell’investitura del clero a uffici
religiosi, ma anche, ad esempio, in quella seguita in Azione Cattolica per l’individuazione
dei dirigenti dell’associazione, prassi in cui, ai vari livelli a cominciare dalla presidenza
del gruppo parrocchiale, l’assenso demandato alla gerarchia del clero alle
nomine ha essenzialmente tale funzione di riconoscimento abilitativo.
Bisogna anche considerare che l’esercizio dell’autorità
in religione, per essere realmente efficace innanzi tutto per generare alla
fede, dovrà mantenere certi caratteri di autonomia che solo un certo livello di
formazione culturale e di motivazione personale può dare. Autonomia sia verso l’alto
che verso il basso, al modo in cui, ad esempio, un medico si occupa del malato
con primaria propria personale responsabilità, senza dipendere totalmente da
direttive superiori, anche quando lavora inquadrata in un’organizzazione
complessa come un ospedale, ma anche, tantomeno, totalmente dalla volontà del
paziente, il quale pur volendo essere guarito non ha in sé le risorse per
riuscirvi. Sono molto lontane dalla funzione pastorale che occorre in
religione sia il modello del commissario
politico, mero organo di trasmissione e controllo al servizio di ideologie
propagate da uffici superiori, sia quella del capo-popolo, il capo carismatico di un movimento. Questi modelli li
vediamo impersonati talvolta sia da autorità espresse dal clero che da autorità
laicali.
Mario Ardigò
– Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli