Scrive Pier Paolo Donati nel suo "Pensiero sociale cristiano e società postmoderna", editrice AVE,1997:
"La situazione odierna è decisamente paradossale: la globalizzazione uccide la comunità, mentre al contempo ne esalta il bisogno [...] La società moderna è stata come un'apertura del vaso di Pandora: sollevando il coperchio di un'ordine sociale imposto dall'alto, sono fuoriuscite esigenze di nuove relazioni sociali e comunicative che oggi non sono più riconducibili a un qualche ordine, tantomeno comunitario in senso stretto. Adesso le relazioni vengono continuamente create e distrutte, in un gioco che lascia poco spazio ai progetti e ai disegni di soggetti comunitari concepiti all'antica, come la famiglia tradizionale, la chiesa, il quartiere, le istituzioni locali ereditate dal passato. Occorre che questi soggetti imparino a fare comunità in modo nuovo, combinando aperture e chiusure discrezionali in modo da essere universali nel particolare."
Donati descrive molto efficacemente i problemi che anche noi incontriamo come gruppo parrocchiale di Azione Cattolica. Abbiamo bisogno di gente nuova, ma è difficile aggregarla all'interno della nostra esperienza associativa, che è vista da chi ne è fuori come inquadrata in una organizzazione, la chiesa locale, che appare insuperabilmente legata al passato e incapace di dare risposta alle questioni vitali per le persone di oggi. D'altra parte è proprio del tempo in cui viviamo, come osservato ad esempio dall'anziano sociologo inglese Baumann, il trovare difficoltá nell'organizzare risposte collettive, pubbliche, ai problemi privati, individuali.
In una società che si fa sempre più insicura per le persone, che sono incerte sul proprio futuro, a cominciare da quando sono giovani, dall'età in cui la disillusione derivata dalle esperienze concrete di vita non dovrebbe avere ancora scavato a fondo nelle fondamenta delle speranze individuali, anche la fede religiosa viene vissuta spesso solo come sostegno privato alla propria psicologia, e non sempre in questo modo funziona come nel passato. L'esperienza in Azione Cattolica è sempre stata molto più di questo. È stata fin dall'origine motivata dall'intento di esercitare un'influenza collettiva sulla societá in cui si è immersi per migliorarla secondo gli ideali di fede, e questo in diversi modi, che vanno dal discorso religioso esplicito alla collaborazione per l'elevazione sociale delle persone e per la modifica di strutture sociali carenti o inique. In ogni caso si tratta di un lavoro che si fa collettivamente e che richiede uno sforzo per agire collettivamente. Questo comporta cercare di comporre le divisioni mediante il dialogo collettivo, metodo caratteristico dell'Azione Cattolica, quindi di fare unitá a partire da una collettivitá, ma senza che la collettivitá domini sulle persone o senza che l'unitá derivi dall'assoggettare la collettivitá alla volontá di uno solo o di pochi. Queste ultime sono state soluzioni per dare coerenza a collettivitá attuate in concreto in varie esperienze sociali nella nostra confessione di fede, ma non hanno mai denotato il lavoro di Azione Cattolica. La nostra esperienza è, in questo senso, "aperta" e lascia maggiore spazio di altre a quel "fare comunitá in modo nuovo" di cui ha scritto Donati. I nostri statuti ci consentono una maggiore discrezionalità, pure garantendoci ancora una collocazione sicura all'interno del contesto istituzionale della nostra confessione religiosa. Questa è un'opportunità che può essere sfruttata.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli