Mondi vitali
Per me riflettere su
che cosa è diventata la nostra collettività religiosa significa, ormai,
riflettere su una vita intera che in essa è stata vissuta, da essa è stata
profondamente influenzata e di essa è stata anche corresponsabile. Così, non
posso riflettere sui mali di una esperienza sociale di fede, sul gran tempo
sprecato, sulle ideologie reazionarie determinate dall'incapacità di affrontare
le novità, sulle occasioni mancate, sulle moltissime persone emarginate, sulle esperienze
collettive brutalmente interrotte, sui molti ingegni dispersi, sulle tante vite
ricche di fede buttate, senza riconoscere che ciò che è accaduto è stato anche
colpa mia, è stato, lo dico religiosamente, un peccato personale da cui
riscattarmi, soprattutto, nel mio caso, per inerzia e omissioni, vale a dire
più per un non fare che in un fare
sbagliato. Che accadrebbe se in confessione mi accusassi francamente di
questo, di aver reso la nostra Chiesa così com'è ora,
io, che in essa ormai non sono solo più figlio,
ma ne sono diventato uno degli innumerevoli padri?
Anch'io infatti, negli ambienti in cui sono cresciuto e ai quali sono stato vitalmente
connesso, ho esercitato un mio magistero, sono diventato una figura in qualche
modo presa come riferimento dagli altri, nel bene e nel male, per intendere le
cose del mondo, innanzi tutto come padre di famiglia e come membro di un gruppo
familiare, poi sul lavoro e più in generale in tutte le mie relazioni sociali.
I frammenti di società in cui mi sono manifestato sarebbero stati diversi senza
di me. Potevano essere migliori se anch'io fossi stato migliore, così come lo
sono stati tanti che ho personalmente conosciuto. Tanti anni fa, all'inizio
della mia vita da adulto, sulle soglie dei vent'anni, mio zio Achille,
professore, sociologo, mio mastro di spiritualità, lui che fu il mio padrino di
Cresima e che tale ruolo esercitò per tutta la vita con costanza e sapienza, anche lui successivamente duramente emarginato
nella nostra collettività religiosa, mi criticava per il mio oblomovismo, che significa, sul modello
di un personaggio di un romanzo dello scrittore russo Goncarov (Oblomov, pubblicato nel 1859), l'inerzia
inconcludente della gente di pensiero, il non riuscire mai a superare la fase
della prima riflessione fatta in casa propria, nella sicurezza domestica, per
iniziare ad agire in società per cambiare le cose, anche entrando in conflitto
con essa. Seguendo l'insegnamento di Giuseppe Dossetti, una persona alla quale
mio zio Achille fu molto vicino e che mi aiutò a capire, non posso criticare la
nostra Chiesa così come è diventata senza criticare anche me stesso per come
sono diventato. Il cambiamento doveva iniziare innanzi tutto da me stesso. Ad
un certo punto ho preferito lasciar correre, ho pensato che fosse tempo perso
impegnarsi, che cambiare non fosse veramente possibile e ciò in tempi in cui
invece cambiare era ancora realmente possibile, se solo avessi interpretato
correttamente i segni dei tempi. L'ho scritto: cambiare ciò che è stato,
cambiare la storia passata non è possibile, è possibile talvolta solo ignorarla,
occultarla e mistificarla, come si è usato fare a lungo nei nostri ambienti
religiosi, fine a che anche questo, sotto il magistero del nostro padre
universale Wojtyla fu sentito come peccato,
come colpa personale da cui redimersi e risollevarsi, in quel doloroso
lavoro di conversione e pentimento che egli chiamò purificazione della memoria, che significa prendere coscienza
veritiera del passato per non farsi dominare da ciò che di malvagio c'è in
esso. Ebbene, in quel regno della bella addormentata, preda di
un incantamento bloccante, raggelante, in cui si è gradualmente trasformata la
nostra collettività religiosa, io sono stato uno di quelli incantati, uno di quelli che, ad un certo punto, ha rinunciato ad
agire e si è ritirato nel proprio piccolo mondo personale. Ora, ragionandoci
sopra, capisco che agire non sarebbe stato tempo perso. E' dovuto venire da
molto lontano, veramente da un altro mondo, un personaggio autorevole per
riconoscerlo finalmente. Ma non sarà solo seguendo lui che potrò essere
diverso, questo lo capisco bene, approssimandomi alle soglie della terza età,
sulla base della mia esperienza di vita. Neanche lui non ha la ricetta giusta
per ciò che compete solo a me di ideare e di fare. Non ha in mano quello che
mons. Sigalini, a lungo assistente ecclesiastico generale dell'Azione
Cattolica, nell'omelia della scorsa Pentecoste ha definito il libro delle Giovani Marmotte, il manuale prodigioso dove è
rivelato in dettaglio come risolvere ogni problema pratico della vita.
Se il passato non
può essere cambiato, si può essere diversi nel futuro e innanzi tutto in quel
futuro prossimo che è strettamente radicato nell'oggi. Quindi è possibile,
finché c'è vita, cambiare. Questo consente di non lasciarsi vincere,
soprattutto nell'età anziana, accorgendosi di quanto si è omesso e di quanto si
è sbagliato, dallo sconforto, dalla disperazione, dal pessimismo, e anche dal
rancore, come non di rado accade nei vecchi, soprattutto nei tempi
dell'abbandono e della solitudine. Ma bisogna capire che cambiare è inevitabilmente un'azione
sociale che quindi comincia innanzi tutto dall'uscire dall'isolamento.
Questo significa che i moventi, le forze, gli esempi, i
metodi, del cambiamento sono tutti frutto di un'interazione sociale.
In particolare tutto ciò che facciamo rientrare nella fede religiosa è appreso e sperimentato
in una collettività vissuta, a cominciare, se si nasce in una famiglia
religiosa, da ciò che da piccoli si vive in famiglia. E' solo collettivamente
che si scopre il senso della vita. In un suo fortunato libro divulgativo,
pubblicato nel 1980, Crisi di
governabilità e mondi vitali, ora consultabile solo in biblioteca, mio zio Achille
ne trattò diffusamente. Il senso della vita, inteso come ciò che definendo il
nostro posto nel mondo ci dà emotivamente la voglia e la forza di vivere,
scaturisce dai mondi vitali a cui partecipiamo, collettività nelle quali,
attraverso un sistema di relazioni personali di piena comprensione e
accettazione reciproca, di familiarità e di amicizia, di quotidiana interazione
nell'esperienza vivente, giungiamo a condividere visioni del mondo, della
direzione della storia individuale e sociale e anche a progettare il futuro
personale e collettivo. Solo all'interno di mondi vitali a cui partecipiamo essendo personalmente accettati, conosciuti,
compresi e stimati, in un sistema di relazioni pluridirezionali, non solo
quindi dagli altri a noi ma anche da noi agli altri, si scopre che la
vita ha senso, perché non siamo solo un ingranaggio in un grande meccanismo
non progettato da noi, non diretto da noi e in cui noi abbiamo solo la scelta
di fare ciò che altri ci dicono di fare.
Ognuno di noi è
inserito in diversi mondi vitali. Il problema delle società del nostro tempo è
il depotenziamento di questi ambienti sociali fondativi delle nostre
personalità individuali. Questo fenomeno è riconoscibile chiaramente anche
nelle nostre collettività di fede, dove attualmente abbondano i meccanismi
sociali in cui uno può essere inserito, essendo accettato in quanto fa ciò che altri gli dicono di
fare, mentre scarseggiano opportunità di mondo vitale nel senso che ho
descritto. E' una cosa che è divenuta particolarmente evidente di questi tempi
nelle nostre collettività religiose, dopo che è venuto un vibrante appello ai
nostri mondi vitali, a una riprogettazione del senso della vita, e le nostre
collettività si sono scoperte incapaci di rispondere perché divenute, nel tempo
del grande gelo, prevalentemente meccanismi
di uniformità sociale. Insomma si va in chiesa per sentirsi dire che pensare e
che fare, non per condividere con altri, alla luce della fede comune, le
proprie esperienze di vita e scoprirvi e sperimentarvi,
in quel tipo di relazioni significative di mondo
vitale, un senso religioso.
Partecipare ad un
gruppo di Azione Cattolica dovrebbe
essere innanzi tutto una esperienza di mondo
vitale. In San Clemente papa si tratta di ripartire, perché negli anni del
grande inverno il gruppo si è ridotto a una forma embrionale, sopravvissuto a un clima generale non
favorevole grazie alla pervicace volontà di coloro che avevano sperimentato
l'Azione Cattolica come esperienza vitale e fondante per la spiritualità
personale. E' solo grazie a loro che non dobbiamo ricominciare proprio da zero.
Ma si tratta di ricostituire una continuità generazionale. Abbiamo bisogno di
gente nuova, non però per indottrinarla,
per dirle che fare e che pensare, ma per imparare dalla sua esperienza di vita.
Nel gruppo essa troverà anche una collocazione per così dire istituzionale
all'interno della nostra collettività di fede, perché l'Azione Cattolica ha un
suo posto preciso, riconosciuto, nella nostra organizzazione religiosa, ha,
come dire, diritto di parola in essa, non può essere tanto facilmente sconfessata e ciò le ha permesso di resistere nell'era glaciale, e
dunque, operando come Azione Cattolica, si ha anche la possibilità di influire
direttamente su di essa, su ciò che intendiamo con Chiesa, per per provare a produrre o almeno a indurre i
cambiamenti che occorrono e, innanzi tutto, il disgelo.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli