martedì 5 agosto 2014

Cambiare nello spirito del Concilio Vaticano 2*

 "Il Concilio ha cambiato tante cose nella vita della comunità cristiana, nella nostra vita personale e nel nostro modo di vivere la fede; nel nostro modo di vivere come laici di AC.
 La nostra lunga tradizione associativa si è rinnovata e ravvivata, nel sincero desiderio di aderire al magistero conciliare, così come nell'accoglienza dello spirito del Concilio: l'AC ha consentito che il Concilio cambiasse la sua vita, rinnovasse la sua lunga esperienza.
 Lo Statuto che ancora oggi dá l'impronta alla vita della nostra associazione  quello che è nato dall'ascolto del Concilio, dalla paziente e creativa fatica di Vittorio Bachelet e dell'allora assistente Franco Costa. Sull'immagine di Chiesa consegnataci dal Concilio l'AC ha rimodellato la sua identità, che è parsa sempre più come un ideale, un modo di essere Chiesa, un tirocinio e una scuola per vivere più intensamente l'esperienza ecclesiale".
[da "Azione Cattolica e Concilio", di Paola Bignardi, Ernesto Preziosi, Stella Morra, Francesco Lambiasi, editrice AVE, 2002, €5,00, disponibile in commercio]

 Proviamo a porre un punto interrogativo al posto del punto fermo a conclusione delle due prime proposizioni del brano che ho citato e, in questo modo, utilizziamole per un esame di coscienza. Il Concilio ha cambiato effettivamente tante cose nella nostra vita personale e nel nostro modo di vivere la fede come laici? La nostra lunga tradizione associativa si è effettivamente rinnovata e ravvivata nel sincero di aderire al magistero conciliare? Abbiamo assimilato e praticato effettivamente i valori del dialogo e del rinnovamento, nel modo dell'apertura e della riconciliazione, secondo lo spirito del Concilio? E, innanzi tutto, quei valori sono ancora valori nella nostra vita?
 Alcuni mesi fa è venuto in visita nella nostra parrocchia il vescovo ausiliare di settore e ha promosso un franco e aperto dibattito nella nostra comunitá parrocchiale: si è svolto pubblicamente alla presenza di tutte le nostre componenti associative e di funzione, fatto veramente inusuale. Ciò che è emerso è stato veramente molto distante dagli ideali conciliari e il vescovo ce lo ha fatto notare.  Ci siamo chiusi in modo quasi tribale verso la società intorno a noi, nell'iniziazione religiosa seguiamo schemi obsoleti, siamo addirittura orgogliosi di questa nostra chiusura, ritenendoci il residuo fedele in in mondo cattivo, malintenzionato e sordo ai richiami religiosi. 
 In questo quadro il nostro gruppo parrocchiale di AC indubbiamente si differenzia, ma, chiediamocelo, com'è che vi sono così pochi giovani tra noi? Non pensiamo forse di aver una responsabilità collettiva in questa dinamica sfavorevole, vale a dire: non è dipeso anche da noi ciò in cui ci siamo trasformati? E che cosa possiamo far per cambiare, e, innanzi tutto, vogliamo cambiare? 
 È tempo di progetti. Non solo perché si è nella pausa estiva prima della ripresa delle nostre attività associativa, ma anche perché viviamo tempi che ci interpellano e ci chiedono il cambiamento. Tante cose stanno trasformandosi intorno a noi. La società in cui siamo immersi sta velocemente mutando e la nostra fede, in base alla quale sono stati elaborati i principi fondamentali della nostra nuova Europa dopo la tragica fine dell'ultimo conflitto mondiale, ha ancora molto da dire, perché mantiene un vivo interesse ai fatti sociali, li vede come campo di esercizio del proprio impegno religioso, come materia da plasmare nell'agápe per radunare in un solo popolo benevolente tutta l'umanità e, soprattutto, ha ancora le risorse culturali e umane per farlo e l'anelito universalistico che occorre.
 Scrive Pier Paolo Donati nel suo "Pensiero sociale cristiano e società postmoderna", editrice AVE, 1997:
"... Oggi solo il pensiero sociale cristiano, e non il pensiero illuminista, sembra poter definire quei confini ultimi dell'azione umana che, per quanto mobili e anche incerti, sono comunque necessari a ogni società per non cadere nell'anomia e nell'alienazione generalizzate, ossia per sviluppare le sue capacità di vita".
  Questa constatazione non ci deve però rendere superbi, ma piuttosto, forse, indurci a dolerci delle tante occasioni sprecate che ci sono state dal tempo in cui si è spenta la creatività della nostra azione nella società, perché essa si è spenta e ce lo si è fatto autorevolmente notare.
 Abbiamo ancora di che sfamare la società del nostro tempo, quei famosi pani e pesci del racconto evangelico proclamato nella Messa di domenica scorsa, ma, in fondo, vediamo solo la loro esiguità e non la loro potenzialità, che non deriva solo da noi stessi, dalle nostre forze, ma dall'agire in linea con i principi della nostra fede, quel "di più" che fa la differenza e che confidiamo essere fruttto di azione soprannaturale. E non solo li tesaurizziamo, quelle grandi risorse, tenendole chiusi nelle nostre dispense, ma, a volta, ci siamo addirittura dimenticati di averle.
 Coraggio. Bisogna ripartire. La constatazione del punto in cui siamo caduti non sia una giustificazione all'inerzia. Mettiamoci al lavoro. Proponiamoci di essere diversi, pensiamo a come poterlo effettivamente essere. Facciamo dei progetti. 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli