Come stranieri
La Città del
Vaticano, a Roma, istituita dal Trattato Lateranense del 1929 come spazio
territoriale di indipendenza e autonomia del vertice romano della nostra
confessione religiosa e da quest'ultimo organizzato come uno stato (nel
Trattato non si rinviene l'espressione "Stato della Città del
Vaticano", ma solo "Città del Vaticano"), è l'immagine di come,
sostanzialmente, la nostra gerarchia religiosa ancora concepisce la sua
relazione con i fedeli laici: questi ultimi infatti, se non legati da particolari
rapporti di dipendenza funzionale con l'organizzazione centrale della nostra
confessione religiosa e quindi ammessi come "sudditi",
possono entrare in quel simulacro di stato, presidiato da truppe che
storicamente sono l'evoluzione di antiche milizie mercenarie, solo come stranieri. I laici che sono rimasti dentro
la nostra collettività religiosa hanno in fondo accettato, sia pure spesso con
molte riserve mentali, questo ordine di idee. Essi sono diventati minoranza in
una società che rifiuta legami di tipo feudale. E la loro azione nella società
si è anche insterilita. Infatti non appena produce nuove esperienze deve fare i
conti con una estenuante vaglio di polizia ideologica, dal quale raramente esce
indenne. E' questa la situazione all'origine dei problemi che ai tempi nostri
incontriamo negli aspetti sociali della nostra fede. E' questo, in fondo, il
fronte sul quale ci sentiamo chiamati a impegnarci quando ci proponiamo di
muoverci in linea con il Concilio
Vaticano 2°. In realtà occorre
andare molto oltre quell'obbiettivo: i documenti normativi di quel grande
consesso di capi religiosi risalgono infatti ad un'epoca ormai piuttosto
lontana da noi, in cui, ad esempio, non sembrava strano riferirsi agli "uomini" per intendere "persone umane", maschi e
femmine. Ma sentiamo la necessità, per il contesto feudale che ci domina, di
riferirci sempre ad una qualche autorità
riconosciuta e, come dire, titolata
per avvalorare le nostre affermazioni e i nostri propositi, come se non
bastassero le nostre argomentazioni.
Nel clima nuovo
inaugurato l'anno scorso dal nostro nuovo vescovo e padre universale,
cominciano a sentirsi di nuovo voci laicali fuori del coro. Ma il lavoro da
fare è ancora molto. Abbiamo accettato molto a lungo di farci selezionare e silenziare. Abbiamo anche accettato, come
esercizio di umiltà, di farci insultare in vari modi. Il primo obiettivo penso
che debba essere recuperare una certa nostra dignità all'interno della nostra
collettività religiosa. Questo comporta anche fare un esame di coscienza,
perché, lasciandoci normalizzare,
siamo diventati corresponsabili del corso delle cose.
Dobbiamo lavorare
sul concetto di popolo. In religione
non di rado lo concepiamo come un gregge.
Quest'ultimo ha un ruolo passivo rispetto a quello del pastore. Quella del gregge è un metafora che origina dalle nostra
scritture sacre, ma in esse è utilizzata per criticare le condotte dei pastori, non per proporre un modello di
comportamento sociale per tutta l'altra gente. Da ultimo si è detto che i pastori devono avere l'odore del gregge,
per intendere che chi esercita funzioni di direzione nella nostra collettività
religiosa deve rimanere in contatto con i suoi governati, occuparsene
attivamente avvicinandoli personalmente. Anche qui la metafora è stata
utilizzata per ammonire i pastori.
Spesso invece noi fedeli laici abbiamo trovato comodo farci gregge, vale a dire starcene quieti a pascolare lì dove ci
dicevano. E' un modello piuttosto diverso da quello che ci proponiamo di
seguire in Azione Cattolica, che deve
essere caratterizzata, appunto, da un maggiore attivismo.
Abbiamo qualcosa da dire sulle cose della
nostra fede. La nostra vita religiosa non consiste solo nel cercare di adeguarci
a direttive e modelli altrui. Da essa abbiamo imparato cose che sembrano ancora
rimanere poco conosciute a chi ritiene di avere il monopolio della verità di
fede. Scriveva Lorenzo Milani che di questo dobbiamo parlare con la nostra
gerarchia di fede, altrimenti poi non possiamo lamentarci che i
nostri vescovi ci vengano su male. Ai tempi nostri, i nostri capi religiosi
del clero sembrano quasi ammutoliti di fronte al nuovo scenario che si sta
componendo. Tacciono. Ma questo non è un male: può darsi che essi comincino ad
ascoltare veramente la società in cui sono immersi, a cominciare dai loro
fedeli.
L'idea di un sovrano religioso che sia anche
capo carismatico di un movimento sociale con la sua forte personalità e il suo
esempio personale di vita, che ha dominato gli ultimi trentacinque anni della
nostra collettività religiosa, è l'evoluzione storica di una vecchia concezione
guelfa. quella che voleva la supremazia
sociale e politica del vertice romano della nostra confessione religiosa in
quanto apportatore di civiltà. Essa fu espressa agli inizi dell'Ottocento dal
prete e teologo Félicité de Lammenais (1782-1854), per certi versi, in particolare per
la sua attività giornalistica, modello di un nuovo attivismo religioso. A lui
può farsi risalire storicamente la polemica politica sull'indifferentismo in materia religiosa che ha travagliato anche la
nostra collettività religiosa negli ultimi dieci anni e che nel 1864 trovò
eclatante espressione normativa in quello sconcertante catalogo reazionario che
fu il Sillabo, allegato all'enciclica
Quanta Cura del papa Pio 9°.
Dopo la ripresa
dell'attività seguita alla caduta di Napoleone Bonaparte, l'Amicizia Cattolica, rifondata nel 1917 a
Torino sulla base delle precedenti esperienze dell'Amicizia Cristiana di Nicolaus Joseph Albert von Diessbach e di Pio
Bruno Lanteri, che possiamo considerare sotto diversi aspetti come
precorritrice della nostra Azione
Cattolica, fui influenzata dalle idee del Lammenais.
Scrive Gabriele De Rosa, nel suo Il movimento cattolico in Italia - Dalla
Restaurazione all'età giolittiana:
"Se fondatore
dell'Amicizia Cattolica fu il Lanteri, il vero animatore ne fu Cesare D'Azeglio,
che, proprio per meglio sostenere e fare conoscere la società, concepì l'idea
del periodico «L'Amico d'Italia». […] Nei primi anni di vita, «L'Amico d'Italia»
subì l'influenza delle teorie del primo
Lammenais, assertore della supremazia del papa, antigallicano [=contrario
alle idee francesi di autonoma organizzazione delle Chiese nazionali] e sostenitore del dovere del re di
applicare la legge di Dio, sotto la guida della Chiesa. […]. L'idea della
supremazia indiscutibile e onniestensibile del papa, che si riassumeva nella
formula «papa e re», la visione che il Lammenais faceva
balenare, di un papa obbedito dai re, affascinarono a un certo punto larga parte del clero francese e, in Italia,
cattolici come il d'Azeglio e Joseph De Maistre".
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli