Come ho più volte rilevato, la storia non viene considerata importante nell'iniziazione religiosa e spesso nemmeno successivamente. Ho notato infatti che i laici che ad un certo punto vogliono approfondire la loro cultura religiosa, per "rendere ragione della speranza di fede che è in loro", secondo l'esortazione biblica (1Pt 3,15), lo fanno spesso leggendo di teologia, quindi sostanzialmente seguendo l'orientamento formativo del prete. Giuseppe Dossetti, profondo conoscitore dei problemi della nostra collettività religiosa, lo sconsigliava e io, da ragazzo, mi chiesi il perché. Credo ora di averlo intuito. Per ciò che deve fare un laico nella società in cui è immerso c'è troppo poca storia in quel tipo di formazione e, soprattutto, la storia che c'è è troppo fortemente ideologizzata a fini apologetici, di difesa sempre e comunque delle ragioni di chi nella nostra confessione di fede comandava, per tornare utile.
Ai tempi nostri, a quello che ho potuto constatare si è persa memoria storica, nei fedeli di base, della frattura radicale che separò la gente della nostra fede dagli ideali politici dai quali scaturirono le iniziative che portarono all'unitá nazionale italiana. Essa per la verità attraversò anche la nostra stessa collettività religiosa, anche se la maggior parte dei fedeli socialmente e culturalmente attivi come persone di fede finirono per trovarsi nel campo ostile a quegli ideali politici. È il tema dei problematici rapporti tra le nostre collettività religiose in Italia e il Risorgimento. Essi finirono per avere un'influenza in certo modo catastrofica sull'evoluzione delle nostre concezioni di fede, determinando addirittura l'esito in senso che alcuni ritengono infausto di un Concilio ecumenico, il Vaticano 1*, troncato drammaticamente nel 1870, l'anno della conquista militare di Roma e della soppressione del Regno pontificio.
La ragione di questa mancata consapevolezza non va individuata però solo nel mancato approfondimento storico, ma nel fatto che sopravvive, anche se non se ne ha più chiara coscienza, l'accomodamento ideologico che portò, sotto il fascismo storico, ad una appropriazione della memoria del Risorgimento da parte del regime autoritario del Mussolini e successivamente a una "conciliazione" mediata da quest'ultimo tra il Regno d'Italia e il nostro imperatore religioso all'epoca regnante. A quell'epoca le masse italiane della nostra gente di fede furono in qualche modo "riconciliate" con l'idea di una nazione italiana, quindi con il Risorgimento, ma in salsa autoritaria, senza accettazione dell'ideologia democratica liberale espressa dalle principali componenti del movimento risorgimentale, innanzi tutto da quella mazziniana. L'ideologia democratica liberale fu vista, fin dalla Restaurazione seguita all'egemonia europea del bonapartismo, il movimento politico centrato sulla figura del sovrano francese Napoleone Bonaparte, come una proposta di civiltà antitetica a quella ispirata dalla nostra religione. Questo orientamento si mantenne sostanzialmente, sia pure progressivamente attenuandosi dopo la caduta dei regimi fascisti europei, fino agli scorsi anni '90. E ancora oggi se ne sente l'influsso ogni volta che i fedeli laici chiedono una maggiore autonomia di iniziativa e di organizzazione.
Gli appelli all'unitá che talvolta sento arrivarci addosso quando si manifesta una dialettica all'interno delle varie componenti della nostra organizzazione nazionale di fede risentono abbastanza dell'ideologia formatasi durante il regime fascista, anche se, credo, ciò avviene inconsapevolmente. Il metodo democratico, che l'Azione Cattolica ha inserito nel proprio statuto come fattore caratterizzante la nostra associazione, è ancora sentito in fondo non solo come eretico, ma anche come sovversivo. Quando l'altro giorno il nostro vescovo e padre universale, recatosi in visita ad una comunità di evangelici pentecostali, ha chiesto perdono delle discriminazioni che essa aveva subito ad opera di gente della nostra fede sotto il regime fascista, ha posto le basi per il superamento di quell'orientamento. Ma mettere in pratica nuove forme di collettività di fede che quel superamento attuino pienamente è compito di noi fedeli laici. Infatti, in un certo senso, la questione nazionale è ancora aperta e lo rimarrà fino a che non sarà risolta la sfida dello "scontro di civiltà" che, accettata dai nostri sovrani religiosi nel corso dell'Ottocento, determinò la tendenziale tensione tra gli ideali democratici risorgimentali e quelli a sfondo religioso.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli