giovedì 10 luglio 2014

Vivere una nuova cultura religiosa


Vivere una nuova cultura religiosa

 

  Il lavoro della mediazione culturale consiste nel mettere in comunicazione due poli: la fede e la cultura in cui si è immersi.  Di solito si pensa che la fede sia sempre la stessa e che a cambiare siano  solo le culture che storicamente si manifestano, intese, secondo che troviamo al numero 53 della costituzione Gaudium et Spes  (= la gioia e la speranza), del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), come
"Con il termine generico di «cultura» si vogliono indicare tutti quei mezzi       con i quali l'uomo affina ed esplicita le molteplici sue doti di anima e corpo; procura di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la conoscenza ed il lavoro; rende più umana la vita sociale sia nella   famiglia che nella società civile,mediante il progresso del costume e delle    istituzioni; infine, con l'andare del tempo, esprime, comunica e conserva nelle sue opere le grandi esperienze ed aspirazioni spirituali, affinché          possano servire al progresso di molti, anzi di tutto il genere umano. Di conseguenza la cultura presenta necessariamente un aspetto          storico e sociale, e la voce «cultura» esprime spesso un significato         sociologico ed etnologico. In questo        senso parla di pluralità delle culture. Infatti  dal diverso modo di far uso delle cose, di lavorare, di esprimersi, di praticare la religione e di formare i costumi, di fare le leggi, di creare gli istituti giuridici, di sviluppare le scienze e le arti e di coltivare il bello, hanno origine le diverse condizioni comuni di vita e le diverse maniere di organizzare i beni della vita. Così pure si costruisce l'ambiente storicamente  definito, in cui ogni uomo, di qualsiasi stirpe ed epoca, si inserisce, e da cui attinge i beni che gli consentono di promuovere la civiltà."
 In quest'ottica a preservare la fede dai mutamenti che coinvolgono tutte le cose umano è l'azione dell'autorità religiosa, della nostra gerarchia del clero, ubbidendo  alla quale, vale a dire pensando ciò che essa prescrive di pensare, ci si manterrebbe  in linea con gli insegnamenti del nostro primo Maestro.
 In realtà, uno sguardo veritiero sulla storia della nostra confessione religiosa mostra con chiarezza che nei due millenni della nostra esperienza religiosa i cambiamenti hanno coinvolto entrambi i poli da mettere in comunicazione e ciò in particolare negli ultimi due secoli. Non solo quindi la fede ha improntato diverse culture umane che si sono succedute nel tempo o che si sono manifestate in un'unica epoca in diversi contesti geografici e sociali, ma la nostra fede collettiva ne è stata anche fortemente influenzata, per cui gran parte della sistemazione concettuale con cui oggi la esprimiamo non risale più alle origini, ma è frutto di una evoluzione culturale. L'esercizio di poteri autoritari di polizia ideologica ha solo rallentato, e travagliato dolorosamente, questo processo che appare talmente in linea con ciò che accade nelle società umane da poter essere considerato connaturato alla nostra natura. Negli ultimi due secoli l'evoluzione culturale ha coinvolto maggiormente masse consapevoli e istruite, elevate dai sistemi democratici a un livello di partecipazione all'esercizio del potere che mai era stato storicamente raggiunto, e ciò ha reso più difficile contrastarlo e anche solo governarlo. In genere la nostra gerarchia religiosa ha comunque tentato di farlo, venendo a costituire nelle nostre società una potente componente reazionaria, motivo per il quale, ancora oggi, quando si parla del tema fede e cultura nell'ottica della nostra collettività religiosa il problema principale appare essere quello dell'aggiornamento, che significa recuperare dei ritardi culturali, la nostra fede apparendo in più campi come arretrata.
 Il radicale contrasto tra le concezioni scientifiche moderne e quelle teologiche cristallizzatesi e formalizzate nei primi tre secoli del secondo millennio, ai quali risale anche la struttura organizzativa gerarchica della nostra collettività religiosa, e imposte ai fedeli come obbligatorie, sotto pena di sconfessione, risale grosso modo al Seicento, quando, come ricorda nell'articolo Ludovico Galleni, nell'articolo Dall'Universo ordinato alla Terra da costruire, pubblicato sul n.6/2013 di Coscienza, la rivista del M.E.I.C.  - Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, entrò in crisi la cosmologia, di derivazione aristotelica (dalla filosofia del greco Aristotele - vissuto nel 4° secolo dell'era antica) collegata a quelle teologie normative.  Dall'idea di un universo statico e stabile nel tempo, la cui armonia è rotta solo dal peccato degli esseri umani, istituito e governato da un disegno soprannaturale e pertanto visibile manifestazione (prova) di esso, si passò gradualmente all'idea di un universo dinamico, non più centrato sulle cose umane e sulle loro relazioni con il soprannaturale e  in cui quello degli esseri umani era solo uno dei punti di vista possibili, dovendo il suo ordine essere faticosamente ricostruito non sulla base degli assunti della teologia normativa ibridata con concezioni scientifiche di antichi filosofi, ma alle osservazioni scientifiche che si venivano facendo sulla natura. Dall'astronomia questa evoluzione si estese a tutti i campi della scienza, dando luogo alle scienze come noi oggi le concepiamo. Essa ha richiesto di riconoscere l'autonomia, innanzi tutto dalla teologia normativa, di ciascuna scienza, vale a dire la libertà di organizzare il proprio pensiero e il proprio metodo secondo criteri suoi propri, principio a lungo vanamente contrastato dalla nostra gerarchia religiosa, anche con atti di estrema violenza politica (si ricorda in merito l'abiura a cui nel Seicento fu costretto lo scienziato Galileo Galilei), riconosciuto pienamente solo negli scorsi anni Sessanta (!), durante il Concilio Vaticano 2°.
 Questo tipo di contrasto si è in gran parte risolto, come ricorda Galleni nell'articolo che ho citato, e ha determinato lo sviluppo di teologie compatibili con le nuove acquisizioni scientifiche, a se permangono alcuni problemi, in particolare, come segnalato da Galleni, con riferimento ad alcune argomentazioni a sfondo teologico che riguardano il cosiddetto disegno intelligente che, secondo alcuni, dovrebbe essere riconoscibile con chiarezza nei fatti della natura, fornendo in tal  modo la prova di un suo governo soprannaturale.
 Non sono state invece superate le ideologie politiche  che quel contrasto hanno storicamente determinato, vale a dire quelle che ritengono indispensabile per la sopravvivenza della nostra fede l'esistenza di un'autorità gerarchica reazionaria che svolga un lavoro sostanzialmente di polizia ideologica anticulturale per  contrastare e rallentare l'evoluzione culturale  nelle cose religiose. La sopravvivenza di queste concezioni si è fatta più problematica nell'era delle democrazie di massa e oggi ha comportato quello che da parte gerarchica viene vista come una scisma pratico, vale a dire l'allontanamento di massa del popolo dei fedeli da concezioni religiose da essa ritenute insuperabili culturalmente,  ma che obiettivamente è solo il rifiuto, possibile grazie alla libertà di pensiero e di azione garantita dalla costituzioni democratiche, di sottostare all'imposizione di poteri reazionari, e ciò non solo nelle questioni scientifiche, alle quali le masse rimangono sostanzialmente estranee, ma in altre che riguardano la vita di tutti i giorni, ad esempio la vita in famiglia  e altre forme di relazioni sociali.
 La nostra collettività religiosa non ha, nella sua attuale organizzazione, gli strumenti per sanare il contrasto politico  che si è manifestato. Essa ha cercato, con successo, di cristallizzarlo, congelandolo, durante l'era che ho definito della grande glaciazione, ma lo scorso anno esso, rimasto latente, ha raggiunto il vertice supremo della nostra organizzazione religiosa, la fortezza romana entro la quale esso si era arroccato. L'appello che ora ci giunge da lì è di sperimentare nuove forme per vivere collettivamente la fede, distaccandoci marcatamente dal passato. Ma dove e come farlo, se gran parte delle strutture sociali in cui quel tipo di rinnovamento era stato iniziato sono state smantellate  o ridotte ai minimi termini? La nostra Azione Cattolica, che ha fatto dell'ideologia del Concilio Vaticano 2° la sua principale ragione di essere, può essere un buon punto di partenza. E' riuscita infatti a custodire la memoria di una tradizione e la pratica di un metodo, quello democratico, che possono costituire la base culturale per sperimentare il rinnovamento. Mancano però in molti gruppi, come nel nostro, le energie umani per cominciare. Finora il problema era stato solo quello di sopravvivere.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli