Punti di vista
Le cose umane possono
essere osservate da diversi punti di vista e allora cambiano aspetto. Più sono
gli osservatori che guardano e dialogano fra loro più una società avrà una
visione realistica, affidabile, del mondo. Ai tempi nostri, in religione, il
problema è che le questioni vengono osservate prevalentemente dal punto di vista
di un clero di professionisti, che ha fatto della religione un mestiere. Questo
comporta un certo spirito aziendale,
per cui il bene dell'organizzazione in cui si è inquadrati, e innanzi tutto la
sua sopravvivenza, poi le sue fonti di sostentamento, le sue relazioni con altre componenti della
società e il suo credito social, il è considerato come la questione più
importante. Comporta anche di considerare quelli che non appartengono ai ranghi
aziendali come dei clienti o, a seconda dei casi, dei dilettanti. Per un prete, in fondo, noi laici siamo appunto
gente così. L'ordinamento gerarchico della nostra collettività religiosa, tutto
centrato sul clero, accredita questa visione delle cose e, rivendicando una
sorta di monopolio della definizione dei principi religiosi, tende a
sconfessare tutto ciò che viene ideato e attuato dai laici. Oggi i nostri capi
religiosi lamentano una nostra afasia,
una nostra scarsa partecipazione al dibattito sulle cose da fare e alla loro
attuazione, ma in realtà essa è stata prodotta anche e prevalentementre dalla
loro ideologia religiosa.
Negli ultimi due
secoli i risultati più importanti dell'azione religiosa nella società non sono
stati prodotti dal clero, ma dai laici. Il
clero, nonostante l'allestimento sacrale di cui si circonda tutto teso a farlo
apparire l'avanguardia delle nostre collettività, si è manifestato, in genere,
in questa stessa era come una forza reazionaria che con difficoltà e ritardo ha
seguito l'iniziativa laicale. Nessuna
delle cose nuove in materia di fede è venuta
dalla nostra gerarchia in questo arco temporale, essa le ha prima combattute e
poi faticosamente accettate, con molte resistenti e nel quadro di compromessi
non sempre soddisfacenti. Questo ha riguardato in particolare l'idea religiosa
che fosse possibile attuare un ordine mondiale pacifico fondato sulla dignità
inalienabile delle persone umane, quindi sull'ideologia dei diritti umani
fondamentali. Essa ha prodotto risultati spettacolari, ma essi, come tutte le
cose umane, religioni comprese, non sono irreversibili e necessitano di essere
sostenuti di generazione in generazione.
Il progresso culturale può essere perso molto più velocemente dei
progressi genetici, per cui animali terrestri ci hanno messo tempi lunghissimi
per ritornare acquatici, ma assetti pacificanti dell'ordine globale possono
essere persi nel giro di una generazione o anche in tempi più brevi, se non c'è
chi li sostiene. E' appunto il grave rischio della situazione in cui ci
troviamo. Ma la gente della nostra fede, che è stata protagonista
nell'evoluzione culturale che ha portato storicamente molto vicini a un ordine mondiale pacificato,
e in particolare a un lunghissimo periodo di pace nella nostra nuova Europa,
sembra avere gettato la spugna: solo i più anziani sono ancora coinvolti in quel
grande disegno. I più giovani, negli anni che ho definito dell'era glaciale, in cui l'iniziativa
laicale è stata scoraggiata e sconfessata, non hanno avuto una formazione
adeguata, si è interrotta una tradizione culturale, ha prevalso il punto di
vista del clero, che ora talvolta si lamenta che noi laici ancora impegnati
nelle cose di fede, non meramente clienti
di servizi religiosi, sembriamo
voler diventare preti di complemento.
I più giovani sono cresciuti integralmente all'interno della cultura a sfondo
economicistico che vede nelle lotta tra le persone e i gruppi sociali una fonte
di progresso sociale, di miglioramento delle società umane: essa è stretta
parente di quelle che hanno scatenato i due conflitti mondiali del Novecento e,
se non contrastata, porterà ad un ordine mondiale molto diverso da quello che
ancora immaginiamo in religione, ma ormai più a livello di sogno che di possibilità concreta.
Ma i nostri capi
religiosi, nella loro straripante produzione documentale, non hanno continuato
a invocare la pace? Certo, lo hanno fatto. Ma, secondo un'antica tradizione,
rivolgendosi prevalentemente ai capi
delle nazioni, con cui essi sono soliti stipulare accordi per spartizione
del potere sulle società sottoposte, i concordati. Si sono limitati a prediche moralistiche
a quelli che comandano nelle società civili. Ma non è così che questi ultimi
saranno convinti a perseguire finalità di pace. Essi, anzi, avendo come
obiettivo principale il proprio potere, come tutti quelli che hanno il potere,
compresi i capi religiosi, faranno mostra, sì, di condividere i discorsi
pacificatori, ma pensando poi a quale utile ricavare da essi in termini di
potere, quali accordi si spartizione potranno essere conclusi. Storicamente gli
obiettivi di pacificazioni sono stati raggiunti solo su base democratica, sulla
base di un progresso culturale che ha coinvolto le masse e di cui i laici di
fede, in particolare in Italia, sono stati fortemente impegnati. Ma la nostra
gerarchia religiosa è ancora piuttosto sospettosa, e a volte addirittura
ostile, verso i principi democratici, tanto che non teme, ciclicamente, di dire
che fede religiosa e democrazia sono incompatibili. Essa infatti vede nella
democrazia un attacco al suo monopoli nella definizione dei principi religiosi,
che, in realtà, essa ha ormai perso, perché
i principi di azione sociale a sfondo religioso che hanno prodotto i più
grandi risultati non sono stati da essa elaborati.
Il problema di noi
laici di fede di oggi è molto maggiore di quello di trovare un bilanciamento
con la gerarchia per ricavarci un nostro ruolo più attivo nelle nostre
collettività religiose. E' un problema che non è interno alla nostra organizzazione di fede. Noi dobbiamo riprendere
l'iniziativa sociale per sorreggere quel progresso culturale che ha portato a
far ritenere a portata di mano un nuovo ordine mondiale ed è un lavoro che va
svolto in collaborazione con forze di tutto il mondo. La dimensione mondiale
della nostra confessione religiosa e della sua organizzazione lo favorisce e costituisce una grande opportunità. Ma dobbiamo costituire nuovamente centri dove poter fare quel lavoro,
riprendendo le fila dal punto in cui, ormai molto tempo fa, esso è stato
interrotto, ricostituendo vitali relazioni sociali, riprendendo a riflettere
collettivamente sulla situazione in cui ci troviamo e sulle sue ricadute sui
principi di fede. Essi, ai tempi nostri,
scarseggiano, essendo state da lungo tempo scoraggiate esperienze laicali di
questo genere, a favore di quelle di impianto nettamente spiritualistico, viste
come più dominabili del clero.
Scrive Beppe Elia,
nell'articolo "Tocca ai laici",
pubblicato sul numero 6/2013 di Coscienza,
la rivista del M.E.I.C.:
"Senza entrare
nel merito di questa rinuncia [all'impegno laicale all'esterno della
comunità ecclesiale] e sulle
responsabilità di questa involuzione (non riconducibili solo ad un'eccessiva
sovraesposizione dell'episcopato), è tuttavia necessario comprendere quali
conseguenze essa abbia nella Chiesa e nel rapporto fra la Chiesa e il mondo.
Se i credenti infatti hanno abdicato in larga
misura al loro compito di essere testimoni del Vangelo nei luoghi più critici e
rilevanti della vita civile (la politica, le grandi questioni etiche, il
diffondersi di modelli culturali radicalmente antievangelici), questo ha
determinato non tanto l'irrilevanza della presenza cattolica nel Paese, che non
sarebbe in sé un gran male, ma ha reso debolissima la proposta di scelte e
orientamenti che proprio nel Vangelo trovano la loro ispirazione. E spesso,
quando si è voluta palesare una presenza più evidente, lo si è fatto con uno
stile autoritario … è la stessa vita della Chiesa che risente di questa
fragilità del laicato credente … L'afasia dl laicato nasce anche da un clima
ecclesiale che non favorisce il dibattito e il confronto di idee, perché timoroso
di alimentare forme di dissenso e di far emergere elementi di disagio che turberebbero
l'ordinata vita delle comunità … Questo crescente concentrarsi su di sé e sulle
loro dinamiche interne, tipico di molti ambienti ecclesiali, li rende di fatto
inospitali".
Così nell'azione per la diffusione della fede,
osserva Luca Diotallevi nel libro I laici
e la Chiesa. Caduti i bastioni, citato nell'articolo di Elia, hanno si sono
espansi gli uffici pastorali
specializzati delle diocesi, nei quali "il
prete diventa il leader eil laico il collaboratore subordinato, per quanto
vezzeggiato, con effetti negativi ormai già empiricamente misurabili".
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli