Una guerra secolare
Tutti noi siamo nati e cresciuti nella fede nel contesto di
una guerra civile secolare di natura ideologica che ha fortemente condizionato
la nostra religiosità collettiva e di cui non ci si può rendere conto se non
sforzandosi di raggiungere una sufficiente consapevolezza storica, obiettivo
che non è assolutamente perseguito nella formazione religiosa di base. Non
facendolo, si combatte comunque quella guerra da pedine ignare del significato
di ciò che sta accadendo, manovrate da chi quella consapevolezza ha acquisito
ed ha il potere di dirigere le operazioni. Come succede in ogni guerra, si fa
anche del male agli altri, a coloro contro cui si combatte, ma senza la
consapevolezza di farlo. Ma come si può fare del male essendo persone di fede?
Si può farlo e lo si è fatto in molti modi. Storicamente la nostra confessione
religiosa è stata mortifera in diverse
stagioni e, anche senza arrivare a quegli eccessi, ancora colpisce
duramente coloro che considera i suoi avversari, in particolare con la pena
dell'emarginazione, dell'esclusione sociale. Ne hanno fatto le spese diverse
categorie di persone. Tra esse possiamo ricordare, ad esempio, le donne, tutti coloro che hanno avuto
problemi nel mantenere l'impegno religioso nel matrimonio, tutti coloro che
hanno avuto la necessità di un aiuto sanitario nella procreazione, gli
omosessuali, i preti e i religiosi che hanno voluto sposarsi, molti di coloro
che erano impegnati religiosamente nel sociale, molti di coloro che hanno
vissuto la politica come forma di carità in senso religioso, molti di coloro
che hanno voluto sperimentare nuove prassi sociali in materia di fede, teologi
e intellettuali che non erano i linea con l'ideologia religiosa prescritta
dalla gerarchia della nostra confessione religiosa e, in genere, tutti i
dissenzienti rispetto a tale ideologia e alle conseguenti prassi. Non possiamo
addebitare questo problema solo alla nostra gerarchia religiosa. La responsabilità
è stata diffusa, sia pure a diversi livelli di consapevolezza. Uno degli
obiettivi che si può porre in un'esperienza associativa di fede è quello di
porre fine a quella guerra.
Abbiamo visto che le
esperienze associative laicali che in qualche modo possiamo considerare
all'origine dell'impegno di azione
cattolica risalgono, in Italia, alla fine del Settecento, con le amicizie cristiane. Di esse erano protagonisti
esponenti della nobiltà, che avevano nei riguardi del popolo un atteggiamento
fortemente paternalistico. Esse erano in forte polemica da un lato con le
filosofie dell'illuminismo francese e dall'altro con l'assolutismo statale che
pretendeva di disciplinare l'organizzazione religiosa, della quale il vertice
romano della nostra confessione religiosa rivendicava il monopolio. Durante
l'egemonia napoleonica sull'Italia quelle esperienze tacquero, per riprendere
solo dopo la caduta del Napoleone, con una forte accentuazione di quei
caratteri che le distinguevano. Questa rinascita fu alla base della corrente
ideologica a sfondo religioso che venne definita intransigentismo, che significava non voler venire a nessun
compromesso con la modernità e ritenere che la fede, nella versione proclamata
dal sovrano religioso assoluto della nostra confessione religiosa, avesse la
ricetta perfetta per l'organizzazione sociale.
Gli storici tuttavia
ricordano che vi fu, in Francia, una presenza attiva di cattolici nel movimento
rivoluzionario. Quei gruppi di cattolici si definivano cattolici democratici. Complessivamente però la rivoluzione
francese, che inizialmente combatté i privilegi dell'alto clero (vescovi e
abati), che costituiva una componente istituzionalmente riconosciuta
nell'organizzazione statale della monarchia assoluta prerivoluzionaria, diventò
presto non solo anticlericale, ma anche antireligiosa, fino a proporre, anzi a
imporre, una religiosità alternativa a quella della nostra fede. Divenuto
imperatore Napoleone Bonaparte la situazione cambiò molto, anche se da
quell'esperienza derivò, in Francia e poi in tutte le esperienze politiche
derivate dall'esperienza francese, l'ideale della laicità dello stato, intesa come non discriminazione dei cittadini
sulla base delle loro fedi religiose e come il rifiuto di un'influenza della
gerarchia del clero sulle cose pubbliche.
Bisogna però
ricordare che negli Stati Uniti d'America, protagonisti della rivoluzione dalla
quale derivò la democrazia come noi oggi ancora la intendiamo, le cose andarono
molto diversamente. Quell'esperienza politica non fu infatti antireligiosa, ma,
anzi, esplicitamente religiosa. Il moto di quella rivoluzione fu "In God we trust", confidiamo in Dio. Il principio della laicità dello stato fu quindi declinato, soprattutto
agli inizi, in modo molto diverso che nella Francia rivoluzionaria. Ma nelle
colonie inglesi che a fine Settecento decisero la secessione dalla madrepatria
non prevalevano i cattolici e la loro organizzazione feudale. Può essere stato
questo un fattore determinante dell'evoluzione di quell'esperienza politica in
senso non antireligioso?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli