domenica 20 luglio 2014

Come stranieri


Come stranieri

 


 La Città del Vaticano, a Roma, istituita dal Trattato Lateranense del 1929 come spazio territoriale di indipendenza e autonomia del vertice romano della nostra confessione religiosa e da quest'ultimo organizzato come uno stato (nel Trattato non si rinviene l'espressione "Stato della Città del Vaticano", ma solo "Città del Vaticano"), è l'immagine di come, sostanzialmente, la nostra gerarchia religiosa ancora concepisce la sua relazione con i fedeli laici: questi ultimi infatti, se non legati da particolari rapporti di dipendenza funzionale con l'organizzazione centrale della nostra confessione religiosa e quindi ammessi come "sudditi", possono entrare in quel simulacro di stato, presidiato da truppe che storicamente sono l'evoluzione di antiche milizie mercenarie, solo  come stranieri. I laici che sono rimasti dentro la nostra collettività religiosa hanno in fondo accettato, sia pure spesso con molte riserve mentali, questo ordine di idee. Essi sono diventati minoranza in una società che rifiuta legami di tipo feudale. E la loro azione nella società si è anche insterilita. Infatti non appena produce nuove esperienze deve fare i conti con una estenuante vaglio di polizia ideologica, dal quale raramente esce indenne. E' questa la situazione all'origine dei problemi che ai tempi nostri incontriamo negli aspetti sociali della nostra fede. E' questo, in fondo, il fronte sul quale ci sentiamo chiamati a impegnarci quando ci proponiamo di muoverci in linea con il Concilio Vaticano 2°.  In realtà occorre andare molto oltre quell'obbiettivo: i documenti normativi di quel grande consesso di capi religiosi risalgono infatti ad un'epoca ormai piuttosto lontana da noi, in cui, ad esempio, non sembrava strano riferirsi agli "uomini" per intendere "persone umane", maschi e femmine. Ma sentiamo la necessità, per il contesto feudale che ci domina, di riferirci sempre ad una qualche autorità riconosciuta e, come dire, titolata per avvalorare le nostre affermazioni e i nostri propositi, come se non bastassero le nostre argomentazioni.
  Nel clima nuovo inaugurato l'anno scorso dal nostro nuovo vescovo e padre universale, cominciano a sentirsi di nuovo voci laicali fuori del coro. Ma il lavoro da fare è ancora molto. Abbiamo accettato molto a lungo di farci selezionare  e  silenziare. Abbiamo anche accettato, come esercizio di umiltà, di farci insultare in vari modi. Il primo obiettivo penso che debba essere recuperare una certa nostra dignità all'interno della nostra collettività religiosa. Questo comporta anche fare un esame di coscienza, perché, lasciandoci normalizzare, siamo diventati corresponsabili del corso delle cose.
  Dobbiamo lavorare sul concetto di popolo. In religione non di rado lo concepiamo come un gregge. Quest'ultimo ha un ruolo passivo rispetto a quello del pastore. Quella del gregge  è un metafora che origina dalle nostra scritture sacre, ma in esse è utilizzata per criticare le condotte dei pastori, non per proporre un modello di comportamento sociale per tutta l'altra gente. Da ultimo si è detto che i pastori devono avere l'odore del gregge, per intendere che chi esercita funzioni di direzione nella nostra collettività religiosa deve rimanere in contatto con i suoi governati, occuparsene attivamente avvicinandoli personalmente. Anche qui la metafora è stata utilizzata per ammonire i pastori. Spesso invece noi fedeli laici abbiamo trovato comodo farci gregge, vale a dire starcene quieti a pascolare lì dove ci dicevano. E' un modello piuttosto diverso da quello che ci proponiamo di seguire in Azione Cattolica, che deve essere caratterizzata, appunto, da un maggiore attivismo.
  Abbiamo qualcosa da dire sulle cose della nostra fede. La nostra vita religiosa non consiste solo nel cercare di adeguarci a direttive e modelli altrui. Da essa abbiamo imparato cose che sembrano ancora rimanere poco conosciute a chi ritiene di avere il monopolio della verità di fede. Scriveva Lorenzo Milani che di questo dobbiamo parlare con la nostra gerarchia di fede, altrimenti poi non possiamo lamentarci che  i nostri vescovi ci vengano su male. Ai tempi nostri, i nostri capi religiosi del clero sembrano quasi ammutoliti di fronte al nuovo scenario che si sta componendo. Tacciono. Ma questo non è un male: può darsi che essi comincino ad ascoltare veramente la società in cui sono immersi, a cominciare dai loro fedeli.
  L'idea di un sovrano religioso che sia anche capo carismatico di un movimento sociale con la sua forte personalità e il suo esempio personale di vita, che ha dominato gli ultimi trentacinque anni della nostra collettività religiosa, è l'evoluzione storica di una vecchia concezione  guelfa. quella che voleva la supremazia sociale e politica del vertice romano della nostra confessione religiosa in quanto apportatore di civiltà. Essa fu espressa agli inizi dell'Ottocento dal prete  e teologo Félicité de Lammenais (1782-1854), per certi versi, in particolare per la sua attività giornalistica, modello di un nuovo attivismo religioso. A lui può farsi risalire storicamente la polemica politica sull'indifferentismo in materia religiosa che ha travagliato anche la nostra collettività religiosa negli ultimi dieci anni e che nel 1864 trovò eclatante espressione normativa in quello sconcertante catalogo reazionario che fu il Sillabo, allegato all'enciclica Quanta Cura  del papa Pio 9°.
 Dopo la ripresa dell'attività seguita alla caduta di Napoleone Bonaparte, l'Amicizia Cattolica, rifondata nel 1917 a Torino sulla base delle precedenti esperienze dell'Amicizia Cristiana di Nicolaus Joseph Albert von Diessbach e di Pio Bruno Lanteri, che possiamo considerare sotto diversi aspetti come precorritrice della nostra Azione Cattolica, fui influenzata dalle idee del Lammenais.
 Scrive  Gabriele De Rosa, nel suo Il movimento cattolico in Italia - Dalla Restaurazione all'età giolittiana:
"Se fondatore dell'Amicizia Cattolica fu il Lanteri, il vero animatore ne fu Cesare D'Azeglio, che, proprio per meglio sostenere e fare conoscere la società, concepì l'idea del periodico «L'Amico d'Italia». […] Nei primi anni  di vita, «L'Amico d'Italia» subì l'influenza  delle teorie del primo Lammenais, assertore della supremazia del papa, antigallicano [=contrario alle idee francesi di autonoma organizzazione delle Chiese nazionali] e sostenitore del dovere del re di applicare la legge di Dio, sotto la guida della Chiesa. […]. L'idea della supremazia indiscutibile e onniestensibile del papa, che si riassumeva nella formula «papa e re», la visione che il Lammenais faceva balenare, di un papa obbedito dai re, affascinarono a un certo punto  larga parte del clero francese e, in Italia, cattolici come il d'Azeglio e Joseph De Maistre".
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli